Da giorni si susseguivano annunci e interviste e si spargevano voci con lo scopo evidente di tastare il terreno e le sensibilità del mondo della scuola.

Infine, giunti quasi al termine del grande (e inutilmente rischioso) esperimento sociale effettuato con l’esame di stato in presenza, il Ministero dell’Istruzione ha finalmente messo per iscritto le proprie idee per l’anno scolastico 2020-21 pubblicando il “Piano per la ripresa delle attività didattiche a settembre” sul quale ha trovato, dopo una finta trattativa, l’accordo con le Regioni.
Il piano è di una vaghezza insostenibile.
Vi si trovano molte buone intenzioni (quelle che non si negano a nessuno e che, notoriamente, lastricano la strada per l’inferno), l’invito ad istituire appositi Tavoli regionali, il richiamo all’autonomia scolastica per la rimodulazione degli orari, del quadro e della durata delle lezioni, la sollecitazione degli enti locali ad intervenire sulle strutture, i trasporti e l’offerta integrativa.
Non mancano anche interventi in materia contrattuale del tutto inappropriati là dove si parla di formazione del personale o di aggravio dei carichi di lavoro senza far cenno a retribuzioni aggiuntive.
Mancano del tutto indicazione concrete circa il necessario ampliamento degli organici o per il recupero di aree e locali aggiuntivi dove svolgere la didattica o per le necessarie operazioni di messa in sicurezza degli edifici scolastici che, come riportano le cronache e documenta l’annuale rapporto di Legambiente, cadono letteralmente sulla testa di studenti e personale.
Infine c’è il vuoto assoluto sul reperimento delle ingenti risorse che servirebbero per una vera riapertura in sicurezza.

Il fatto è che alla scuola reale non servono funzionari e ministri che nascondono i problemi facendosi scudo di espedienti come il richiamo all’autonomia didattica proprio mentre attribuiscono gli organici calcolati come se l’emergenza non fosse in atto.
Chiusi nei loro uffici e distanti dalla scuola vera, costoro non si rendono conto che delegare alle singole istituzioni scolastiche le decisioni sul modo di affrontare la ripresa di settembre ci avvia verso la piena balcanizzazione del sistema nazionale d’istruzione.

La nostra scuola ha invece bisogno di essere considerata per quello che è: la maggiore istituzione sociale del Paese. Un’attività vitale e complessa, che coinvolge oltre 9 milioni di persone e che deve essere adeguatamente finanziata poiché essa è il principale e migliore investimento per l’Italia che verrà. Ogni anno il nostro sistema d’istruzione riceve, rispetto alla media OCSE, minori finanziamenti per oltre 22 miliardi (1,4 punti del PIL). E si pretenderebbe, ora, di portarla fuori dalla crisi pandemica col miserabile stanziamento complessivo di 2,5 miliardi.
Non c’è più tempo.
Riaprire in sicurezza la scuola significa recuperare con urgenza locali adatti in cui garantire il distanziamento fisico riadattando le strutture già liberate dagli infiniti piani di dimensionamento che hanno creato ingestibili Istituti “monstre”;
finanziare un piano straordinario per l’edilizia scolastica;
ridurre
gli studenti per classe e quindi aumentare il personale cominciando con la stabilizzazione dei 200.000 precari in servizio;
distribuire i presidi sanitari e di protezione individuale necessari.
Infine la nostra scuola,
dopo un blocco salariale che dura ormai da troppi anni, ha bisogno di stipendi di livello europeo che riconoscano funzione e dignità a tutto il personale.

Torino 26 giugno 2020

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