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La guerra in corso tra Russia e Ucraina, diventata improvvisamente familiare con l’invasione del secondo Paese da parte del primo, ci dice molte cose sul mondo in cui viviamo e sulle illusioni che per anni ci sono state vendute.

In molti in questi mesi hanno preso parte in modo partigiano alla guerra; governi occidentali e opinione pubblica schierati con l’Ucraina, oppositori politici e critici dell’America in un modo o nell’altro dalla parte della Russia. In entrambi gli schieramenti si ha l’illusione che la guerra sia stata decisa, voluta, pianificata. La realtà però non è così semplice.

Viviamo in un mondo dove il potere politico e quello economico nei singoli paesi e a livello internazionale assomiglia più a una marea, a un vento di tempesta che non a un lucido progetto. Il potere statale e quello dei capitalisti è sempre più impersonale, non ha desideri e non ha auspici se non quelli di sopravvivere e di continuare ad accumulare potere senza fine.

L’attuale situazione in cui una guerra sottotraccia, combattuta più che altro sul terreno economico, è deragliata in un confronto militare, sia pure ancora indiretto tra la Russia e l’Occidente a guida americana, è un esempio lampante di come le cose possano sfuggire di mano e diventare devastanti al di là della volontà di singoli governanti e uomini di potere.

Per capire come siamo stati e state cacciate in questa situazione bisogna partire da un fatto inatteso che si è verificato nell’ultimo ventennio: gli americani sono stati sconfitti nella stagione della globalizzazione dei mercati. Sono stati loro a spingere in questo senso dopo la fine del blocco dell’Est ma sono stati travolti dalla loro stessa azione.

Sul piano politico e militare il tentativo di costruire uno stato mondiale a guida americana è stato sconfitto in Afghanistan e in Iraq con la mancata pacificazione di due territori strategici nei quali gli Stati Uniti (con i Paesi europei al seguito) hanno investito quantità immense di denaro allo scopo di costruire un ordine a loro favorevole, non cavando un ragno dal buco.

Sul piano economico il capitalismo americano e quello occidentale a ruota si sono trovati a dover rispondere a una crescente sfida internazionale sul terreno della competitività.
In altre parole hanno costi maggiori di produzione e quindi importano molto ed esportano poco, accumulando debito verso l’estero. I Paesi che hanno accumulato crediti su crediti nei confronti dei Paesi dell’Occidente sono invece quelli che hanno vinto in questa stagione conquistando più mercati, vendendo più merci e accumulando più moneta di tutti
.

Il problema posto da questo squilibrio è che i creditori, diventati più forti e più intraprendenti, hanno iniziato a cercare di comprare i debitori. Cinesi, asiatici, arabi e anche russi hanno sempre meno voglia di limitarsi a contribuire al consumo occidentale prestando moneta agli indebitati e hanno iniziato una stagione di grandi acquisti delle aziende occidentali. Succede quello che gli economisti chiamano tendenza alla centralizzazione del patrimonio mondiale finanziario e aziendale in poche mani che, sorpresa(!), sono sempre meno di occidentali.

La reazione occidentale in un primo momento è stata quella di ricorrere al piano militare per imporre uno stato mondiale che avesse il suo centro a Washington e lasciasse inalterati i rapporti di potere mondiali; quest'operazione però non ha funzionato: troppo costosa per grandi Stati indebitati e troppo osteggiata fuori dall’Occidente.
Gli Stati Uniti e l’Europa si sono resi conto di non essere più i solitari padroni del mondo e hanno dovuto trarne le conseguenze. L’ultimo vergognoso ritiro dall’Afghanistan, di cui in questi giorni ricorre il primo anniversario, è un’evidente ammissione di fallimento.

La reazione occidentale a questo stato di cose è stata quella di ridurre l’impatto dell’apertura globale dei mercati e di cercare (in realtà con successi discutibili) di tornare al vecchio protezionismo non tanto commerciale quanto finanziario. In altre parole sono stati messi paletti legali per impedire che i creditori globali (in primis i cinesi) possano acquisire pezzi sempre più grandi delle economie occidentali. Detto in modo semplice: facciamo affari solo con i nostri amici perché di voi non ci fidiamo.

Questo tipo di azione, che nega alla radice lo status di libertà di movimento dei capitali promossa proprio dagli Stati Uniti, ha attivato come reazione una forma di imperialismo dei Paesi creditori che si contrappone all’imperialismo fallimentare dei debitori incagliato nelle secche di Baghdad e Kabul.

Questo imperialismo dei creditori è la presa d’atto che, per espandere il proprio potere in Occidente, questi Paesi si devono fare strada non più solo con i propri capitali e la propria capacità produttiva ma direttamente con la forza, anche quella militare.
La guerra tra Russia e Ucraina è l’episodio più evidente (fino ad adesso) di questa guerra combattuta sulla linea del credito/debito internazionale. Se la Russia procede militarmente in modo diretto, la Cina la sta prudentemente spalleggiando mentre prende nota del livello cui è arrivata la crisi americana. Se la reazione occidentale continuerà a essere debole come quella fino ad ora messa in mostra, vorrà dire che gli Stati Uniti e l’Occidente dietro a loro hanno raggiunto il limite del proprio potere e che non sono in grado di replicare la strategia di forza dell’ultimo trentennio: espansione finanziaria unita all’espansione militare.

La conseguenza di questo stato di cose sarà la pretesa dei grandi creditori d’Oriente di mettere in discussione e riscrivere le regole commerciali e finanziarie del gioco economico mondiale. Significherà passare da un mondo unilaterale a un mondo multilaterale, inevitabilmente più caotico e conflittuale, ma dove gli assetti mondiali saranno messi definitivamente in discussione.

Un mondo comunque segnato da un processo di concentrazione del potere e della ricchezza in poche mani in una misura tale da esserci quasi sconosciuta. La tendenza in atto non vale solo per i Paesi orientali, dominati da quelli che la stampa si ostina a chiamare oligarchi con un termine mutuato direttamente dalla storia greca antica, ma le stesse presunte democrazie occidentali in cui è in corso la stessa tendenza a concentrare tutto nelle mani di un ristretto gruppo di potere.

Oligarchie orientali ed occidentali divergono sui fini immediati delle loro azioni e seguono logiche diverse in quanto gli uni sono i grandi creditori e gli altri i grandi debitori del capitalismo mondiale ma hanno natura simile, se in Russia l’80% del capitale nazionale è controllato dall’1% degli azionisti, negli Stati Uniti questa percentuale scende allo 0,3%. Logica diversa ma con effetti simili la vediamo in azione in Cina dove il potere politico è in grado di controllare i propri capitalisti grazie a una concentrazione del potere territoriale e quindi politico che non ha eguali in Occidente e nemmeno nella stessa Russia.

Le conseguenze di questo mutamento di scenario sono evidenti anche in Europa, continente legato a doppio filo agli americani ma distintosi in questo trentennio come crocevia del commercio e della finanza mondiali. Insomma i Paesi (e i capitali) che fanno affari un po’ con tutti. In particolare si sono distinti in questo ruolo la Germania e l’Italia che oggi sono i Paesi maggiormente messi in difficoltà dal passaggio dalla guerra temuta a quella praticata.
Il governo Draghi ha imposto a una struttura politica ed economica riluttante una posizione di rigido allineamento con Washington derivante dalla condizione di indipendenza relativa del Paese sullo scenario internazionale e la Germania ha cercato di fare il possibile per evitare l’escalation militare nel Paese slavo.

Le stesse sanzioni decise in Occidente per piegare la Russia hanno seguito la logica del protezionismo finanziario; l’espulsione della Russia dallo SWIFT, il sistema di regolamento interbancario dei pagamenti internazionali, ha prodotto la crescita di un sistema parallelo di import-export separato, rafforzando la divisione del mondo in blocchi economici scarsamente collegati tra di loro. Un effetto evidentemente non voluto ma reso possibile dalla crescita d’importanza dei Paesi non occidentali in una parte consistente del mondo. D’altra parte la posizione internazionale assunta da Paesi come l’India, il Brasile e il Sud Africa, sempre meno vicini alle volontà di Washington, è sintomatica delle sempre più ridotte capacità occidentali di esercitare egemonia e comando sull’intero globo.

La conclusione che ne possiamo trarre è che l’economia globalizzata, almeno come l’abbiamo conosciuta, è morta e sepolta. D’altra parte il 2008 con l’esplosione della crisi finanziaria occidentale segna uno spartiacque tra un prima e un dopo. Non l’amministrazione Trump ma quella Obama aveva già mandato segnali di avvio di una nuova stagione all’insegna del protezionismo. La guerra attuale segna in questo percorso il punto di non ritorno.

Dentro questa situazione la guerra mondiale per l’egemonia sul mondo è semplicemente stata riaperta e nessuno dotato di intelletto può dare gli Stati Uniti (e l’Occidente dietro a loro) come definitivamente sconfitti. Gli USA sono stati superati dalla Cina in termini di PIL e sono usciti indebitati e perdenti dall’ultimo ventennio di guerre per il controllo mondiale ma mantengono ancora un primato evidente non solo in termini militari ma anche nei termini di capacità tecnica e produttiva; l’economia americana produce quasi quanto quella cinese con una forza lavoro nettamente inferiore. Questo vuole dire che la produttività per singola ora lavorata è nettamente superiore in America rispetto alla Cina.

Si tratta di un indice di superiorità sul terreno tecnologico e su quello del fare rete; un terreno che la Cina fatica ancora a praticare ai livelli degli USA. L’attuale strategia americana basata sul protezionismo e sulla produzione di un campo occidentale chiuso potrebbe tra l’altro ridare fiato alle economie centrate a Washington ridisegnando l’assetto delle catene della produzione, del commercio e della finanza, limitandone l’internazionalità.

Uno scenario complessivo che apre molte possibilità ma che rischia di trascinarci nella catastrofe più assoluta. L’urgenza reale che dobbiamo affrontare come lavoratrici e lavoratori è la costruzione di un punto di vista nostro che si muova in opposizione alla narrazione dei poteri in guerra tra di loro.
La consapevolezza che non vi siano poteri “buoni” né in Occidente né in Oriente, è stata abbandonata in questi ultimi decenni a favore di edulcorate narrazioni relative alla superiorità dei valori e delle democrazie occidentali nei confronti delle autocrazie orientali.

Queste narrazioni sono il nemico principale con cui oggi ci confrontiamo; non perché ci si debba trasformare in tifosi della Russia o della Cina, il cui successo internazionale non porta alla nostra classe nulla di buono come nulla di buono hanno portato secoli di dominio occidentale, ma perché dobbiamo essere lucidamente consci del fatto che non siamo sulla stessa barca con i poteri politici ed economici che ci governano e che i nostri interessi, in Europa, come in Russia, negli USA come in Cina, sono radicalmente differenti e contrari rispetto a quelli che ci governano e che fanno profitti con le nostre vite.

L’opposizione alla guerra in tutte le sue forme non vuole dire trasformarsi in supporter di una delle squadre costruite dai potenti, ma vuole dire affermare un punto di vista opposto a quello delle classi dominanti, attento alla nostra sopravvivenza e al nostro benessere complessivo e non all’affermazione di un potente piuttosto che di un altro.