Petrolchimico di Ravenna: negli anni un coktail di veleni 

Il petrolchimico di Ravenna
in Via Baiona per anni ha esposto i lavoratori ignari dei pericoli ad una serie di cancerogeni letali riconosciuti tra questi “AMIANTO”, “CVM (cloruro di vinile monomero)” e polveri volatili di PVC.

La mia esperienza comincia nell’agosto del 1988 nel reparto RPVC/S, poche generiche e banali spiegazioni e via guanti e chiavi in mano in mezzo all’impianto come un guerriero con l’unica differenza che non avevo armatura né armi contro ciò che era letale, lo avevo vicino e mi seguiva come un’ombra.

Ben presto mi trovai immerso in un impianto proiettato in una ottica consumistica, mirata solo a produrre incrementare il piu possibile la produzione, a discapito di questo le leggerezze commesse insite nel ciclo produttivo e la mancanza d’informazioni adeguate da parte di chi doveva tutelarci hanno fatto il resto.


Esporre per anni al degrado di linee e apparecchiature coibentate con amianto all’interno degli impianti e hai locali degli essiccamenti sapendo i pericoli, esserne totalmente a conoscenza, ma non informare gli operai forse era meglio non creare allarmismi inutili, ma il degrado di tali coibentazioni in amianto è direttamente proporzionale all’invecchiamento più invecchia più disperde ovviamente se non trattato con le dovute cautele, rilasciando negli ambienti microfibre micidiali tali da fare esporre al pericolo conosciuto come asbesto, non serviranno i nomi ma alcuni miei ex colleghi di amianto ne avevano ne hanno nei polmoni.

Le prime avvisaglie di una legge del 1992 art.13 la N° 257  sull’amianto non hanno scosso nemmeno chi doveva tutelare il diritto alla salute, non c’è stato nessuno che ne parlasse né sindacato né azienda per anni immersi e esposti al pericolo senza saperlo, sostituire guarnizioni o baderne, utilizzare materiali o guanti contenenti amianto, circolare e operare in impianto in alcune zone soggette a correnti ascensionali, se non fosse stato per qualche operaio sveglio della centrale termoelettrica ha esporre e sollevare il problema amianto questo forse sarebbe rimasto coperto il più possibile negli anni per volere dell’azienda.

Ricordo il volantinaggio dentro il reparto portavo i volantini in impianto e i sindacalisti e alcuni capi turno facevano sparire subito nessuno doveva sapere era il macabro rituale si ripeteva ogni giorno, la verità era una sola, porre l’azienda di fronte alle sue responsabilità à significava spendere investire dove nella salute degli operai, intervenire bonificare eliminare l’amianto; mica rendeva quello, si è dovuto attendere 1996 per vedere qualche intervento di bonifica sostanziale, e nel frattempo chi era li tutti i giorni in impianto a svolgere il suo lavoro ignaro di tali rischi, che tristezza che vuoto il senso di abbandono e chi doveva fare i controlli dov’era?, forse qualcuno lo avrebbero salvato, tanto cos’è una fibra di amianto nei polmoni dopo 20/ 30 anni può provocare l’asbesto, non dimentichiamo che non esistono limiti di esposizione è sufficiente una fibra, allora sei servito prima e dopo diventi un peso e chi se ne accorge quando sei in pensione e nel momento che potresti vivere sui ricordi di quello che eri, per vivere quello che con grande sacrificio hai costruito, vieni smembrato tagliato a fette macellato un pezzo alla volta.  

Il CVM altro micidiale cancerogeno riconosciuto tale dal 1973 presente nel reparto RPVC/S per le sue banali lacune impiantistiche, cosa serve porre dei valori limite di esposizione a tale cancerogeno forse a porre un rischio reale che qualcuno si ammali.

In impianto erano micidiali le aperture continuate dei reattori le polmonazioni dei serbatoi  le ventole di bonifica le manovre a rischio non calcolato, la mancanza di punti di segnalazione monitoraggio, e se esistenti non immediati hanno contribuito a esporre nel tempo il personale in impianto rischio esposizione CVM, il sistema di monitoraggio è legale mi sento dire spesso, si d’accordo ma inefficiente se non è in grado di tutelare chi lavora allora penso ci si debba porre una domanda, ci deve essere, per lo scopo principale ma non interferire più di tanto, finalizzando come scopo la produzione. 

Altro cancerogen
o un po’ snobbato ma non meno pericoloso la polvere di PVC lasciata per anni circolare liberamente nei locali essicamento zona torri e finiture negli ambienti di lavoro rilasciata in continuazione dai macchinari.

Ricordo spesso a fine turno si trovava in quantità visibile impregnatosi anche sugli abiti da lavoro durante il turno.

L’azienda come si tutela non elimina il problema anzi espone il personale obbligandolo a pulire i locali la dove sono i macchinari a produrre in continuazione polvere, ci consegna una maschera a filtro nel 1996/98 per proteggerti,  e per anni non interviene a eliminare il problema all’origine. 

Col passare degl’anni strano ma vero invece di diminuire gli impatti ambientali mi sembrano aumentati proporzionalmente con la produzione, la polvere è rimasta nel febbraio del 2001 come quando fui assunto, anzi la tendenza è quasi dell’abbandono, altri problemi legati al CVM fondamentalmente con l’aggiunta di una colonna C1009 per il recupero dei gas che doveva migliorare gli sfiati, ma si è visto inefficente, poi con la produzione del copolimero costretti a strappare CVM in parte in atmosfera col procedimento di omogeneizzazione, anche dai camini essiccamento PPM non si sono di certo ridotte le emissioni visto le portate degli stessi, non dimentichiamo la potenzialità 1988 nelle 24 ore 350 tonnellate  nel 2001 oltre 700 tonnellate nelle 24 ore, oggi è una sorta di diluizione non essendo in un unico punto ne fruisce la legalità, ma le emissioni  saranno da valutare con attenzione.

Questi sono i principali ingredienti del coktail micidiale dentro al petrolchimico ma altre sono le sostanze presenti nei reparti non meno pericolose con le quali si convive ogni giorno nelle normali attività lavorative un rapporto rischio esposizione continuo anch’esso da valutare.

Ognuno di noi se può tragga le sue conclusioni.

 04/ 06/ 2002

                                                                       Marco Tebaldi

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