Il 25 novembre, non è una data scelta a caso. E’ l’anniversario di un orribile femminicidio, commesso nella Repubblica Dominicana nel 1960, a danno di tre sorelle che furono torturate perchè considerate rivoluzionarie e, come spesso accade, fu simulato un incidente.

Dal 1960 le cose non sono affatto migliorate.

Nel 2020 il numero dei femminicidi è triplicato rispetto all’anno precedente.

Nei mesi del lockdown, dal 9 marzo al 3 giugno, 44 donne sono morte per mano di un familiare, un partner o un ex partner. Una ogni due giorni. In un primo momento i centri antiviolenza avevano denunciato un drastico calo delle chiamate ai numeri d’emergenza, probabilmente a causa del fatto che le donne maltrattate, vivendo 24 ore su 24 accanto all’abusante, non potevano chiedere aiuto. Nelle settimane successive, invece, le richieste sono aumentate in maniera esponenziale, perché la convivenza forzata, la precarietà lavorativa, le difficoltà economiche hanno esasperato le situazioni di violenza. Tuttavia ben poco è stato fatto per finanziare l’accoglienza delle donne vittime di violenza.

Completamente inadeguato è il linguaggio con cui i mezzi d’informazione riportano le notizie, che tende a giustificare gli autori di violenza e rivittimizza le donne, reiterando pregiudizi e preconcetti.

Ma la violenza di genere da contrastare non è solo quella fisica e psicologica!

E’ violenza di genere il continuo attacco al diritto d’aborto, impedito non solo dalla grande percentuale di medici obiettori;
E’ violenza di genere il tentativo di ostacolare in tutti modi il ricorso all’aborto farmacologico, per di più in un momento in cui sarebbe stato opportuno evitare più possibile gli accessi negli ospedali;
E’ violenza di genere il demandare completamente il lavoro domestico e di cura alle donne, che devono tra l’altro sopperire alle carenze del welfare.
La stessa Dichiarazione adottata dall’Assemblea Generale Onu parla di violenza contro le donne come di “uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”.

Le donne rappresentano, la parte più fragile del mercato del lavoro (contratti part time, a tempo determinato, lavoro nero), quindi, dopo essere state esposte al contagio in maniera maggiore, data la prevalenza femminile nel settore sanitario e socio sanitario, stanno subendo in maniera più pesante la crisi economica determinata dall’emergenza sanitaria. Il 55% dei posti di lavoro che andranno persi sono femminili.

La pandemia ha contribuito a rafforzare le differenze di genere e la violenza sulle donne, ma questi fenomeni sono strutturali nel sistema capitalistico e patriarcale, che si nutre di oppressione e sfruttamento degli individui e dell’ambiente, dobbiamo continuare a lottare per osteggiarli e superarli.

Per contrastare la violenza chiediamo:

Maggiori finanziamenti ai centri antiviolenza, affinché possano assicurare alle donne la possibilità di riprogettare la propria vita, in piena autonomia.
Tutela del diritto all’aborto e abolizione dell’obiezione di coscienza per i ginecologi del sistema sanitario pubblico.
Riapertura, ristrutturazione e rifinanziamento dei consultori familiari, per garantire l’accesso libero, universale e gratuito alla contraccezione e all’IVG.
Lotta alle discriminazioni di genere nel mondo del lavoro e ridistribuzione del lavoro riproduttivo, perché l’indipendenza economica è condizione indispensabile per l’autonomia e la liberazione dalla violenza e dallo sfruttamento.


La CUB donne, impegnata, nella formazione, informazione e nella promozione di iniziative contro la violenze e le discriminazioni di genere nella vita e nel lavoro, invita tutte le iscritte e non iscritte a partecipare attivamente

23 novembre 2020

 
 
 
 
 
 
FaceBook