I centri antiviolenza denunciano in questi giorni di “quarantena” un calo delle chiamate di oltre il 50%. E questo non perché si è ridotto il numero delle violenze, ma perché le donne non hanno più la possibilità di chiedere aiuto, costrette a convivere 24 ore su 24 con l’uomo violento.


La costrizione in casa è difficile per tutti, ma nelle relazioni violente, aggravate da ansia, nervosismo, frustrazione, incertezza lavorativa, la convivenza forzata può esacerbare certe dinamiche, anche in presenza di figli, che sono costretti ad assistere a maltrattamenti e aggressioni.
I centri antiviolenza si sono attrezzati per fornire ascolto telefonico e assistenza h24, ma, ovviamente, le donne hanno difficoltà a contattarli per chiedere aiuto o consulenza.
Il 1522, numero d’emergenza, è attivo e può essere raggiunto anche via chat, tramite il sito o l’applicazione per smartphone, ma sono poche le donne che lo sanno o possono farlo.
La Ministra delle Pari Opportunità, Elena Bonetti, ha chiesto che i centri restino aperti, ma questo non risolve affatto il problema: l’emergenza sanitaria crea parecchie difficoltà anche per l’accoglienza. Non sempre è possibile accogliere nuove richieste, data la necessità di garantire spazi sufficienti a mantenere distanze di sicurezza, per evitare la diffusione del contagio. Inoltre sarebbe opportuno fare il tampone, prima di accogliere una donna, per non mettere a rischio le altre che già vivono nella casa.
Un segnale positivo viene dalla procura di Trento, che ha stabilito che, in caso di violenza domestica, non saranno più le donne e i bambini a dover lasciare la casa, ma verrà allontanato l’uomo maltrattante. Un provvedimento che ci auguriamo non resti solo sulla carta, soprattutto considerando il fatto che oggi i tribunali sono fermi e che quindi molte donne non hanno nemmeno possibilità di fare denuncia.
I DPCM emanati per fronteggiare l’emergenza sanitaria non fanno in alcun caso riferimento alle violenze domestiche e ciò è abbastanza indicativo di quale sia il livello di consapevolezza del problema!
Il governo ha emanato una serie di provvedimenti per sostenere le aziende (che godranno di agevolazioni, incentivi e finanziamenti pubblici indiretti) e ha fatto qualche concessione alle famiglie, ma ha totalmente dimenticato la violenza di genere. Le donne che fuggono da situazioni di violenza avrebbero diritto di recarsi in un centro antiviolenza senza timore di essere multate, nel totale rispetto della privacy; avrebbero diritto a una casa dove poter stare da sole o con i figli.
È necessario in questo momento reperire nuovi alloggi, ove poter accogliere gratuitamente le donne che ne fanno richiesta, senza aumentare il rischio di contagio; occorre aumentare i finanziamenti, per garantire la sicurezza delle donne e dei bambini; servono dispositivi di protezione, sanificazioni, igienizzanti, dispositivi elettronici gratuiti che consentano ai bambini, ospiti dei centri, di continuare a seguire le lezioni a distanza. Occorre prevedere un’assistenza psicologica per le donne che avevano finito il percorso nelle case rifugio e ora vedono dilatarsi i tempi per la propria autonomia.
Ora che le donne non possono scendere in piazza per far sentire la propria voce chiediamo a tutti i lavoratori e le lavoratrici in sciopero in questi giorni di inserire nelle loro rivendicazioni anche la richiesta di tutele reali per le donne contro la violenza di genere!

Roma 26 marzo 2020

CUB Donne

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