Il caso del petrolchimico - Un pm come Erin Brockovich contro i veleni di Marghera - Misteri, morti, carte sparite. Esce oggi il libro "LA FABBRICA DEI VELENI" di Felice Casson sul processo alla Montedison

 

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«Boh... Tutti moriamo, prima o poi. Anche voi. Oppure credete d'essere immortali? », sbuffò l'avvocato Massimo Dinoia, annoiato dallo stupore scandalizzato dei cronisti per la sentenza che quel 2 novembre 2001, giornata dei morti, aveva incredibilmente assolto tutti i dirigenti del Petrolchimico sotto inchiesta per la morte di 152 operai colpiti dal cancro. «Tutti moriamo, prima o poi», ribadì il suo collega Pierfranco Pasini, che coordinava la difesa Enichem: «Il problema non era sapere di cosa sono morti. Ma se gli imputati erano responsabili del loro decesso».
Battute sfrontate fino all'indecenza, tra le grida indignate dei parenti delle vittime che piangevano a dirotto. Battute di cui forse si sono poi pentiti e che tornano in mente a ogni pagina del libro «La fabbrica dei veleni» (352 pagine, 16 euro) in uscita oggi per Sperling & Kupfer. Avete presente il film omonimo nel quale Julia Roberts impersona Erin Brockovich, la giovane mamma bella, strampalata ma grintosissima che riesce a incastrare una multinazionale della chimica colpevole di aver portato la morte tra gli abitanti di un paesotto americano?
Ecco, Felice Casson racconta una storia per qualche verso simile. Con una differenza: lui, prima di lasciare la toga per entrare a Palazzo Madama (dove ha presentato vari disegni di legge sulla tutela della salute sul lavoro) quella storia l'ha vissuta da dentro, come titolare dell'inchiesta.
Cominciò tutto in una afosa giornata d'agosto quando, nell'ufficio del magistrato, a Venezia, entrarono un anziano avvocato e Gabriele Bortolozzo, un operaio del petrolchimico di Marghera che da anni denunciava i rischi di chi lavorava alla produzione del cloruro di polivinile che con la sigla Pvc è una delle materie plastiche più diffuse al mondo.
Casson lo ricorda bene, il documento che gli consegnarono: «Leggo, ma non credo a quello che leggo. Rileggo e mi sembra una denuncia fuori dalla realtà ».
Possibile che l'azienda sapesse tutto ma, come avrebbe rivelato un documento, preferisse «correre dei ragionevoli rischi» piuttosto che «affrontare oggi perdite di produzione e costi sicuri per evitare conseguenze possibili in futuro»?
Le indagini sarebbero durate anni e anni. E ripercorrerle tappa per tappa, tra aneddoti e rivelazioni ed episodi sconcertanti, aiuta a ricostruire non solo l'avventura umana di un giudice che non si è dato per vinto finché non ha ottenuto giustizia per chi come Tullio Faggian veniva quotidianamente mandato con una ridicola mascherina a calarsi dentro l'autoclave del Pvc (una specie di gran frullatore) a togliere le croste alle pareti con uno scalpello di legno «per evitare scintille, che avrebbero potuto far esplodere i gas», ma anche tutte le ostilità, le menzogne, gli sgambetti, i trucchi più sporchi usati da certe multinazionali per non rispondere del loro cinismo omicida. Un esempio?
Il tentativo di impedire al pm veneziano di rintracciare in Inghilterra Brian Bennett, a lungo responsabile della divisione servizi medici della ICI che aveva dato vita con l'Enichem alla societàà EVC Europa, per anni proprietaria degli impianti di Marghera: «Gli esperti pagati dall'Enichem ebbero il coraggio di rispondere al Tribunale che il dottor Bennett era purtroppo ormai deceduto ».
Falso
. Trovato da Scotland Yard, era vivo e vegeto: «Mai avrei pensato di incontrare e soprattutto di interrogare un fantasma». Documenti spariti, testimoni reticenti, lettere riservate sconvolgenti come quella della Montedison del 16 ottobre 1974:
«La relazione tra angiosarcoma e cloruro di vinile era stata già osservata in studi di tossicità condotti da alcune fra le stesse societàà chimiche produttrici (prof. P.L. Viola - Solvay italiana), ma era stata tenuta segreta e nessun provvedimento era stato adottato ». Per non dire di Sir Richard Doll («baronetto e quasi premio Nobel, ci tengono a precisare i legali delle societàà») del quale le difese annunciano per mesi l'imminente testimonianza che «dovrebbe confermare la non pericolosità del CVM» ma che non verrà fatto testimoniare mai perché salta fuori una vecchia relazione che diceva l'esatto contrario. O della sconcertante decisione di Roberto Castelli, ministro della Giustizia, di aprire un procedimento contro Casson (cestinato prima dal Csm, poi dalla Cassazione) con l'accusa d'aver detto la sua («La sentenza si commenta da sola. Io sto cogli operai e con la gente») sul primo verdetto d'assoluzione.
O della lettera anonima che cerca di far saltare l'Appello gettando letame sul giudice Francesco Aliprandi, lettera firmata (dettaglio infame) col nome proprio di Bortolozzo, l'operaio che aveva dedicato la vita a smascherare i veleni ed era morto travolto da un camion. Insomma, una grande avventura d'impegno civile e giudiziario. Di quelle che faranno arrabbiare qualche leguleio ma venir voglia a qualche ragazzo di fare il magistrato.
Un'avventura ricca di viaggi e urticanti rogatorie internazionali e colpi di scena come la scoperta a Lake Charles, in Louisiana, di un avvocato (William «Billy » Baggett Jr) che aveva messo da parte quintali di documenti sugli operai morti a causa del cloruro di vinile monomero negli Usa tra i quali la prova che uno scienziato sovietico, S.L. Tribuk, aveva già denunciato tutti i rischi nel 1959.
Un percorso ricco di misteri, come la rocciosa opposizione delle difese a uno dei due giudici a latere dell'Appello, Daniela Perdibon, cui veniva rinfacciato d'aver dato ragione anni prima a un operaio di Marghera, posizione identica a quella di Ivano Nelson Salvarani (il presidente della Corte d'Assise, mai nominato in 352 pagine) e rovesciata rispetto a quella di Antonio Liguori (lui pure mai nominato), giudice a latere della prima sentenza, che alle difese andava bene forse perché anni prima aveva archiviato la denuncia di Bortolozzo.

La condanna confermata in Cassazione di un gruppetto di dirigenti ritenuti colpevoli della morte di alcuni operai è stata il lieto fine col trionfo della giustizia?

C'è chi dirà di no, chi alzerà il sopracciglio, chi solleverà dubbi. Ma certo gela il sangue, ricordando gli operai morti e rileggendo certi documenti segreti, ripensare a certe osservazioni maligne dei periti della difesa: e se tutti questi operai non fossero stati colpiti dal cancro per colpa dei prodotti chimici ma del fumo?
Si sa che gli operai fumano.
E se fosse perché bevevano?
Si sa che gli operai bevono...

Gian Antonio Stella

dal "Corriere della Sera" del 11 settembre 2007

 

 

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