presidio ateneo milanoIl 28 maggio gli studenti milanesi si sono ritrovati di fronte all’ateneo universitario Bicocca, dove si stava svolgendo un convegno dal titolo “I laureati tra (IM)mobilità sociale e mobilità territoriale” alla presenza del ministro dell’istruzione Giannini.

Hanno chiesto di poter entrare e di far sentire la loro voce.

Perché la scuola pubblica autonoma da qualsiasi potere politico ed economico, accessibile a tutti e in grado di fornire un servizio educativo di qualità non esiste più, le “riforme” degli ultimi decenni infatti hanno completamente smantellato la struttura tratteggiata dalla nostra Costituzione.
Ad essa è stata sostituita una scuola sempre più costosa e non più in grado di garantire un pieno diritto allo studio, privatizzata e violentata dagli interessi speculativi delle aziende, tanto da arrivare a regalarvi manodopera gratuita con l’alternanza scuola-lavoro.
La risposta delle istituzioni e della pubblica autorità è stata quella della repressione.
La polizia si è abbattuta sui ragazzi con violente cariche e in questi giorni, con l’accusa di “resistenza aggravata e lancio di oggetti pericolosi”, ha fatto recapitare 8 denunce.
Ogni dissenso, ogni pensiero discordante, chiunque tenti di rialzare la testa viene represso. Ogni luogo di discussione, di confronto, anche di critica viene eliminato.
Ci dicono che ciò che viene deciso dall’alto deve essere rispettato e fatto rispettare, nessuna eccezione.
Così avviene nel lavoro, con la brutale repressione di qualsiasi protesta, con leggi e accordi che rendono tutti precari e che espellono la democrazia dai luoghi di lavoro. Così avviene nella scuola, un tempo luogo sacro di partecipazione e di cultura, oggi blindato e inaccessibile se non per chi è disposto ad inchinarsi alle élites politiche e economiche del neoliberismo.
Il progetto di questi signori è chiaro: preparare i lavoratori del domani, iniziando ad indottrinarli dalla scuola. Non devono mettere in discussione la centralità degli interessi del profitto, devono accettare rassegnatamente un lavoro e un’esistenza precaria, organizzata in funzione degli indici di
produttività.
Noi, a queste regole non ci stiamo, e a quei compagni che coraggiosamente hanno tentato di portare all’attenzione del convegno i problemi reali dei giovani d’oggi, non può che andare la nostra solidarietà.
Ora non dobbiamo lasciare che la loro repressione ci sconfigga: al loro autoritarismo e rifiuto di ascoltare dobbiamo opporre più partecipazione, più cultura, più lotta.

 


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