Nel 2014, Poste Italiane ha guadagnato ben 212 milioni di euro, che sono stati direttamente incassati dallo Stato per pagare le spese pubbliche. Ma, il governo insiste nell'idea di vendere e cedere ai privati il 40% della proprietà delle Poste (e, quindi, anche il 40% dei suoi incassi), per ricavare circa 3 miliardi di euro, una tantum, da gettare nel calderone della propaganda politica.
Ma questo non è il modo giusto di gestire le finanze pubbliche. Infatti, cedendo ai privati il 40% delle entrate annuali delle Poste, lo Stato perderà questi introiti sicuri per tutti gli anni futuri.


Ciò significa che lo Stato dovrà riempire questo grosso buco finanziario tagliando ancora di più le spese sociali (come sanità, pensioni, trasporti pubblici, scuola, tutela dell'ambiente e altro) oppure aumentando tasse, imposte e il debito pubblico (che si paga con altre tasse aggiuntive).

Il parlamento italiano deve tutelare il benessere comune.
Se il parlamento italiano fosse composto, nella sua maggioranza, da persone che tutelano il benessere comune, si dovrebbe sollevare indignato alla sola proposta di vendita e di cessione di un'azienda che produce tanti introiti finanziari per lo Stato (come sono le Poste), con i cui incassi è possibile sostenere le spese sociali, a beneficio della popolazione italiana più debole.

Ma, purtroppo, tutti i parlamenti dal 1993 ad oggi, cioè nel periodo dei governi Amato, Ciampi, Dini, D'Alema, Berlusconi, Prodi, Monti, Letta e Renzi, hanno seguito la strada di una politica antisociale e di protezione dei poteri forti finanziari, privatizzando le aziende statali redditizie.

Così, quella redditività è stata tolta allo Stato, ormai sempre più disgregato e diventato così povero da avere sempre meno soldi per le spese sociali, lasciando scoperti proprio i più deboli.

 


Da 17 anni, le Poste statali sono gestite da amministratori privati.

Dal 1998, le Poste sono una Società per Azioni, gestita da amministratori esterni privati.
Questo vuol dire che sono diventate una semplice azienda commerciale, cioè a scopo di lucro, mentre prima erano un'Istituzione dello Stato, esistente per servire la popolazione. Ecco perché le tariffe postali sono aumentate del 50% circa, mentre i servizi e gli stessi uffici postali sono stati ridotti, così come è stato ridotto il personale, di circa novantamila unità. La gestione degli amministratori privati, dunque, con continue riduzioni di personale, aumento dei prezzi e chiusura delle strutture di servizio postale, ha perciò contribuito fortemente all'aggravamento della disoccupazione e della crisi economica italiana, subita dalle famiglie e dai pensionati.

Vendere le Poste significa colpire a tradimento il popolo.
Le privatizzazioni hanno causato direttamente una disoccupazione altissima, iniziata con il taglio dei posti di lavoro nelle varie aziende pubbliche privatizzate, che ha portato al calo del potere di spesa delle famiglie, con conseguente riduzione degli incassi per molte attività commerciali, le quali così hanno chiuso, creando disoccupati in serie. Bisogna fermare questa continua azione di disgregazione dello Stato, perché l'unico scopo valido che può avere uno Stato è quello di tutelare il benessere del popolo, dall'arroganza dei poteri forti. L'enorme spreco finanziario per inutili o sproporzionati appalti civili e militari, molto spesso con tangenti incluse, ha generato una perdita immensa di soldi pubblici che non devono essere recuperati con il saccheggio della ricchezza popolare e danneggiando i ceti più deboli della società. Questo parlamento ha già tradito i lavoratori, con il Jobs Act, riportando l'Italia agli anni '30, per tutelare gli affari dei potenti. Le Poste sono un bene comune, che appartiene integralmente al popolo.

 maggio 2015

SLG-CUBSindacato Lavoro e Giustizia della Base dei Lavoratori di Poste Italiane
www.slgposte.it



 

FaceBook