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Ci si accorge con anni di ritardo dell'impoverimento della classe lavoratrice e della perdita di potere di acquisto dei salari e delle pensioni. Le responsabilità sono per altro ben note e attribuibili alle politiche di contenimento del debito e del costo del lavoro accompagnate dai processi di delocalizzazione e degli appalti al ribasso.
Il lavoro indebitato, al centro di una analisi anni fa di Maurizio Lazzarato ("Il governo dell'uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista", Derive Approdi, 2013) è una costante dell'epoca neoliberista con il rafforzamento dei capitali a mero discapito dei redditi e dei salari, poi ben vengano le analisi sociologiche sulle trasformazioni  produttive e della composizione propria della forza lavoro ma senza perdere, mai, di vista, la ragione scatenante del processo in atto da decenni.
La discussione attorno al salario minimo, come quella sul reddito di cittadinanza, rischia di essere fuorviante se condotta da punti di vista errati o letta secondo i dettami confindustriali.
Decine di contratti nazionali prevedono una paga oraria inferiore all'ipotetico salario minimo  tra gli 8 e i 9 euro lordi,  la discussione potrebbe incanalarsi verso l'aumento dell'orario settimanale (40 ore per tutti\e) e l'ennesimo aumento della produttività per "compensare" la maggiore spesa per i salari, in controtendenza rispetto a quanto accade nella vicina Francia
L'introduzione del salario minimo presenterà profonde differenze da Paese a Paese, la direttiva Ue non prevede infatti una cifra valida erga omnes e da 25 anni i salari italiani crescono meno che in ogni altro Paese europeo anzi in tanti casi assistiamo a una vera decrescita. Chi teme allora effetti nefasti sulle imprese dovrebbe prima guardare a quanto potere di acquisto sia stato perduto negli ultimi decenni nei settori pubblici e privati, alle pensioni dei prossimi anni, calcolate con il sistema contributivo, che prevedono il 60% dell'ultima retribuzione.
Poi ci sono altri aspetti dirimenti legati al fisco e al welfare, urge ricordare che si tratta di questioni di primaria importanza non solo per la tenuta della fiscalità generale ma per la stessa società. I percettori del salario minimo in alcuni Paesi europei ricevono aiuti di varia natura (assegni ai figli o contributi per l’affitto) pagando tasse e contributi sociali, per questo la discussione sul salario minimo non potrà eludere una riforma del welfare e del sistema stesso di tassazione dei redditi e dei capitali, argomenti sui quali invece il Governo Draghi procede con i piedi di piombo per non scontentare i partiti della maggioranza e le potenti lobby economiche e di categoria ai quali fanno riferimento.
Il sostegno in Italia si limita agli assegni familiari mentre la tendenza Ue è quella  di intraprendere la strada dei benefit di varia natura che vanno dai contributi per gli asili o per l'affitto ad altri aiuti. E qui la discussione investe la riforma del welfare con il rischio, concreto, di intensificare il welfare aziendale legato ai contratti nazionali e cogestito con i sindacati rappresentativi, a mero discapito dell'aumento sic et simpliciter del potere di acquisto di salari e pensioni salvaguardando sanità e istruzione pubblica senza scegliere i modelli integrativi.
Gli aiuti alle famiglie in difficoltà sono ancora troppo deboli e insufficienti ma la scelta dei benefit potrebbe essere inconciliabile con l'aumento dei salari e delle pensioni e con il recupero del potere di acquisto perduto.
Per queste ragioni la discussione in corso è priva di riferimenti reali e sovente priva di argomenti limitandosi a spot e luoghi comuni alimentati da una classe politica e sindacale che và avanti a slogan pur presentandosi all'occorrenza pragmatica e vicina alla cittadinanza.
Se la scelta sarà quella dei bonus e dei benefit si otterranno dei risultati negativi per la classe lavoratrice e il sindacato e si scaricheranno i costi del recupero salariale sulla fiscalità generale salvaguardando, ancora e in misura maggiore, i profitti di impresa.