Oggi Cub Nazionale pubblica questo documento   di 6 pagine in occasione del Ricordo  di Giorgio Tiboni. Foto  assemblea Consiglio di Fabbrica ex  Alfa Romeo  di Arese 

Il documento allegato in pdf  con didascalie per riportare le fonti utilizzate (bibliografia)

 

PIERGIORGIO TIBONI, IL CONTROLLO OPERAIO, LA FIM-CISL E LA CUB: SPUNTI DI ANALISI PER LA FASE ATTUALE


Lo studio e la critica dell’organizzazione del lavoro e della società capitalistica sono ambiti di ricerca ormai dimenticati nelle pubblicazioni accademiche e nel mondo della cultura più in generale. A discapito di questa rimozione, vi è stato un periodo storico, tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, nel quale le riflessioni sulla natura del neo-capitalismo italiano furono ampiamente utilizzate per contestare tanto l’organizzazione capitalistica del lavoro nella fabbrica fordista, basata sulla rigida applicazione dei principi tayloristici (Taylor 2004), quanto il potere del capitale sulla società.

Di questa ripresa fu sicuramente porta-bandiera la Fim-Cisl (1972). In quel decennio, infatti, l’organizzazione dei metalmeccanici cattolici fu quella maggiormente in grado di interpretare, sotto la direzione di Pierre Carniti (Torneo 1976), le nuove richieste di una giovane classe operaia, giunta nelle metropoli industriali del Nord Italia, attraverso duri percorsi migratori, dalle campagne del Meridione.

La caratteristica innovativa di questa organizzazione sindacale fu la capacità di saldare ad una conflittualità diffusa nei processi produttivi una linea sindacale classista e di massa basata sul valore dell’autonomia (che non fu mai confusa con una presunta apoliticità dell’azione sindacale) e sulla riscoperta di forme e strumenti di lotta consiliari e radicalmente democratici (con il lessico di Raniero Panzieri si potrebbe parlare di riproposizione di tematiche legate al Controllo Operaio).

Tutto ciò, permise agli operatori sindacali fimmini di mescolare, più o meno consapevolmente, i capisaldi della scuola contrattualistica del Wisconsin, attraverso la mediazione della figura di Selig Perlman (1956), il messaggio evangelico rilanciato dalle encicliche sociali ed una cultura di origine neo-marxista in cui, accanto al fondatore della rivista dei «Quaderni Rossi», figuravano le riflessioni più stimolanti elaborate dai principali teorici della Scuola di Francoforte, Herbert Marcuse fu sicuramente un punto di riferimento importante (Manghi Cella 1972).

Come ricordavano Mariano Regini ed Emilio Reyneri (1974), la strategia sindacale della Fim-Cisl si poteva qualificare come il tentativo, più ambizioso nel panorama sindacale dell’epoca, di ripensamento e di imposizione di una diversa forma di organizzazione del lavoro alternativa e contraria a quella padronale. Il risultato finale di questo sforzo,sarebbe dovuto essere quello di promuovere una progressiva disalineazione del lavoro operaio, rifiutando al contempo forme di cogestione o di cooptazione subalterna delle rappresentanze sindacali dei lavoratori.

In questo senso, la critica alle ideologie «oggettivistiche» del progresso tecnologico, proprie di tutte le organizzazione tradizionali del movimento operaio italiano del Novecento, e l’attenzione alle concrete iniziative di lotta avanzate dai lavoratori nei luoghi di lavoro, in particolar modo nella grande fabbrica, non potevano non divenire patrimonio genetico di questa organizzazione (Panzieri 1976). A proposito delle tematiche appena richiamate, è importante ricordare anche come ad una concezione positiva del conflitto sociale (in quanto contraria ad ogni teoria del crollo improvviso e spontaneo o fatalistico del capitalismo) si associava la ricerca di una continua contrattazione su ogni aspetto delle condizioni di lavoro e di vita dell’operaio. Solamente in questo modo, la forza contrattuale conquistata dalla classe operaia nei luoghi della produzione seppe rompere i ristretti argini delle mura delle imprese capitalistiche per intercettare bisogni sociali più generali quali migliori servizi pubblici, abitazioni accessibili e più confortevoli, la questione ambientale, di genere e così via (Bihr 1998).


Ad ogni modo, però, i venti gelidi della normalizzazione politica e sindacale del movimento operaio italiano trovarono, dal 1973 in avanti, un valido alleato non solamente nella crisi economica, che da lì a pochi anni avrebbe complessivamente ribaltato i rapporti di forza tra le classi nei paesi occidentali e nello scenario internazionale (Harvey 2015; Screpanti 2013), ma anche nell’arrendevolezza dei rispettivi gruppi dirigenti nazionali che non seppero o - per meglio dire - non vollero sottrarsi ad un processo di progressiva burocratizzazione ed istituzionalizzazione delle rispettive organizzazioni sindacali e politiche (Scalfari 1978). In questo contesto, una delle poche personalità di rilievo nazionale che, nel corso degli anni Ottanta, seppe costruire e praticare una coerente alternativa alla deriva concertativa e moderatrice del conflitto di classe nel nostro paese fu Piergiorgio Tiboni (2015), il quale, non a caso, subì, insieme a tutto il suo gruppo dirigente milanese, prima un pretestuoso procedimento disciplinare per «lesa maestà» nei confronti del gruppo dirigente nazionale della Fim-Cisl e poi una vera e propria espulsione dall’organizzazione.

Quest’ultima data, infatti,potrebbe essere considerata come il punto finale di un processo di progressiva «normalizzazione» delle tre maggiori single sindacali dei lavoratori metalmeccanici nel nostro paese.
A fronte di quanto appena ricordato, questo breve testo non vuole fermarsi, però, ad una semplice rievocazione storica di un passato più o meno glorioso, ma vorrebbe provare, sulla base di quella esperienza, a discutere una serie di questioni che riteniamo fondamentali per il presente e per il futuro della nostra organizzazione sindacale, che trova, non casualmente, la sua origine proprio nella militanza «eretica» di Piergiorgio Tiboni e del gruppo dirigente milanese della Fim-Cisl.


In primo luogo, non si può non partire dall’importanza, per la preservazione della natura conflittuale della CUB, del valore dell’autonomia del sindacato dai padroni, dai partiti e dai governi. Questo aspetto, infatti, dimostra come solamente rifiutando qualsiasi logica di subordinazione gerarchica dell’azione sindacale a quella partitica si può rivendicare una difesa intransigente e coerente degli interessi dei lavoratori, tanto nei luoghi di lavoro quanto nella società (Mészáros 2016; Antunes 2020).

Inoltre, la pratica dell’autonomia del sindacato è il solo strumento che può rendere possibile un avanzamento della coscienza politica dei lavoratori senza il riprodursi di una deteriore ideologia di avanguardia legata a questo o a quel «capo» politico, più o meno presente sui principali mass-media.


In secondo luogo, il valore dell’autonomia del sindacato si intreccia indissolubilmente con quello della democrazia che deve orientare l’azione della nostra organizzazione sia nei confronti delle controparti datoriali ed istituzionali (ricordiamo che una delle principali richieste della CUB è una legge realmente democratica sulla rappresentanza sindacale) sia nella composizione, a tutti i livelli, degli organismi interni del nostro sindacato (dal momento che solo il più ampio dibattito democratico può produrre una autentica sintesi collettiva, cioè contraria a qualsiasi forma di unanimismo di facciata).


In terzo luogo, l’esperienza storica dalla Fim-Cisl, ma anche quella più recente della CUB, dimostra come solamente una radicata presenza nei luoghi di lavoro – fatte le dovute distinzioni di epoca storica – permette di pensare un progetto alternativo in grado di contrastare efficacemente il potere del capitale in ogni sua dimensione. A questo proposito, infatti, bisogna rendersi conto di come i rapporti di sfruttamento e di subordinazione iniziano a costruirsi dopo aver varcato i cancelli delle aziende o le porte degli uffici per poi generalizzarsi nella società capitalistica. Ribadire questo principio, contro ogni ipotesi di «sindacalismo metropolitano» (Vasapollo 2007) o ridotto a puro erogatore di servizi per i suoi iscritti, non costituisce una rivendicazione nostalgica del passato, ma vuol dire avere la certezza che un sindacato classista, democratico e conflittuale potrà svolgere adeguatamente il suo compito, cioè lottare per l’emancipazione dei lavoratori salariati, solamente se sarà in grado di coinvolgere questi ultimi a partire dai luoghi di produzione, di immagazzinamento, di trasporto e di consumo delle merci.

Qualsiasi progetto di trasformazione sociale sarebbe votato inevitabilmente al fallimento se non fosse in grado di modificare, in maniera complessiva, i rapporti di forza, a favore dei lavoratori, in tutte queste singole sfere. Dunque, compresa in questi termini, la centralità del radicamento nei luoghi di lavoro non potrà, in nessun modo, scadere in derive corporative delle singole categorie o dei singoli gruppi.
Infine, l’ultimo insegnamento, che possiamo trarre dalle vicende storiche a cui ci ricolleghiamo, è l’internazionalismo delle lotte contro ogni chiusura nazionalistica. Questo nostro richiamo non ha un contenuto astratto o moralistico, ma trae forza dalla presa d’atto dalle evoluzioni più recenti del modo di produzione capitalistico e delle imprese capitalistiche (Bellofiore 2012a; 2012b).

Non solamente abbiamo di fronte a noi il mercato mondiale, ma anche la struttura delle aziende ha assunto una dimensione compiutamente trans-nazionale (Greco 2011), un esempio abbastanza intuitivo di questa tendenza potrebbe essere quello di Stellantis, nata dalla fusione di FCA e PSA. In questo modo, ieri come oggi, la CUB è chiamata, sempre di più, ad adeguare le sue azioni di lotta al livello di scontro che impongono le controparti. Ovviamente, questa consapevolezza non ci porta a ritenere ininfluente la dimensione nazionale (tanto che l’elaborazione del piano di azione della nostra organizzazione si pone principalmente a questo livello), ma ci impone di valutare, in maniera sempre più approfondita, l’intersecarsi dei diversi livelli a cui si svolge il conflitto di classe. In questo senso, se ci attardassimo ancora su strade di retroguardia saremo destinati alla sconfitta.


Giunti alla conclusione, è possibile sintetizzare in quattro punti i valori che la CUB eredita dal suo passato e che è chiamata, in questa nuova fase, ad aggiornare: l’autonomia, la democrazia, il radicamento sui luoghi di lavoro e l’internazionalismo. In estrema sintesi, sono queste le stelle polari che devono guidare la crescita e lo sviluppo della nostra organizzazione sindacale. Solamente se saremo all’altezza di questo compito, potremo sia contrastare l’offensiva che il padronato, da circa quattro decenni, sta portando avanti nel nostro paese, sia rilanciare una piattaforma con il fine di favorire una generale ricomposizione di un mondo del lavoro sempre più precario, atomizzato e frammentato (Antunes 2016).


17 marzo 2021 CUB Nazionale


BIBLIOGRAFIA:
Dall'«assalto al cielo» all'«alternativa». oltre la crisi del movimento operaio europeo, Alain Bihr, 1998 - BFS edizioni;
Fabbrica territoriale e sindacato metropolitano, in Storia di un capitalismo piccolo piccolo Lo stato italiano e i capitani d’impresa dal ’45 ad oggi, Luciano Vasapollo, 2007 - Jaca Book;
Gian Primo Cella e Bruno Manghi scrivevano:«non è facile determinare con chiarezza l’«ideologia» che andava prendendo piede tra i quadri e i dirigenti della Fim. (…) Piuttosto se c’è stata una lettura fatta da pochissimi quadri, ma indirettamente giunta a molti, si tratta di Ideologia e pratica dell’azione sindacale di Selig Perlman e dell’introduzione molto importante del Giugni. (…) In termini chiari il Perlman celebra la potenza trasformatrice della lotta operaia, ne esalta la componente istintiva e pragmatica, l’autonomia rispetto alle ideologie di partito e agli intellettuali, indica una terza via che respinge il marxismo senza cadere nelle braccia dei padroni. (…) Parallelamente, un settore importante dei quadri Fim e cioè quanti provenivano da un’esperienza attiva nelle associazioni religiose, era influenzato dalla dialettica interna che prendeva a manifestarsi anche alla base del mondo cattolico italiano. Le encicliche sociali non potevano più rappresentare una fonte viva di ispirazione quotidiana. Il loro ruolo era stato quello di rendere legittimo ai cattolici occuparsi attivamente dei problemi sociali esorcizzandoli nel contempo contro le tentazioni del socialismo rivoluzionario (…).

L’ultima acquisizione «ideologica» è la tendenza egualitaria, la non accettazione (di tendenza s’intende) della logica del mercato del lavoro e quindi della divisione capitalistica del lavoro e dell’attuale modo di produzione. È chiaro che a questo non si sarebbe giunti se la Fim e la nuova Cisl non si fossero aperte negli anni dell’unità d’azione ad alcuni elementi fondamentali della concezione marxista. Non si è trattato ovviamente di un processo di conversione o di confluenza, ma del fatto che soltanto ricorrendo ad alcuni principi d’analisi marxista (e avendo il coraggio di chiamarli con il loro nome) si sono potute intendere contraddizioni e problemi coi quali la crescente attività del sindacato veniva a scontrarsi. (Cella Manghi - Dall’associazione alla classe. Una interpretazione della esperienza Fim-Cisl nel decennio ‘60 - De Donato, 1972)


Ideologia e pratica dell'azione sindacale, Selig Perlman, 1956 – La nuova Italia;
Il coraggio di volare. la Cub: venticinque anni di storia del sindacato di base, Piergiorgio Tiboni, 2015 - Guerini e Associati;
Il lavoro e i suoi sensi affermazione e negazione del mondo del lavoro, Ricardo Antunes, 2016 – Edizioni Punto Rosso;
Il sindacalista d'assalto Pierre Carniti e le lotte operaie, a cura di Claudio Torneo, 1976 - Sugarco;
Intervista a Luciano Lama, a cura di Eugenio Scalfari, 24 gennaio 1978 – La Repubblica;
L’imperialismo globale e la grande crisi, Ernesto Screpanti , 2013 – DEPS;
La crisi capitalistica, la barbarie che avanza, Riccardo Bellofiore, 2012 – Asetrios;
La crisi globale, l’Europa, l’euro, la sinistra, Riccardo Bellofiore, 2012 – Asterios;
La crisi della modernità, David Harvey, 2015 - il Saggiatore;
L'organizzazione scientifica del lavoro, Frederick W. Taylor, 2004 – Etas;
Lotte operaie e organizzazione del lavoro, Mariano Regini & Emilio Reyneri, 1974 - Marsilio Editori;
Lotte operaie nello sviluppo capitalistico, Raniero Panzieri, 1976 - Piccola biblioteca Einaudi;
Oltre il Capitale, István Mészáros, 2016 – Edizioni Punto Rosso;
Per un sindacato di classe, a cura della Fim-Cisl, 1972 - Sapere Edizioni;
Produzione globale, lavoro e strategia sindacale: alcune riflessioni a partire dalla teoria delle catene globali del valore, Lidia Greco, 2011 - Sociologia del Lavoro, n. 123;
Ricardo Antunes, Il privilegio della servitù, 2020, Edizioni Punto Rosso;

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