FIAT e TATA: Gli abitanti di Singur, in Bengala occidentale, sperano ancora di recuperare la loro terra: il governo (comunista) l'ha requisita per darla in concessione alla Tata, che costruirà una fabbrica di automobili insieme alla Fiat. Ignorando la rivolta contadina


Ai bengalesi il Pc impone una Tata cattiva.
Gli abitanti di Singur, in Bengala occidentale, sperano ancora di recuperare la loro terra: il governo (comunista) l'ha requisita per darla in concessione alla Tata, che costruirà una fabbrica di automobili insieme alla Fiat. Ignorando la rivolta contadina
Marina Forti
inviata a Singur (Kolkata, India)
dal "Il manifesto" del 19 12 2007

Al di là del muro si intravvede un gran movimento di camion: spianano il terreno, preliminari per la costruzione dello stabilimento dove il gruppo Tata (in partnership con la Fiat) costruirà l'utilitaria più economica al mondo: sarà venduta per 100mila rupie, 2.500 dollari, l'auto «per tutti». E' considerato un progetto d'avanguardia, che potrebbe rivoluzionare il mercato dell'auto in un'economia emergente come l'India.
Al di qua del muro il signor Sujay Kumar Das, maestro di scuola elementare e coltivatore, siede sul bordo del suo minuscolo campo, quello che resta dei due ettari che lavorava insieme ai due fratelli: il resto è al di là del muro. Il raccolto del riso è appena finito, Das prepara la terra per seminare patate. E' terra ottima, la migliore della regione, dà quattro raccolti l'anno alternando riso e ortaggi. Mentre parla si forma un capannello.
Tutti parlano guardando il muro quasi con nostalgia: là avevano chi un ettaro, chi due, terra acquistata poco a poco magari dopo una vita da braccianti. «Con un bigha (mezzo ettaro, ndr) qui puoi fare centomila rupie l'anno di reddito, mandi i figli al college e risparmi qualcosa. E' un'assicurazione sulla vita», spiega Das. Poi però è arrivata la Tata.
«Non ci hanno ascoltato»
Gli abitanti di Singur l'hanno saputo dalla televisione, dice il signor Das. Era maggio del 2006: sugli schermi tv il chief minister (capo del governo) Buddhadeb Battacharjee, appena rieletto alla guida del Bengala occidentale, parlava di Tata e di un grande progetto che porterà sviluppo e lavoro. Un fulmine a ciel sereno.
Singur è una cittadina rurale di 20mila abitanti a 40 chilometri da Kolkata (così è stata ribattezzata Calcutta), un'ora di treno locale dalla stazione di Howrah, il distretto industriale della capitale bengalese sulla sponda occidentale del fiume Hooghly. E' formata da diversi villaggi dove vedo molte case di muratura, luce elettrica, buoni impianti di irrigazione, viottoli dove passano ragazze in bicicletta con l'uniforme scolastica e carretti con sacchi di fertilizzanti.
Il signor Das e i suoi vicini nel villaggio di Baraberi, frazione Purbopara, si chiedono ancora perché costruire le fabbriche proprio su quella terra così fertile. Ricordano che il 25 settembre 2006 una circolare ai locali panchayat, i consigli di villaggio (organi elettivi, come dei consigli comunali) dettava i criteri per le terre da acquisire. «Allora abbiamo capito che facevano sul serio».
Raccontano di quando sono arrivate autorità e tecnici per un sopralluogo, e li hanno accolti davvero male. Ma le loro obiezioni non sono mai state ascoltate, dicono: «Assemblee pubbliche, spiegazioni? Nulla». Raccontano molti scontri con la polizia: il più violento è stato quando sono arrivate le squadre per recintare la terra, proprio un anno fa, in dicembre. «Quel giorno eravamo tutti nei campi, intere famiglie con pale, forconi, qualunque cosa. La polizia ha cominciato con i lacrimogeni, poi ha picchiato». Una battaglia: «Ci hanno inseguito fin nelle case, sono entrati a picchiare a casaccio anche i vecchi e i bambini».
«Le resistenze della popolazione di Singur sono state represse fin dal principio con grande violenza», si indigna Tanika Sarkar, illustre storica alla Nehru University di New Delhi, che ha visitato più volte Singur con delegazioni di ricercatori indipendenti. Cariche di polizia, lacrimogeni, fermi. Nei momenti più caldi il governo ha imposto il bando sulle manifestazioni pubbliche e vietato l'accesso agli estranei al distretto: è stata cacciata via così anche Medha Patkar, la leader del movimento contro le dighe di Narmada, che anima un'alleanza di movimenti popolari. Più volte gli abitanti di Singur sono andati a manifestare a Calcutta, e anche qui ci sono state cariche. «Una violenza impressionante», insiste Sarkar.
C'è stato poi il terribile caso di Tapasi Malik, una ragazza di Singur, 18 anni, molto impegnata nel comitato per la difesa della terra: proprio un anno fa, il 18 dicembre, è stata trovata morta all'interno del territorio ormai recintato. Era stata violentata e uccisa, ma «sul momento la polizia ha manomesso le prove. Poi hanno detto che si era suicidata. Solo dopo varie proteste il governo ha ordinato un'indagine del Central Bureau of Investigation, ente federale. Infine un quadro locale del Pc ha confessato e indicato un complice, un dirigente locale del partito: ora sono entrambi in galera».
Le cronache inoltre parlano di quadri locali del Cpi-m scatenati contro i riottosi, accanto alla polizia: anche qui, come a Nandigram (vedi il manifesto, 12 dicembre), la sovrapposizione tra apparato di stato e partito di governo ha suscitato molte polemiche.
Ormai la terra requisita è recintata. Prima con una rete metallica (più volte tagliata per protesta), poi un muro e un fossato di cemento con guardie armate. Il governo del Bengala occidentale ha acquisito circa mille acri di terra (400 ettari) da quattro villaggi di Singur (Khaserberi, Gopal Nagar, Bajemelia e Baraberi). L'ha pagata bene, pare, secondo i prezzi correnti: 800mila rupie (21mila dollari) per acro di terra monoraccolto, fino a 1 milione (29mila dollari) per i terreni che danno due o più raccolti l'anno.
Il sottosegretario all'industria del Bengala occidentale M.V. Rao, responsabile dell'acquisizione della terra, ha affermato che dei 12mila proprietari identificati circa 9.000 hanno avuto in tutto 79 milioni di rupie, oltre 2 milioni di dollari (sono dichiarazioni riportate dalla stampa indiana). In gennaio Tata ha firmato il contratto di affitto per i prossimi 90 anni con lo stato del Bengala occidentale, in marzo ha annunciato l'avvio dei lavori. Per le autorità di Calcutta, quali che siano stati i problemi, ormai la questione Singur è chiusa.
Non così per gli abitanti della cittadina nel distretto di Hooghly, dove il dissenso sembra pronto a riesplodere. Certo, parte della popolazione di Singur ha venduto la sua terra allo stato senza obiettare. «Altri però non volevano affatto vendere», spiega Tanika Sarkar: «Certo, molti hanno accettato i risarcimenti, cosa potevano fare? Ora si dice che hanno acconsentito, ma non hanno avuto scelta».
La riforma agraria capovolta
Gli abitanti di Singur insomma si sono divisi. «Quelli che hanno venduto volentieri la terra sono i proprietari absentee, che non la lavorano ma la davano in affitto a mezzadri», fa notare Das. Certo chi visita oggi questi villaggi sente contrarietà e amarezza. E la divisione ricalca la stratificazione di classe di questo distretto rurale, ridisegnato dalla riforma agraria.
La redistribuzione delle terre è stata forse la maggiore conquista del Fronte delle sinistre guidato dal Partito comunista (Cpi-m), andato al governo nel 1977 dopo una dura battaglia elettorale proprio sull'onda di lotte contadine (tutt'oggi l'80 percento della popolazione del Bengala occidentale è rurale). La riforma agraria ha limitato la proprietà terriera (applicando il Land Ceiling Act, legge federale che però non è stata realizzata ovunque), obbligando i proprietari a vendere le terre in sovrappiù, e ha riconosciuto ampi diritti a braccianti e mezzadri.
Le persone che oggi guardano sconsolate il muro della Tata sono tra i beneficiari della riforma. Erano contadini senza terra, mezzadri, poi col tempo hanno potuto acquistare un ettaro o due, hanno costruito case di muratura condivise dalla famiglia allargata (nonni, due o tre fratelli con le rispettive mogli e figli). C'è chi ha anche aperto un negozietto in paese, chi lavora in una delle fabbrichette agroalimentari della zona: Singur è un'economia rurale prospera. Poi ci sono i vecchi proprietari terrieri, quelli che con la riforma hanno perso il controllo dei loro 15 o venti ettari e si sentono vittime, caduti in miseria, indifesi dallo «strapotere» di mezzadri e braccianti.
Inutile dire che i beneficiari della riforma agraria sono la base elettorale del Partito comunista, che gli ha permesso di vincere sette elezioni consecutive restando al governo per trent'anni; gli ex proprietari invece hanno visto il governo delle sinistre come il grande nemico. Per ironia ora è il contrario: i vecchi proprietari si dicono felici di cedere terra su cui non avevano più il controllo - e a un buon prezzo, per di più. Mentre i beneficiari della riforma agraria non si rassegnano a perdere i campi acquistati con tanta fatica, e si sentono traditi.
Poi c'è la faccenda dei risarcimenti. Il governo del Bengala Occidentale ha riconosciuto compensi sia al proprietario nominale della terra che all'eventuale mezzadro: ma se questi ha diritto al 75% del valore del raccolto, quando lo stato acquisisce la terra la proporzione è inversa, solo il 25% del risarcimento va a chi in effetti ne ricavava da vivere. «Questo contraddice il principio stesso della riforma agraria», osserva Tanika Sarkar. Per non parlare dei braccianti, tra cui molti venuti da distretti depressi degli stati confinanti: loro sono in perdita netta.

L'appello all'Alta Corte
Nella frazione Purbopara di Baraberi pochi hanno riscosso il compenso offerto dallo stato: sperano ancora di riavere la propria terra. Confidano nella petizione collettiva presentata all'Alta Corte del Bengala occidentale, a Calcutta. La Corte in effetti ha trovato alcune irregolarità nel processo di acquisizione della terra per la «zona economica speciale» di Singur; una sentenza del giugno scorso ha ammesso che il 30% è stata presa da contadini non consenzienti.
Circa 300 acri dunque sono ancora in gioco. «Qualcuno ha ceduto per paura o perché non ce la fa», dice la signora Sikha Maihi seduta davanti alla sua piccola casa di muratura. Lei ha perso tutta la terra che aveva, ora la famiglia campa con i lavoretti che il marito trova in paese e con i risparmi, ma resiste. «Non accetteremo soldi, vogliamo la terra da coltivare», fa eco la signora Dali Manna su un'aja piena di fascine di riso.
«Se non avremo una sentenza favorevole andremo alla Corte suprema», ripete il signor Das al bordo del suo campo, mentre i suoi vicini annuiscono - gli occhi sempre puntati su quel muro.
2 - continua

 

 

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