Le scuole sono chiuse da quasi un mese a causa dell’epidemia da Coronavirus; a fine febbraio siamo usciti dalla normalità e ci siamo ritrovati, da un giorno all’altro, nel tempo cupo dell’emergenza sanitaria e del “distanziamento sociale”.

La metafora militare impazza (“Siamo in guerra”) ma l’epidemia non è una guerra. Semmai è il momento in cui la natura ci pone di fronte alla nostra umana debolezza, ci rammenta la fragilità dei singoli corpi e di quel “corpo sociale”, che viene sconvolto nelle sue leggi e nelle sue consuetudini dal contagio sconosciuto.
Non ci chiediamo più, come Edipo, chi abbia causato la terribile epidemia; al massimo, diamo la caccia al “paziente zero”, che è la versione laica, prosaica e moderna dell’antico colpevole.
E, in mancanza di questo, ci limitiamo a parlare del “paziente uno” e accantoniamo la domanda cruciale sul colpevole. Pure, in tutto ciò che sta accadendo, qualcuno ha responsabilità o, se vogliamo usare parole più appropriate, ha colpe.
Partiamo dallo slogan che ci dovrebbe sorreggere in queste giornate: “Andrà tutto bene”.
Quando sarà finita l’emergenza sanitaria che rende le nostre giornate così diverse dalla normalità, allora sarà il momento in cui capiremo se “Andrà tutto bene” è stato un mero slogan consolatorio o l’auspicio di un futuro migliore del passato che ci siamo lasciati alle spalle.
Andrà tutto bene se riusciremo a ricordarci come, tra gli effetti collaterali del Coronavirus, ci sia stato l’abbattimento drastico degli inquinanti che da decenni ammorbano le nostre città.
Finalmente, a Torino e a Milano, nei giorni cupi dell’epidemia, si è tornati a respirare; finalmente per più giorni di seguito non sono stati superati quei limiti di inquinamento che l’OMS considera dannosi per la salute umana. La continua aggressione che subiamo, l’attacco diretto alla nostra salute, voluta da governanti senza coscienza, miopi, privi di qualsiasi capacità e di qualsiasi moralità, asserviti alle leggi del profitto, devoti alla religione della “crescita del PIL”, ha avuto finalmente una sosta, paradossalmente a causa di un serio pericolo per la salute collettiva.
L’epidemia ha fermato il traffico frenetico delle nostre città; ce lo dobbiamo ricordare.
Andrà tutto bene se ci ricorderemo, per non affidare loro mai più un incarico di governo della cosa pubblica, quali politici, all’inizio dell’epidemia, abbiano strillato per condannare “l’allarmismo” ingiustificato delle misure governative per poi richiedere, pochi giorni dopo e con gli stessi toni insopportabili, misure più severe e lamentarsi che queste non fossero già state poste in atto.
Andrà tutto bene se manterremo ben presente quello che adesso tutti sappiamo: i 37 miliardi di euro sottratti alla Sanità pubblica e il taglio del 30% dei posti letto disponibili (questo disastro è stato attuato in pochi anni) sono una vergogna nazionale.
Oggi tutti siamo coscienti che a piangere sul latte versato è quella stessa classe politica che ha determinato lo sfascio della Sanità pubblica.
Andrà tutto bene se poi, quando il morbo cesserà, collettivamente chiederemo con forza di invertire la tendenza e di non togliere mai più risorse al Servizio Sanitario.
Sul sito del Ministero della Salute leggiamo: “Nel 2017 l’assistenza ospedaliera si è avvalsa di 1.000 istituti di cura, di cui il 51,80% pubblici ed il rimanent e 48,20% privati accreditati. Risulta confermato il trend decrescente del numero degli istituti, già evidenziatosi negli anni precedenti, effetto della riconversione e dell’accorpamento di oltre strutture” [1].
Andrà tutto bene se saremo in grado di affermare che alcuni settori essenziali per una società non vanno spartiti con il privato e ci impegneremo per evitare le privatizzazioni.
E ci dovremo anche ricordare che non si lavora in ristrettezza, né con le risorse materiali né, tanto meno, con il personale. In certi ambiti la qualità del servizio è garantita soltanto dal lavorare “in larghezza”, con un numero di addetti tale da garantire un servizio accurato e mai frettoloso.
Questo si può ottenere soltanto se l’erogazione di fondi pubblici non è impostata sul “minimo”. Attenzione: il rimodellamento
del Ssn è fenomeno di media durata: già “nel 1998 l’assistenza ospedaliera si è avvalsa di 1381 istituti di cura, di cui il 61,3% pubblici ed il rimanente 38,7% privati accreditati. Risulta confermato il trend decrescente del numero degli istituti, già evidenziatosi negli anni precedenti, effetto della riconversione e dell’accorpamento di molte strutture; infatti la diminuzione ha riguardato il solo settore pubblico passando da 1068 strutture del 1995 a 846 nel 1998 (-21 %)” [2].
In sintesi: siamo passati in un quarto di secolo da 1068 strutture ospedaliere pubbliche a 518; il privato, invece, è passato dal coprire il 38,7% del servizio al 48,20%.
Quanto alle politiche riguardanti il personale, sappiamo come i Soloni che hanno insistito per il numero chiuso alla facoltà di Medicina abbiano sbagliato i calcoli. Il personale sanitario è passato tra il 2010 e il 2017 da oltre 707.000 unità a poco meno di 670.000; 633.000 dipendenti lavorano con contratto a tempo indeterminato e 36.000 con contratto a tempo determinato. L’età media del personale sanitario di ospedali e ASL è di 51 anni; in particolare, quella del personale medico e tecnico-professionale è, in media, vicina ai 53 anni [3].
Lo si racconti ai nostri studenti, almeno a quelli che affronteranno l’esame di maturità.
I dati precedenti si commentano da soli e ci riportano all’ambito specifico della scuola, caratterizzato dalle stesse tendenze: decremento della spesa pubblica, in nome di una maggior “efficienza ed efficacia” del sistema, taglio al personale e alle risorse, età media alta dei lavoratori del settore.
Andrà tutto bene se ci ricorderemo, finita l’emergenza, chi ha commesso errori fatali e chi invece, dovendosi occupare di un settore come la scuola, che richiederebbe cultura, creatività, sensibilità sociale è andato avanti, facendo appello alla retorica, facendo finta che tutto andasse per il meglio.
Insomma, che tutto fosse “normale”: l’anno scolastico, la “didattica a distanza”, l’esame di maturità e gli scrutini finali, i concorsi per i docenti.
Non dobbiamo dimenticarci di frasi come “è il ministro che ve lo chiede…”, non dobbiamo dimenticarci dell’incapacità o della non volontà di guardare alla realtà dei fatti, non dobbiamo dimenticarci della mancanza di ascolto da parte di chi dissentiva dalle linee ministeriali, insieme vaghe e proterve; non dobbiamo dimenticarci dell’ultimo gesto in ordine di tempo, che porterà ad un bando di concorso velleitario che, in nome della meritocrazia (ma quale meritocrazia si valuta con un quiz di 80 domande in 80 minuti?) condanna la scuola italiana ad un inizio convulso, per giunta complicato dalla situazione sanitaria che probabilmente imporrà ancora vincoli e difficoltà di spostamento.
Ma il buon senso è moneta fuori corso e la ministra Azzolina comanda. Le vecchie generazioni avevano sperato nell’immaginazione al potere: ogni giorno dobbiamo constatare cosa succede quando, in una sorta di parodia del sistema democratico, al potere ci sono persone prive di competenza e che si fanno vanto di ignorare la realtà dei fatti. Non bastano un milione e seicentomila studenti non raggiunti dalla didattica a distanza a stabilire l’eccezionalità del momento e per suggerire toni diversi, non basta la minaccia di un anno scolastico incerto, reso ancora più incerto da più del 20% di docenti precari.
Il ministro comanda e segue il detto Impune quae libet facere id est regem esse.
Traduco per il ministro Azzolina: “Fare ciò che si vuole impunemente: questo significa essere re”.

Si tratta, comunque, di un ben misero esercizio della sovranità in uno stato d’eccezione.

1 http://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_6.jsp lingua=italiano&id=4603&area=statisticheSSN&menu=vuoto

2 http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_1915_allegato.pdf#page=37

3 https://www.infodata.ilsole24ore.com/2019/05/22/eta-media-dei-medici-fra-un-campano-un-trentino-ci-9-anni/?



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