Cub-Immigrazione - Ostaggi nella fabbrica di pennarelli a 150 euro al mese. La struttura era gestita da cinesi a San Mauro Torinese. Il processo al via: tutti richiedenti asilo i lavoratori.

Torino, richiedenti asilo come schiavi: 150 euro al mese per impacchettare pennarelli.

Dieci ore al giorno, pausa di pochi minuti per pranzo, sorvegliati a vista da sfruttatori cinesi. Chi non aveva nulla da mangiare beveva l'acqua del bagno di FEDERICA CRAVERO 

17 gennaio 2020
Impacchettavano pennarelli di marchi famosi in condizioni massacranti in un capannone senza riscaldamento di San Mauro Torinese. Dalle 8 alle 18 tutti i giorni, sette giorni su sette, una pausa di pochi minuti per pranzo, sorvegliati a vista. Chi non aveva nulla da mangiare beveva l'acqua del bagno e basta. Ogni giorno dovevano confezionare almeno mille scatole per prendere un compenso giornaliero di 18 euro. L'elenco delle buste paga è un pugno nello stomaco: 150 euro, 400 euro, 58 euro, 300euro.
Quando in tre su 45 si sono lamentati, pretendendo che la paga salisse almeno a 25 euro, sono stati licenziati in tronco. Licenziati, non semplicemente lasciati a casa, perché l'unica cosa in regola era il contratto part-time e la busta paga che a loro - tutti richiedenti asilo di origine africana - serviva come documento per il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Ma ricevere quel foglio stampato era un lusso che costava 50 euro ogni mese.
Ieri mattina davanti al giudice del lavoro si sono presentati i tre migranti che avevano trovato il coraggio di ribellarsi, assistiti dall'avvocato Simone Bisacca. Non c'era invece il padrone cinese che, secondo quanto raccontato ai magistrati, li teneva come in schiavitù. "Ci aveva tolto la dignità", hanno detto al presidio che la Cub, che li segue nella causa, ha organizzato davanti al palazzo di giustizia. "Quando usciva ci chiudeva dentro a chiave, avremmo potuto morire se fosse scoppiato un incendio" .
A molti, poi, il rumore delle chiavi che giravano nella serratura del portone ricordava quello delle porte delle prigioni libiche in cui erano stati detenuti. Un trauma che si rinnovava ogni giorno.


Oltre alla causa di lavoro per ottenere i documenti per le pratiche dell'immigrazione, l'avvocato Bisacca ha presentato in procura anche un esposto per sfruttamento del lavoro, che ha fatto partire un'indagine penale. "Occorre risalire la catena dei committenti per accertare eventuali responsabilità negli appalti", precisa il legale. Ma è possibile che si riescano a dimostrare anche forme di caporalato. "E la cosa che lascia perplessi è che la società per cui lavoravano è ancora operativa e continua a sfruttare altri migranti che hanno bisogno di lavorare", spiega la Cub.

 

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