Sabato 28 febbraio alle Stelline di Milano esperti di finanza, professori, bancari e avvocati hanno parlato di risparmio nel convegno organizzato da ACU e CUB: “Banche e clienti: quale rapporto nella vendita dei prodotti finanziari?”

Ci aspettavamo una buona affluenza ma, a dire la verità, non questo grande successo.  

La sala A delle Stelline era piena e molti sono rimasti in piedi. Sono arrivati risparmiatori traditi, lavoratori delle banche ingiustamente accusati, curiosi, giornalisti, gente comune che vuole sapere che ne sarà di tanti risparmi investiti, vecchi e nuovi iscritti all’ACU, e qualche seguace del professor Scienza che intrattiene il pubblico come se fosse Beppe Grillo il quale, peraltro, ha mandato ai partecipanti al convegno i suoi saluti.

Non è stato il “solito” convegno ma un’occasione per capire più a fondo alcuni temi che ormai sono cari a tutti e non solo agli esperti e per ricevere consigli su come difendere i nostri risparmi.  Ricordiamo ancora una volta che a questo proposito, per saperne di più, conviene rivolgersi direttamente all’ACU

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Ecco una breve sintesi degli interventi 

Marco Schincaglia

Segreteria nazionale Cub-Sallca (Credito e Assicurazioni)
“Da quindici anni a questa parte le banche italiane hanno scoperto i vantaggi della vendita di prodotti che garantiscono commissioni elevate come fondi comuni di investimento e polizze.

Il cambio di rotta inizia in un momento favorevole per i mercati finanziari ed è sostenuto dal tam-tam martellante dei media che fanno una vera e propria campagna propagandistica a favore dei prodotti del risparmio gestito. 

La svolta è accompagnata da una progressiva trasformazione dell’organizzazione del lavoro e delle politiche retributive. L’organizzazione del lavoro è finalizzata alla vendita dei prodotti più remunerativi, la clientela viene suddivisa in fasce di reddito e gestita in modo mirato.

Si va verso la fidelizzazione del cliente attraverso i consulenti. Questi diventano responsabili di un certo numero di clienti e devono agire per vendere di più e meglio secondo la convenienza dell’istituto bancario che mette in atto forti pressioni attraverso il sistema premiante.

Lo stipendio dei consulenti-dipendenti viene legato ai risultati di vendita  Si crea dunque un clima da venditori-piazzisti che alcuni lavoratori tollerano senza problema e altri invece non riescono ad accettare ascoltando la coscienza.

In mezzo ai due estremi la maggior parte dei lavoratori che si barcamena tra necessità dell’azienda e proprio senso etico. Noi denunciamo questa trasformazione dei lavoratori da consulenti a piazzisti. Riteniamo necessario recuperare la dignità dei bancari restituendo loro il ruolo di veri consulenti finanziari.

Che alla fine oltre a fare l’interesse dei lavoratori farebbe anche quello delle banche perché aiuterebbe a recuperare una fiducia ormai perduta” 

Pino D’Ippolito

Presidente nazionale AssociazioneConsumatoriUtenti

Il Presidente nazionale ACU ha fatto innanzitutto chiarezza sulle priorità: “prima di occuparci di authority del risparmio dobbiamo affrontare l’emergenza dei risparmiatori che devono essere risarciti. Coloro che sono incappati nelle maglie dei recenti investimenti fallimentari devono essere aiutati perché se lasciati soli possono ritrovarsi a gettare inutilmente altri risparmi facendo ricorso alla magistratura.

Non conviene perché il nostro ordinamento giuridico può garantire solo i singoli: infatti non contempla le “class action” ovvero le azioni di gruppo o collettive e si perde troppo tempo ad analizzare caso per caso. 

Noi come ACU invece possiamo aiutare i risparmiatori ad essere risarciti.

Abbiamo incontrato gli istituti bancari e l’accordo di conciliazione con BancaIntesa è già stato firmato. Ora stiamo per concludere un accordo anche con Capitalia: L’Istituto, che in un primo tempo non voleva trattare, ci ha poi ricontattato per riparlarne. Vuol dire che abbiamo agito nel migliore dei modi possibili per difendere i risparmiatori traditi. Inoltre con BancaIntesa siamo riusciti a fare un altro passo in avanti: Passera ci ha garantito che verranno rimborsati anche i dipendenti.

Una volta risolte queste priorità ci occuperemo del sistema. C’è una scarsa trasparenza e non sempre c’è una grande professionalità.  La gran parte delle operazioni di promozione dei servizi finanziari avviene in conflitto di interessi.

Tutto il sistema è attraversato da questo conflitto. E’ necessario cambiare rotta. La trasparenza e l’informazione sono fondamentali.

Credo che dovremmo lottare per affermare la responsabilità à dell’emittente del titolo e della Banca che lo colloca perché non ha senso che nel nostro Paese se compriamo un elettrodomestico difettoso ne rispondono produttore e venditore (per due anni) e invece in caso di investimenti non ne debba rispondere nessuno. La responsabilità à deve essere accertabile e sanzionabile”. 

Federico Merola

Esperto di finanza strutturata internazionale e docente di statistica economica all’Università di Viterbo

“Possiamo dire che la crisi dei mercati finanziari degli ultimi anni deriva solo in parte dal negativo andamento dell'economia reale, dipendendo in realtà anche da criticità interne al settore connesse alle regole che governano i mercati, il comportamento degli operatori e i meccanismi di sollecitazione e tutela del pubblico risparmio. 

A titolo esemplificativo vale la pena di soffermare l’attenzione su un mercato che ha giocato un ruolo determinante: quello delle obbligazioni societàarie (“Corporate Bond” o “Bond”). In termini generali, l’accusa principale emersa in questi mesi nei confronti dei Bond è che consentirebbero alle banche di trasferire il rischio dai loro bilanci al portafoglio dei risparmiatori. In una certa misura questo è un fatto positivo, perché moltiplica e valorizza lo strumento del debito all’interno di un sistema, andandosi a sovrapporre ai finanziamenti bancari.

Lo sviluppo dei “Corporate Bond” negli anni ’90 ha consentito di moltiplicare enormemente le potenzialità di credito dei sistemi finanziari, a beneficio degli investimenti.  Eppure, non vi è dubbio che qualcosa di importante non ha funzionato, denunciando una clamorosa inefficienza macroeconomica. I recenti eventi dimostrano che lo sviluppo iperbolico dei mercati obbligazionari presenta indubbiamente un rischio sistemico.

Quello, cioé, di avere un’enorme massa di risparmio non intermediata in base al criterio del merito di credito. E’ stata messa in discussione, in altre parole, la capacità delle banche di svolgere correttamente la loro funzione di intermediazione finanziaria, intesa come capacità di selezione dei migliori investimenti per il risparmio e per il sistema. 

Soprattutto in ragione del conflitto di interesse che esiste tra la banca che colloca obbligazioni per il proprio cliente–impresa, con il quale negozia le commissioni di collocamento, e il proprio cliente–risparmiatore, che le sottoscrive. Del resto, proprio i sempre maggiori conflitti di interessi che caratterizzano un sistema bancario estremamente concentrato a variamente partecipato da soggetti industriali, costituiscono il difetto di fondo sul quale si innestano, a catena, una serie di inefficienze di sistema.

Le soluzioni per limitare la deresponsabilizzazione delle banche sulle emissioni di Bond possono essere numerose: la prima potrebbe essere una garanzia di solvibilità obbligatoria da parte delle banche responsabili dei collocamenti.

In presenza di rilevanti conflitti di interesse (partecipazioni incrociate; rapporti consolidati; passaggio dal finanziamento bancario al debito cartolare, ecc.), oppure potrebbe essere prevista l’obbligatorietà di un rating all’emissione e l’obbligo per le banche responsabili del collocamento di mantenere in portafoglio un certa percentuale dell’emissione per tutta la durata del prestito.

Inoltre, in un contesto come quello italiano dovremmo introdurre delle norme più restrittive in relazione ai collocamenti intragruppo di prodotti finanziari. Infine, in casi di oggettivo e grave conflitto d’interesse nei confronti della clientela, dovrebbe entrare in gioco l’inversione dell’onere della prova. 

Sarebbe cioè la banca a dover dimostrare che nonostante il conflitto di interesse ha sostanzialmente e formalmente rispettato le regole e fatto tutto quanto avrebbe dovuto a tutela del piccolo risparmiatore. Unitamente alla “class action”, cioè alla Possibilità à di effettuare azioni di ricorso collettivo, sarebbe un elemento importante per conciliare le esigenze di sviluppo dei mercati con quelle di tutela dei piccoli risparmiatori. 

Beppe Scienza

Docente di matematica all’Università di Torino

Si occupa dal 1976 di risparmio e previdenza, sia al Dipartimento di Matematica dell’Università di Torino sia come pubblicista e libero professionista. È autore di oltre 400 articoli, pubblicati dal 1984 a oggi su quotidiani e periodici specializzati e non (la Repubblica, Libero, Milano Finanza ecc.), nonché di libri fra cui in particolare: “Il risparmio tradito – Come difendersi da bancari, assicuratori e giornalisti” (2001, Edizioni Libreria Cortina Torino), testo di denuncia dei danni del risparmio gestito e del basso livello del giornalismo economico italiano, ormai alla 4^ ristampa con oltre 13.500 copie vendute. Dal 2001 mette in Rete informazioni e denuncie sui temi del risparmio e della previdenza integrativa all’indirizzo: www.beppescienza.it 

Secondo Beppe Scienza “i crac di Parmalat e prima Argentina e Cirio – di per sé gravi - rischiano di far passare in secondo piano qualcosa di ancora più grave. Ovvero il fatto che da quasi 20 anni banche e reti porta a porta alleggeriscono i patrimoni dei loro clienti rifilandogli prodotti dannosi.

Con fondi comuni, gestioni patrimoniali, obbligazioni index-linked e polizze pseudo-previdenziali si ottiene anche 5% annuo in meno che facendo da soli. 

Il danno complessivo imputabile al risparmio gestito è stimabile nell’ordine del 15-25 miliardi di euro l’anno, quindi ben maggiore delle perdite causate da Argentina, Cirio e Parmalat messe insieme. Né ciò capita per caso. A monte c'è un piano sistematico per accaparrarsi il controllo dei soldi dei risparmiatori italiani. 

In particolare vale poi una regola ferrea: quando una banca propone un investimento, meglio dire subito di NO. C’è infatti da scommettere che sia dannoso o comunque di seconda o terza scelta.

Affidare i propri soldi in gestione non è neppure più sicuro che fare da sé, perché anzi il risparmio gestito espone a rischi che, facendo da soli, non si correrebbero.

Ciò è possibile perché gestioni e fondi comuni non sono affatto trasparenti, come ripetono alla nausea i loro propagandisti, fiancheggiati da un esercito di giornalisti economici che gli fanno eco come pappagalli. 

Milano 28 febbraio 2004

 

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CONTRIBUTO DEL SINDACATO COBAS-PT CUB(EX POSTE).ZIP 

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