Una tragicommedia ai danni dei lavoratori e delle fasce più basse. Per quasi 9 anni siamo rimasti senza contratto nazionale, con un fondo della produttività decurtato e sottoposto a vincoli penalizzanti.


I contratti nazionali del Pubblico Impiego sono stati siglati da CGIL-CISL-UIL alla vigilia delle elezioni politiche. Prevedono aumenti irrisori e offensivi per l'intera categoria di lavoratori pubblici e cancellano gli arretrati dal 2010-2015.
Ma c'è di più: in questa tornata contrattuale per la prima volta compaiono gli aumenti ad “elastico”. Così li chiama il quotidiano di Confindustria (Il Sole 24 ore del 19 marzo). Si tratta del cosiddetto elemento perequativo ossia quell'aumento di poche decine di euro riconosciuto alle categorie medio basse che però a gennaio 2019 sarà decurtato dalle buste paga.
Qui la stampa si è sbizzarrita chiamandolo “aumento yo yo, aumento altalena, aumento a tempo”.
I sindacati firmatari e il Governo si sono resi conto che gli 85 euro medi lordi promessi non sarebbero stati raggiunti da decine di migliaia di dipendenti pubblici per questo si sono inventati l'elemento perequativo che tuttavia non è valido ai fini del calcolo della pensione ed ha una durata limitata nel tempo, fino al 31 dicembre 2018. Dal gennaio 2019 quindi gli stipendi perderanno soldi, circa il 24% dell'aumento complessivo.
E che dire poi del bonus Renzi? Anche su questo punto sono necessarie alcune considerazioni perchè dai calcoli dell'Aran sono circa 309mila dipendenti “a rischio”, quelli con stipendio tra 24mila e 26mila euro, con il rischio  di perdere il bonus (o tutto o parte di esso) in virtu' dell'aumento derivante dal rinnovo contrattuale. L'ultima legge di Stabilità ha innalzato la soglia di reddito da 24 mila  a 24.600 euro e da 26mila a 26.600  la soglia a partire dalla quale il bonus si azzera.
Insomma questa tornata contrattuale è una tragicommedia, un evidente scambio di favori tra Governo uscente e sindacati complici.
Milano 20 marzo 2018
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