«La romanticizzazione della quarantena è un privilegio di classe», diceva un graffito diventato virale durante la prima quarantena. Chi se lo può permettere resta a casa, e si fa consegnare cibo, assistere, pulire casa da chi non può.

Dietro la patina della Milano multiculturale, progressista e inclusiva, esistono e resistono tutte quelle persone il cui lavoro consiste nella cura di coloro che si sono potuti permettere la quarantena. Alla terza zona rossa in Lombardia, specie a Milano, poco o nulla è cambiato rispetto al 2020, in particolare per categorie sistematicamente precarizzate come riders, colf, badanti, impiegati ed impiegate domestiche.

«Il lavoro di cura è un lavoro a cui i cittadini italiani non sono disposti a dedicarsi,» spiega Hazal Koyuncuer, attivista curda e sindacalista per CUB Immigrazione, ala del sindacato amministrato da donne migranti in tutela dei diritti di lavoratori e lavoratrici migranti e in assistenza di persone senza documenti. Da circa 10 anni CUB Immigrazione fa fronte al razzismo istituzionale cui vanno incontro la stragrande maggioranza dei lavoratori e lavoratrici migranti, o di origine migrante, in Italia e, nello specifico, a Milano. «La categoria di cui ci occupiamo maggiormente sono le colf e badanti. Parliamo di 2 milioni di lavoratrici, perlopiù donne, di cui solo 800mila hanno un contratto di assunzione, le restanti 1 milione e 200mila sono senza. Questo significa che esiste almeno 1 milione e 200mila donne in situazione di sfruttamento e di invisibilità di fronte allo Stato.»


Si tratta di lavoratrici e lavoratori le cui occupazioni non vengono considerate fondamentali, anche alla luce di numeri chiari. «Solo il 27% delle persone che fanno questo lavoro sono italiane,» precisa Koyuncuer, «che invece viene coperto quasi esclusivamente da donne dell’est Europa, Sudamerica, Sud-est asiatico.»
Secondo il sindacato però anche le 800mila con contratto vengono sfruttate, considerato quanto stabilito dal contratto collettivo che regolamenta il loro lavoro.
«Il contratto collettivo delle badanti deve cambiare perché istituzionalmente discriminante,» conferma Koyuncuer. Prevede al suo interno normative che non esistono in nessun altro tipo di contratto, in primis uno stipendio da 4,62 euro all’ora, o il preavviso di licenziamento—per le badanti è di una, massimo due settimane. «La nostra domanda è: che differenza c’è tra una madre badante e una madre insegnante italiana? Quando l’unica differenza è l’origine, la provenienza, significa che c’è un problema di razzismo istituzionale. Discriminazione istituzionalizzata su base contrattuale.»
«Una persona che lavora come badante non può fare nessuna vertenza contro il proprio datore di lavoro perché non può provare in partenza di aver lavorato in quel posto, trattandosi di una proprietà privata,» aggiunge poi Yessica Jaramillo, sindacalista ecuadoregna che per anni ha lavorato nel settore.


Sono questi i dati che raccontano la vera Milano a un anno dall’inizio della pandemia. «Questa metropoli di vetrine e di costruzioni gigantesche, dove il benessere è visto attraverso il terzo settore,» riprende Koyuncuer, «dove i costi di vita sono altissimi, una lavoratrice nel settore di cura, quindi colf o badante, ha una paga con cui non può sopravvivere. Diventa quindi fondamentale provare a cambiare lo status di queste lavoratrici.»
Status che il covid ha precarizzato ulteriormente. Durante prima, seconda e terza fase covid, infatti, sono stati prolungati i divieti di licenziamenti. Provvedimento che però non è valso per colf e badanti, tagliate fuori sia da cassa integrazione, che dai servizi di aiuto sociale. «Ci preoccupa molto il numero di persone che nell’ultimo anno sono rimaste senza lavoro e di conseguenza documenti,» afferma Jaramillo. «Lavoratori e soprattutto lavoratrici, badanti, licenziate in momenti in cui i licenziamenti erano proibito, che perciò hanno anche perso il permesso di soggiorno.»


«Il comune di Milano e Giuseppe Sala non hanno fatto nulla in questo senso», denuncia Koyuncuer. «Siamo dentro questa bolla in cui l’immagine di Milano è una vetrina bellissima, moderna e ricca, che in realtà è sorretta da persone invisibili, che si sono prese il covid e non hanno ricevuto cure. Persone che hanno avuto paura di fare un tampone, per il rischio di venire poi fotosegnalati e finire in questura o in un cpr.

Questa è la vera Milano. Una città governata da una finta sinistra, che dovrebbe rispondere alle necessità dei propri abitanti, ma non dà nessuna risposta.»
Le compagne di CUB Immigrazione Milano sono donne razzializzate che si muovono con un posizionamento intersezionale, per rappresentare sindacalmente e politicamente le persone migranti, in particolare le donne nella categoria colf e badanti. Donne che, a Milano—come in tutta Italia—il covid ha reso ancora più vulnerabili e precarie, e il cui sfruttamento sempre più normalizzato. «Milano è una delle città più colpite, sia a livello lavorativo che in termini di licenziamenti,» conclude Jaramillo. «Resteremo in attesa dei provvedimenti del governo.»

Articolo di Sonia Maura Garcia  tratto da Quindi di aprile 2021

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** ndr: 

Non è più possibile pensare al genere come a una categoria isolata, perché è inevitabilmente interconnessa ad altre categorie sociali come l’etnia e la classe. Da qui il termine intersezionalità

20/10/2017
Jeff Hearn

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