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La lettura dei periodici rapporti ISTAT sullo stato economico e sociale del Paese riserva sempre dati interessanti a chi voglia leggere questi rapporti con attenzione e lo sguardo rivolto verso il benessere di lavoratrici e lavoratori.

Nell’ultimo rapporto uscito, in particolare, il dato più interessante è quello relativo all’inflazione. A leggere i giornali i siti, i commenti che circolano, la questione dell’inflazione sembra riguardare tutte e tutti allo stesso modo: i titoli come “famiglie e imprese strangolate dall’aumento dei prezzi” si sprecano. Ma è davvero così?

L’inflazione in realtà non è la stessa per tutte e tutti, non solo perché più si è poveri meno margine si ha per affrontare l’aumento dei prezzi (sotto un certo livello di consumo non si può andare, se il pane aumenta non posso certo sostituirlo con qualcos’altro, toccherà mangiare di meno) ma anche perché il dato dell’inflazione è diverso a seconda del mio livello di reddito.

Questo fatto ha delle conseguenze evidenti e insieme devastanti; per capirlo è necessario riflettere su cosa sia l’inflazione. Quest’ultima è un numero, un dato, che indica l’aumento dei prezzi da un periodo precedente a uno successivo attraverso un indice che tiene conto di un certo numero di prodotti di vasto consumo.

Nella pratica, questo indice come viene calcolato? Si dividono prodotti e servizi secondo categorie omogenee (alimentari lavorati, alimentari non lavorati, energia, servizi culturali…) e per ognuna di queste categorie si calcola il prezzo raggiunto. A ognuna di queste categorie di prodotti viene successivamente assegnato un peso determinato nella composizione di quello che viene chiamato “paniere”. Quest’ultimo è l’insieme dei beni di vasto consumo dei quali si calcola la differenza di prezzo da un momento all’altro. Teoricamente il peso dei beni e dei prodotti più consumati dovrebbe determinare il loro peso (ad esempio, la pasta o i telefoni cellulari dovrebbero avere un peso superiore a quello dello champagne o delle imbarcazioni da diporto).

Sulla base delle diverse variazioni di prezzo delle varie categorie “pesate” secondo il loro livello di consumo si determina un numero unico che viene chiamato inflazione.

Qui si determinano i primi problemi; il carrello della spesa è molto diverso a seconda delle famiglie prese in esame. Non solo quantitativamente ma anche qualitativamente. Come dicevamo, sotto un certo livello di reddito i miei consumi saranno soprattutto alimentari o destinati al pagamento della bollette e, nella spesa alimentare, priviligerò la pasta rispetto all’orata pescata in mare aperto.

Leggendo i dati dell’ISTAT scopriamo che il dato dell’inflazione generale in Italia è del 7,3%; la componente energia che comprende i carburanti è del 42,9% e quella degli alimentari non lavorati (frutta e verdura ma anche il banco della carne) è dell’8,6% e quindi nettamente superiore alla media. Al contrario la categoria beni industriali non energetici (cioè quello che non è alimentare e non è energia) aumenta solo del 2,6% mentre i beni culturali aumentano del 4,9% e quindi nettamente al di sotto della media.

A questo punto l’ISTAT divide la popolazione del Paese in cinque gruppi: da quello più povero a quello più ricco, a seconda dei consumi. Questo esercizio serve per individuare quello che è davvero successo nel carrello della spesa della popolazione.

Per comodità prendiamo il confronto tra il gruppo con il consumo più povero e quello con il consumo più ricco. Nel carrello della spesa del quinto più povero la componente energia vale il 14,6% del consumo complessivo e quella alimentare il 33,2%; nel carrello del quinto più ricco la componente energia vale il 6,7% (circa la metà) e quella alimentare il 16,5% (meno della metà). Al contrario i prodotti culturali e ricreativi e i beni industriali non energetici hanno una distribuzione inversa, molto più pesanti per i più ricchi e quasi inesistenti per i più poveri.

La conclusione inevitabile è che le categorie più diffuse tra la parte più povera della popolazione sono aumentate nettamente di più rispetto a quelle più diffuse nel consumo della parte più ricca. Nello specifico il peso complessivo dell’inflazione è stato del 5,5% per la parte più ricca e del 9,4% per quella più povera. Nel complesso i primi tre quinti della popolazione partendo dai redditi più bassi hanno subito un’inflazione molto superiore a quella media mentre i restanti due quinti hanno avuto un aggravio di spesa inferiore (per i più ricchi in modo netto) rispetto a quanto denunciato ufficialmente.

Questi dati non sono fini a sé stessi ma ci mostrano il funzionamento reale dell’inflazione e i suoi effetti sulla distribuzione del reddito nel Paese. L’inflazione infatti non è un mostro calato da Marte o da un altro pianeta e ha una natura fortemente improntata a rafforzare il dominio di classe dei più ricchi sui più poveri.

I commentatori della stampa e delle televisioni mostrano ogni giorno preoccupazione per la temuta rincorsa dei salari sui prezzi, vale a dire temono che noi lavoratrici e lavoratori ci si svegli e si pretenda un aumento dei salari per fare fronte all’inflazione e all’aggravio di spese che ci è caduto addosso. La loro tesi è che siamo tutte e tutti sulla stessa barca e che ognuno deve rinunciare a qualcosa per salvare il bene comune… cioè i profitti delle imprese.

In Italia come sappiamo bene, il massimo che ci è stato concesso è stata una mancia di 200 euro una tantum ma i nostri salari nominali sono rimasti al palo e quelli reali sono stati tagliati della stessa percentuale dell’inflazione subita dalla nostra classe e quindi di circa il 10%

A fronte di tutto questo è immediatamente evidente come l’unica strategia possibile per lavoratrici e lavoratori sia quella che padroni, banchieri, esperti ed economisti chiamano strategia inflattiva. I nostri salari devono aumentare almeno della stessa percentuale dell’inflazione subita sui nostri consumi.

L’UNICA STRATEGIA PER DIFENDERSI DALL’AUMENTO DEI PREZZI E’ L’AUMENTO DEI SALARI, NON DOMANI MA OGGI.

ORGANIZZARSI PER VINCERE LA BATTAGLIA D’AUTUNNO SU QUESTO TERRENO DEVE ESSERE LA NOSTRA PRIORITA’.