Assemblee pochissimo partecipate; concentrate in pochissime sedi; approvate, dove messe in votazione, da esigue minoranze ci dicono dello stato gravoso, e pietoso, della democrazia nei posti di lavoro.


E i sei sindacati “firmatari di contratto”, ricevono in tal modo il mandato a trattare sulle basi di quella “piattaforma”. E' così che si conquistano la medaglia di “sindacati maggiormente rappresentativi”. Ma questa è solo
la superficie. Dietro c'è la disillusione aperta, ora mostrata con sfacciata evidenza, di larghissimi strati di lavoratori che rispondono a loro modo, spontaneo, disorganizzato forse ma altrettanto limpido che “così non va”. Punto, di più non si può dire.

Il Contratto che dalle origini e sino a quando non è stato coscientemente svuotato dai “maggiormente rappresentativi” è il momento più adatto per un largo confronto che tragga il bilancio reale dopo anni di sacrifici e di politiche aziendali che hanno fatto arretrare la nostra condizione economica e normativa è divenuto oggi una passarella per dirigenti sindacali che fanno del sindacato una professione, senza spinta ideale, senza passione, senza aspirazione che non sia la propria carriera personale o familiare; yes men aziendali che avendo esaurito la funzione di pompieri sono saltati senza scrupoli sul cavallo vincente del mercato, dei “valori aziendali” sposando sino in fondo i concetti e facendone un proprio linguaggio. La trasformazione del sindacato da strumento di rivendicazione a soggetto “neutro”, una sorta di autority chiamato ad ntervenire solo per recepire e adeguare leggi e normative al Contratto: da corpo intermedio a costola aziendale che aspira ad una cogestione che in regime capitalista non può che essere ulteriore asservimento dei lavoratori allo stato capitalista.

Le diseguaglianze sociali gli appaiono “segno dei tempi”, “destino dell'epoca” anziché politiche di classe – quindi immodificabili. I bassi salari un “mal comune mezzo gaudio” ma, accidenti! perfettamente in linea con i “parametri” (fissati nei loro salotti). Il precariato, sino a ieri considerato eccezionale e da combattere perché aperto sfruttamento, ora che è divenuto un dato strutturale dell'occupazione di Poste, si può chiamare “politica attiva del lavoro”.

A noi lavoratori, sulle nostre spalle, il compito di ricostruire il sindacato di classe su basi di massa e democratico.

20 12 2019

CUB POSTE
COBAS POSTE
SICOBAS POSTE
SLG CUB POSTE

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