NASCE NEL SANGUE LA NUOVA FIAT IN INDIA - L'inchiesta vecchio stile su "DIARIO"- di Danielo Bezzi, da New Dehli – Roma
Da “DIARIO” 16 febbraio 2007

II nostro governo stringe accordi, la Fiat ne è il capofila. Ma dove sarà costruita la low cost car del futuro, le terre vengono espropriate con editti coloniali, violenze inaudite, massacri nel silen/io. E un Buddha Rosso, capo dell'enorme partito comunista del Bengala, alla falce preferisce il martello

13 GENNAIO 2006, RANCHI, CUORE DELLA RUHR INDIANA.
Sono da poco emersa dalla mattanza di Ralinga Nagar e sfogliando i giornali non posso non notare la foto sorridente di Sergio Marchionne, l'amministratore delegato della Fiat. Sta accanto al principale esponente della più importante famiglia industriale indiana, Ratan Tata, sfondo di Alfa Romeo rosso fiammante e contorno di manager in completo scuro. L'immagine viene dal Motor Show di New Delhi e segnala il «significativo accordo commerciale» raggiunto: l'obiettivo è per ora la reciproca valorizzazione del prodotto nei rispettivi mercati, ma si preannunciano sviluppi nei mesi successivi.

Provo disagio. Penso: «Ma non ci si poteva alleare con gente un po' meno... esposta?». Della mattanza di Ralinga Nagar ho scritto per Diario (26/5/2006): si era trattato di un ennesimo episodio di requisizione forzata a uso industriale (e proprio per Tata Steel, gli impianti siderurgici della famiglia Tata), però finito male. Dispiego di forza, magistrato, ruspe, trattori: un vero e proprio attacco militare, alle prime luci dell'alba, in un territorio in cui la tensione era alta da mesi. Alle ingiunzioni di sfratto erano seguite sassaiole, forse frecce, poi le mine (progresso che arriva a suon di mine?) e infine, per difendersi (dissero poi) i militari avevano sparato ad altezza uomo, come tutti poterono vedere in tv dai corpi dei feriti all'ospedale. Bilancio: 40 feriti, 13 morti, di cui 6 tradotti in carcere ancora vivi e poi restituiti cadaveri con i polsi mozzati e amputati anche dei genitali. Una violenza primitiva, indigeribile anche per la stampa e i canali tv normalmente poco attenti a quanto avviene nell'India nera dei tribali. Poiché mi trovavo in quella regione in quei giorni di Natale, alla cremazione andai anch'io. E il pianto delle donne, lo smarrimento cupo sul volto dei bambini, il senso palpabile di un'umanità braccata, violentata, offesa - mi era rimasto dentro. Un perché senza alcuna accettabile risposta.

Tra i tanti perché, uno proprio sul ruolo dei Tata. Perché proprio loro, perché proprio quell'industria che si pregiava di rappresentare il fronte illuminato, addirittura nobile del capitalismo indiano, gli uomini dell'acciaio che in cento anni avevano conquistato udienza in tutti i mercati del mondo? Perché non avevano detto nulla? Che aspettavano a dire qualcosa? Come potevano scivolare via di fronte a simili atrocità? E come poteva giustificarsi ora quella foto, con il sorriso tutta dentiera di Ratan Tata e l'altrettanto sorridente Sergio Marchionne: ma il torinese aveva visto la rassegna stampa? Non si preoccupava nemmeno dei riflessi negativi sul piano dell'immagine?

Niente. Qualche giorno dopo, 18 gennaio, eccolo di nuovo, articolo a tutta pagina nella sezione economica del Times of India con un titolo che a rileggerlo oggi sembra una barzelletta: «Dobbiamo liberarci dalla nostra arroganza di europei»...

Quasi un anno dopo: 2 dicembre 2006 in località Singur. In quest'area, nota fino ad allora solo per la sua fertilissima agricoltura, prodotto della riforma agricola successiva ai moti contadini degli anni '70, scoppia la sommossa. Parecchi feriti, centinaia di fermi di polizia. In prigione finisce anche l'attivista Medha Patkar. Oggetto del contenzioso: quasi i.ooo acri di terreno, circa 400 ettari in lotti di piccole dimensioni, che fino a ieri, a una media dai 3 ai 5 raccolti all'anno, erano una fiorente economia. Ma è su quei terreni che Tata Motors ha deciso di insediarsi per la famosa super-utilitaria del domani, la low cost car di cui si parla da anni.

Passaggio in India.
Il nostro governo stringe accordi che segnano il futuro dell'Italia. L'utopia di una macchinetta da duemila euro è al centro di tutto. Una stona che vede come protagonisti i Tata, la più grande dinastia industriale, dell'India, e la Fiat di Torino. Ma dietro i sorrisi degli accordi c'è purtroppo una scia di sangue, di soprusi, di medioevo brutale che tutti dovrebbero conoscere e che invece è tenuta sotto silenzio. (Nella foto: Ratan Tata e Sergio Marchionne)

Annunciato solo pochi mesi prima, a metà maggio, e fin da subito contestato dai vari Panchayat (consigli dei 5 saggi) dei villaggi, il progetto ha già registrato una giornata calda il 25 settembre 2006: scontri di polizia, tafferugli, arresti. E un morto, «grazie» al quale la notizia è stata ripresa anche dai media fuori dall'India. I contadini hanno le loro ottime ragioni: regolari certificati di proprietà, sicurezza dei campi, relativo benessere e poca voglia di diventare operai. Quelle di Tata Motors contano però di più per l'amministrazione del Bengala Occidentale: sulla loro scia arriveranno altri investitori, è già partita l'asta degli appalti, la partita va oltre quella low cast car, l'industria è un treno che non si può fermare.
E dunque «... that was thè moment of reckoning...», il momento della resa dei conti: queste le precise parole utilizzate dal quotidiano The Times of India come nel trailer di un vecchio film di far west. Iniziata all'alba, con una scorta di 600 sceriffi e 1.500 servi della gleba, forte di una legge del lontano British Raj (il Lana Requisition Act, anno di grazia 1894!) la recinzione dell'area richiede poche ore: 375 paletti di legno, n km di rete metallica per delimitare il perimetro; «completeremo la requisizione entro la settimana» dichiara il magistrato Vinod Rumar.

Eccidi e proteste.
Nella foto, la leader del movimento contro le espropriazioni forzate, Medha Patkar, durante un arresto davanti alla residenza del presidente del Partito del Congresso Sonia Gandhi. 

La notizia dei primi disordini arriva quello stesso giorno sul mio telefonino a Milano e la seguirò in seguito in tempo reale sul web.

Mi intriga il fatto che ci siano di nuovo di mezzo i Tata. Sebbene sia stata offerta l'opzione di altri terreni, non altrettanto estesi ma almeno non coltivati, il 6 dicembre l'operazione di recinzione dell'area viene completata con la forza in un clima sempre più incandescente. Una massiccia dimostrazione di protesta sigla lo stesso giorno la fine di un mito, per la storia dell' India e per l'area internazionale della sinistra: quello del «Partito Comunista più ampio e democraticamente eletto al mondo». Riconoscibile tra il Quarto Stato che sfila per le strade di Calcutta anche qualche faccia di ex leader naxalita. Tra essi Kanu Sanyal, che capeggiò l'occupazione delle terre di Siliguri che poi degenerarono nella rivolta di Naxalbari 40 anni fa. La storia che si ripete...

Passano i giorni e la protesta non muore. A capo del movimento una donnina paffuta e indomabile: Mamta Banerjee, leader del Trinamool Congress Party. Figura molto amata per la frugalità dello stile di vita e l'irreprensibilità con cui rappresenta la vocazione di base del suo partito. Come simbolo hanno una pianticella, per significare la vicinanza ai valori della terra.

Per dare massima visibilità alla protesta, Mamta Banerjee inizia un lungo sciopero della fame dichiarando di essere disposta a morire, ma non di arrendersi all'illegalità di questi espropri attuati con il ricorso a un editto coloniale. «È una guerra che lo stato ha dichiarato ai contadini» grida ai microfoni «lo sviluppo industriale non può affermarsi in conflitto con quello dell'agricoltura». In solidarietà con la Banerjee e con i contadini di Singur si rivedono per più giorni l'attivista Medha Patkar e le scrittrici Mahasweta Devi e Arundhati Roy, cui si uniscono l'economista John Dreze, lo

storico Sumit Sarkar e una folta schiera di artisti e intellettuali che continueranno ad animare il dibattito nelle settimane successive. Anche circa la natura speculativa di questa requisizione vengono avanzate argomentatissime critiche. «Se Maruti Udyog (diretto concorrente Tata nel comparto auto) produce 350.000 auto all'anno in 300 acri, perché Tata dovrebbe avere un'area tre volte più grande per una small car?» Ed è chiaro che non si tratta solo della small car, ma di un'intera città, annessi servizi, volano dei consumi: una colata di cemento che renderà Tata affittuaria di un gran bel business per la propria e le altrui conglomerate.

Ma c'è di più: nel ruolo che si immaginerebbe di mediatore e che invece è di «rappresentante» delle industrie Tata, ecco il Partito comunista del West Bengala, nella persona del leader Bhuddhadeb Bhattacharjee con chiare inclinazioni neo-liberiste - e molto lodato come la faccia nuova della sinistra. Benché solidale in passato con altri casi di sfollamento ambientale, il «Bhudda rosso» (così viene chiamato) si è fatto garante con i Tata circa il buon fine del progetto in vista degli ulteriori investimenti di cui il Bengala avrebbe «più bisogno, dopo la raggiunta autonomia alimentare».

A metà dicembre Fiat e Tata hanno appena finito di annunciare la joint venture relativa agli impianti Fiat (fino allora solo parzialmente utilizzati) di Ranjangaon, stato del Maharashtra, che il contenzioso sul fronte di Singur registra un climax di particolare gravita con il rinvenimento del corpo carbonizzato di una ragazza, Tapasi Malik, militante del movimento. La foto di quel grumo di carne mangiato dalle fiamme diventa subito cliccatissima su internet. Si parla di violenza carnale e di gruppo, di kerosene gettato sul ventre della vittima poi ridotta in falò. La violenza viene attribuita a un drappello al soldo delle industrie Tata in combutta con le forze dell'ordine. Versione smentita dalle autorità del Bengala ma comunque non chiarita da alcuna indagine.

Il clima di tensione cresce, con scaramucce e arresti nei giorni successivi, fino a che (fine dicembre) Mamta Banerjee è costretta a interrompere lo sciopero della fame durato per ben 24 giorni, e viene ricoverata in ospedale.

A fine dicembre, in contemporanea alla cover story su Panorama che in Italia decreta Sergio Marchionne «uomo dell'anno», anche Ratan Tata viene eletto «Indiano dell'anno» dalla tv nazionale indiana. Fa rumore, nella lunga intervista rilasciata, l'insinuazione che «gli animi di Singur siano aizzati dallo zampino della concorrenza». Immediate e molto energiche le reazioni di Jagdish Kattar, l'amministratore del più sicuro concorrente-Tata, ovvero Maruti Udyog: che ri-petutamente chiede chiarimenti.

L'ordine non regna in Bengala.
Nelle foto: a sinistra, la polizia schierata in forze nella zona di Singur (Calcutta) per impedire manifestazioni contro l'esproprio delle terre. A destra, la manifestazione del Trinamool Congress che contesta gli sfratti per fare posto alla nuova fabbrica di automobili.

Primi dì gennaio 2007. La rivista Down to Earth, edita dall'autorevole Centrefor Science and Environment di Delhi, ha appena inviato un'interrogazione al governo di Delhi circa la dubbia qualità ambientale di quel progetto low cost care connesso volano consumistico a Singur (considerato l'inquinamento delle città indiane e l'urgente bisogno di investire semmai in trasporti pubblici) che i disordini scoppiano di nuovo in un'altra area del Bengala, Midnapore. Qui ben 22.000 acri di terreno sono stati destinati al Gruppo Indonesiano Salini per un insediamento petrolchimico. La violenza raggiunge l'apice nella «notte del terrore» tra il 6 e il 7 gennaio con scontri tra «squadre comuniste» e «avamposti» contadini. Rimangono uccisi undici uomini senza che la polizia intervenga, l'intera regione esplode e l'8 gennaio tutto viene bloccato: Calcutta è deserta, niente trasporti, 1.500 in stato di arresto. Altra manifestazione studentesca il 9 gennaio, mentre quattro bombe esplodono nelle terre già perimetrate da Tata a Singur.

Parte una denuncia di Amnesty International. Sulla stampa il Buddha Rosso avanza l'ipotesi che si sia trattato di scontri «intercomunitari», con il risultato di provocare l'indignata reazione dei rappresentanti della comunità musulmana - che totalizza il 70% della popolazione della zona - e l'avvicinamento di alcune delle loro frange più estremiste al fronte naxalita, più che mai in auge man mano che la crisi continua. Qualche giorno dopo Bhattacharjee esprimerà rammarico per quanto è successo, ma non l'intenzione di ritrattare sugli impianti di Singur, dove anzi si annuncia imminente l'inizio dei lavori. Nel tentare di raggiungere l'area, Medha Patkar viene arrestata per la terza volta.

Pensando di tacitare almeno qualche obiezione, il Governo del Bengala pubblica sul website (www.wbgov.com) un documento di 372 pagine con i nomi dei 15.000 contadini che avrebbero acconsentito a vendere i loro terreni. Ma l'elenco riguarda solo 464 acri sul totale di 997 acri in contenzioso, ovvero non rappresenta la totalità delle requisizioni già effettuate; e tra i troppi nomi ripetuti molti denunciano le condizioni coatte del loro consenso...

Il 17 gennaio, due notizie. Una fosca: ennesimo morto ammazzato, questa volta un sindacalista. Una rasserenante: Tata Motors ha offerto un tour ad alcuni rappresentanti dei villaggi espropriati di Singur, nella culla delle loro fortune minerarie, a Jamshedpur, sud Jharkhand (ex sud Bihar). Perché possano verificare la superiore qualità della vita raggiunta in cento anni di amministrazione «privata» del territorio, senza i condizionamenti dell'amministrazione pubblica.

Ma quanti sarebbero, in effetti, i posti di lavoro promessi da quel benedetto insediamento industriale a Singur? Volano i numeri: 8, io, 20 mila... Ma altre fonti che hanno raccolto materiale nei sei mesi di escalation del conflitto dicono che non saranno più di un migliaio: della lavo cosi car solo una metà sarebbe fabbricata dentro gli impianti; il resto sarebbe «rifinito» dai vari vendors con funzione anche di assemblatori. Un po' la stessa cosa che già avviene ora in India con i leggendari meccanici tuttofare, in grado di ricavare un moto-veicolo da qual-siasi catorcio raccattato lungo la strada - però in uniforme e con lo stemma Tata ricamato sul grembiule, Indianjust in Time.

Nonostante la controversia sia più che mai aperta, nonostante il contratto di leasing con le autorità del Bengala non sia stato neppure firmato, il 21 gennaio Tata decide che il progetto non può attendere e passa ai fatti. All'interno dell'area contestata celebra il cosiddetto «bhoomi pooja», l'Omaggio alla Terra: rituale importante per l'India, che invoca il buon auspicio per ogni impresa che sta per partire. Con ciò viene sancita la proprietà Tata e l'inizio della recinzione in muratura. Mentre i lavori procedono con gran dispiego di forza pubblica, da Bhubaneswar (Orissa) il vecchio ma non arreso Kanu Sanyal (ex leader del rinascente movimento naxalita) dice che è l'ora di «una nuova rivoluzione comunista, che vendichi la sovranità nazionale dal disastro della globalizzazione e dal saccheggio delle multinazionali».

26 gennaio 2007.
A Singur il partito-contro non si da per vinto: un gruppo di donne cerca di dare fuoco a un tratto di recinzione. E la scintilla di un'ennesima esplosione. Nell'ultimo weekend di gennaio le campagne di Singur sono di nuovo in fiamme, proteste e dimostrazioni a scacchiera, arresti di militanti naxaliti, 40 feriti (tra cui n poliziotti), i.ooo fermi di polizia! Il Trinamool Congress Party contesta l'esiguità dei posti di lavoro promessi e denuncia i patti segreti tra il governo bengalese e Tata.

Il 29 gennaio, mentre a Dehli Sonia Gandhi ricorda il Mahatma Gandhi alla presenza dei rappresentanti di un buon numero di nazioni (Francesco Rutelli rappresenta il governo italiano) e auspica una «più giusta crescita per tutti», Mamta Banerjee lancia l'ultimatum: se entro il io febbraio Tata non recederà dai suoi piani, il suo partito non garantirà circa le conseguenze, in termini di ordine pubblico.

Ultimatum respinto, mentre Tata registra un grosso e corale plauso per la combattuta acquisizione del Gruppo siderurgico anglo-olandese Corus (peraltro punita dal mercato con un calo verticale del titolo) motivato dall'eccessiva esposizione finanziaria in condizioni di mercato assai fluttuanti per l'acciaio.

Sfruttando il vento in poppa, il governo del Bengala ribadisce: quello stabilimento creerà 12.000 posti di lavoro! E accelera (con il presidio della polizia) i lavori di recinzione intorno alle ex campagne di Singur. Gli scontri scoppiano nel frattempo anche a Kharagpur: altri 1.280 acri promessi (di nuovo) a Tata, questa volta compartoscavatrici. Marcia di contadini, lettera di protesta alle autorità: le cose tentate invano mesi prima (fin da maggio) per Singur.

Una rosa di rispettati opinionisti e intellettuali rende noti i risultati di un'indagine: gli abitanti delle aree interessate dagli scontri e dai gravi fatti di violenza sia a Singur sia a

Nandigram, non sono stati consultati, né individualmente né attraverso le tradizionali rappresentanze della democrazia indiana. Vengono rimarcate le ragioni di scetticismo circa un'opzione industriale che non offrirà un significativo assorbimento della popolazione, nonché l'insignificanza di indennità inadatte a compensare la sicurezza della terra.

Il 3 e 4 febbraio è un ennesimo weekend di marce, lacrimogeni, manganellate: 200 arresti, 40 feriti. Ciò non impedisce nell'altra area contestata (Nandigram) una manifestazione di 300.000 persone intorno alla coraggiosa Mamta Banerjee, che ai microfoni dice: «Finché mi rimarrà una goccia di sangue, mi opporrò». L'amministrazione bengalese si dice disposta a trattare, ma non sul progetto Tata di Singur. La guerrigglia continua, viene imposto il prohibitory arder. Dichiarazione di Ratan Tata: il progetto si farà, la small car uscirà nei tempi previsti, chi causa i disordini è contro lo sviluppo. E regala alla città di Galeotta un ospedale da 150 letti, per la cura del cancro.

Ultimi giorni: di nuovo scontri. Il 7 febbrario muore un poliziotto, pare linciato dalla folla. Il governo non recede: «Se torniamo indietro adesso non potremo recuperare poi...». Tata annuncia l'ennesima joint venture con la brasiliana Marco Polo per la produzione di bus turistici: l'impianto sarà tra i più grandi del mondo. E il Buddha Rosso, il capo del più grande partito comunista al mondo conclude: «II nostro vessillo non può ignorare le ragioni della Falce, ma è giusto dare ora priorità al Martello». Lungo il muro di cinta che nel frattempo cresce, cresce anche il numero delle donnine che distribuiscono il chapati, bambini che portano il chai.

Il 9 febbraio vengono rinvenuti altri due cadaveri: un ingegnere e il suo autista spariti da giorni. Si dice che fossero legati al progetto Tata. Tutte le vie di accesso verso Singur sono presidiate dalla forza pubblica in vista di una marcia indetta dall'indomabile Mamta Banerjee.

Alla conferenza stampa indetta nello stesso giorno a Palazzo Chigi per illustrare la missione ufficiale in India del nostro governo e della Confindustria, l'unica domanda che viene posta dall'esiguo parterre dei giornalisti riguarda proprio la questione di Singur: «Non imbarazza le autorità italiane questa partnership con una Tata Motors che tanti problemi sta provocando a livello di ordine pubblico?».

Risposta del presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo: «Tata è la prima industria dell'India». E ci va bene così.

 


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