21 ottobre: SCIOPERO GENERALE
   

Tempo di finanziaria, tempo di sciopero generale.

Lo sciopero proclamato da CUB e sindacalismo di base, però, non è il solito rituale di protesta, ma lancia alcune parole d’ordine per proporre un’alternativa alle attuali politiche economiche.

Prima, grande, questione è il tentativo di scippo del TFR.

A prescindere dal destino dell’attuale decreto Maroni, è evidente che continuerà il tentativo, caldeggiato anche da Cgil-Cisl-Uil, di mettere le mani sul TFR dei lavoratori. Si vuole modificare la sua attuale destinazione di “salvadanaio” per quando cessa il rapporto di lavoro, oltre che per l’acquisto della casa e per le spese mediche, per gettarlo nel business della previdenza integrativa, in previsione di ulteriori tagli alle prestazioni della previdenza pubblica.

La CUB, invece, vuole continuare a difendere l’attuale TFR, lasciandolo a disposizione dei lavoratori. La difesa delle pensioni passa per il rilancio della previdenza pubblica, la lotta all’evasione contributiva, il versamento di contributi consistenti, superando l’attuale precarizzazione dei rapporti di lavoro.

Questa è la seconda grande questione.

Le continue “riforme” del mercato del lavoro hanno fatto dilagare le varie forme di contratti precari, di cui abbiamo sperimentato l’introduzione anche nei nostri settori: contratti a tempo determinato, lavoro interinale, prima i contratti di formazione lavoro, ora il famigerato apprendistato.

E’ necessario cambiare questo stato di cose. Vogliamo che i giovani entrino nel mercato del lavoro con contratti stabili e a tempo indeterminato.

Terza, grande, questione, sotto gli occhi di tutti, è quella del reddito.
Gli accordi di luglio ’93 hanno favorito la progressiva erosione del potere d’acquisto di stipendi e pensioni e, dopo l’Euro, il suo definitivo tracollo. Grazie a queste politiche, il potere d’acquisto dei salari italiani è tra i più bassi d’Europa.

In Italia la ricchezza c’è, solo che è sempre più concentrata nelle mani di chi incamera profitti e rendite.

Poi si fanno rinnovi contrattuali per ottenere le briciole e i sindacati concertativi cantano vittoria.

E’ invece necessario chiedere forti aumenti salariali per tutte le categorie, per recuperare il potere d’acquisto.  Anche la Legge Finanziaria del 2006 si muove in una direzione del tutto opposta a quella che sarebbe necessaria. 

Le sue cifre sono note nei saldi finali (22 miliardi di euro) ma assai poco dettagliate nei contenuti specifici. E’ evidente comunque che la manovra del governo finirà per colpire in modo diretto e indiretto il reddito di lavoratori e pensionati.

I tagli alla spesa degli enti locali (3 miliardi di euro) finiranno per costringere regioni e comuni ad innalzare le tasse locali (come l’Ici) o a tagliare i servizi sociali, come asili, scuole materne, trasporti, assistenza all’handicap. La contestatissima “tassa sul tubo” (800 milioni di euro all’anno) che colpirà Snam e Terna (le reti di trasporto di gas ed energia) si tradurrà in un aumento delle tariffe e delle bollette, già lanciate verso rincari salati. 

 Discorso analogo per l’irresistibile ascesa del prezzo del petrolio: anziché sterilizzare tramite manovra fiscale il rincaro dei carburanti, il governo pompa il massimo degli utili dalle aziende semi-privatizzate come Eni ed Enel, tramite anticipazione dei dividendi, e pensa ad ulteriori cessioni sul mercato di quote azionarie.

Un discorso a parte merita poi la vicenda pensioni, il decollo della previdenza complementare e la destinazione del TFR.

Con un colpo di scena inaspettato, il 5 ottobre scorso si è assistito alla sospensione del varo della riforma ed al suo rinvio alle Camere.

Il governo ha subito, con tutta evidenza, una pressione così forte dalla lobby delle assicurazioni e delle banche, che non è riuscito a fare passare l’accordo raggiunto, tra Confindustria e sindacati, per la partenza vera e propria della previdenza complementare.

Questo rinvio denuncia la grande rilevanza finanziaria che riveste questa materia, l’intensità degli appetiti e la corposità degli interessi che stanno dietro alla volontà di spartirsi il diritto di gestire i risparmi dei lavoratori italiani.

Mentre la Confindustria si arrampica sui vetri per non tirare fuori il Tfr e i sindacati concertativi cercano di mantenere il controllo sui soldi attraverso i fondi chiusi di categoria, le banche e le assicurazioni pretendono parità di trattamento per i propri prodotti e si candidano a gestire in prima persona le pensioni privatizzate.

Il conflitto tra i vari soggetti in gioco è così forte che neanche il governo è riuscito a raggiungere una mediazione accettabile per tutti. Si rende necessaria una grande operazione di verità, cui come dipendenti del settore finanziario (che produce e vende prodotti di previdenza) possiamo dare un rilevante contributo, perché i lavoratori, tutti, possano effettuare una scelta autenticamente libera, informata e consapevole.

 Non dimentichiamo, infine, che mancano i fondi per la scuola pubblica, ma si continuano a sperperare soldi per andare in guerra.  
Dobbiamo chiedere una svolta radicale nelle attuali politiche economiche.

Mentre i sindacati concertativi cincischiano (forse attendono l’arrivo del governo amico….), la CUB e il sindacalismo di base chiamano i lavoratori alla mobilitazione, sulle loro parole d’ordine, per ottenere:

  • un profondo cambiamento della Finanziaria 2006, per tutelare i servizi sociali dello stato e degli enti locali;
  • il rilancio della previdenza pubblica e il mantenimento del TFR;
  • aumenti salariali a livello europeo e il ripristino della scala mobile;
  • l’eliminazione del lavoro precario e instabile, come purtroppo abbiamo visto introdurre anche nel nostro settore, con l’apprendistato a quattro anni e relativo sottoinquadramento.

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