In vista delle elezioni europee, CGIL, CISL e UIL e Confindustria hanno lanciato un “Appello per l’Europa”. Una presa di posizione inutile, passata inosservata tra i lavoratori e nel dibattito politico.


Parlano di Europa ma tutti siamo "europeisti" e vorremmo abbattere le barriere tra tutti i popoli europei e della terra intera. Tutti siamo "europeisti" e vorremmo la pace, la libertà, la democrazia e l'eguaglianza tra i popoli, e la maggiore unione possibile dell'Europa sul piano sociale, culturale, scientifico, artistico, sindacale e anche produttivo e commerciale.

Ma in politica esiste l'Unione Europea e non l'Europa, ed è tutt’altra cosa.
Secondo i firmatari:….. l’UE è stata decisiva nel rendere lo stile di vita europeo quello che è oggi. Ha favorito un progresso economico e sociale senza precedenti con un processo di integrazione che favorisce la coesione tra Paesi e la crescita sostenibile. Continua a garantire, nonostante i tanti problemi di ordine sociale, benefici tangibili e significativi, nella comparazione internazionale, per i cittadini, i lavoratori e le imprese in tutta Europa”.
I firmatari fingono di ignorare che siamo nel mezzo di una crisi della ue e dell'eurozona, che l'economia europea è nuovamente sull'orlo di una crisi recessiva e fingono di ignorare gli effetti delle politiche di austerità degli ultimi dieci anni sui lavoratori e in particolare sull’economia dei paesi del sud Europa.
Fingono di ignorare che l'Unione Europea è costruita dichiaratamente su ideologie liberiste e che le politiche restrittive imposte dalla Commissione Europea hanno frenato l'economia europea, hanno diviso le nazioni europee, e, in Italia, hanno provocato più povertà, più disoccupazione e maggiore diseguaglianza sociale.
Nel nome della assoluta libertà dei capitali finanziari, la UE persegue politiche di precarietà lavorativa, di riduzione dei salari, di compressione dello stato sociale, di privatizzazione selvaggia dei servizi sociali e del welfare, di pareggio di bilancio in Costituzione.
Fingono di ignorare tutto ciò perché le politiche della UE sono le stesse da loro perseguite, scelte maturate a metà anni 70 prima nel Pci e poi dalla cgil di Lama e da tutte le altre organizzazioni con l’accettazione del vincolo esterno, cioè il mercato mondiale, della riduzione dei salari, la riduzione del welfare, la flessibilità e la riduzione dei diritti.
Oggi si chiama austerità, allora sacrifici ma la sostanza non cambia. Il neoliberismo lo hanno accettato in Italia prima ancora della UE; ecco perché è normale per loro continuare ad essere subalterni e proseguire sulla stessa strada.
Lo slogan “ce lo chiede l’Europa” è stato il paravento col quale hanno accettato la modifica del sistema di contrattazione salariale collettiva, lo stravolgimento del sistema pensionistico allungando l'età pensionabile, la riforma della Costituzione per introdurre obbligatoriamente il pareggio di bilancio e di fatto la riduzione della spesa pubblica e il blocco degli investimenti.

La conferma della volontà di stare nelle compatibilità delle politiche UE risulta evidente dalla mancanza nel documento di misure per favorire gli investimenti indispensabili per lo sviluppo, per la riduzione degli orari di lavoro, per contrastare disoccupazione e precarietà del lavoro, per garantire redditi welfare e diritti. Non serviva un documento del genere per capire la loro politica: è quella che i lavoratori subiscono da anni e contro la quale va costruito il conflitto.
20 maggio 2019
CUB Milano



 

 

 

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