Note a margine di un'ideologia a sostegno dei profitti aziendali - Fondi pensione, l'arca mistica del liberismo - Perché il meccanismo del «silenzio assenso» rappresenta l'ultima puntata della lunga offensiva contro la previdenza pubblica. Nota del prof. Giovanni Mazzetti


Quando un libro diventa un manifesto politico che copre un furto: Giuliano Amato e Mauro Marè, «Il gioco delle pensioni: rien ne va plus?»
Giovanni Mazzetti   il manifesto 3 luglio 07

Che cosa fa un predicatore impaziente a caccia di proseliti? Di solito disgrega la tranquillità o l'indifferenza dei suoi interlocutori, sostenendo che sta per giungere l'ora di un qualche «giudizio universale« e, per salvarsi, chi lo ascolta dovrebbe convertirsi. I più creduloni, spaventati da questa prospettiva, tenderanno a dargli credito, perché uno che sa prevedere il momento del giudizio universale sa ovviamente anche come farvi fronte. La storia del mondo occidentale degli ultimi mille anni è piena di esempi di sette nate su questa base, che dopo un breve fuoco di paglia si sono sistematicamente dissolte nel nulla per il mancato sopravvenire delle catastrofi in questione.
La novità dei tempi recenti è che i predicatori dell'apocalisse sono tornati sulla scena senza vestire più paramenti sacerdotali, ma laici abiti di «economisti» o di «politici», cosicché la minaccia non si riferisce più alla «fine del mondo», ma a un «diluvio universale» di natura economica, che potrebbe trascinare gli esseri umani nel gorgo di una miseria che pur essendo di questo mondo, non sarebbe meno infernale.
Ci dicono in merito due dei predicatori che calcano la scena in questi anni, che siamo prossimi «al diluvio» perchè «il quadro demografico che abbiamo davanti per i prossimi 40 anni, con tassi di fecondità molto bassi, la forte crescita del tasso di dipendenza degli anziani e l'aumento della speranza di vita, sta facendo addensare nubi corpose che cominciano a delinearsi all'orizzonte. Se non si trova un riparo robusto al sistema pensionistico ... ci troveremo nella situazione di dover preparare un'arca e proteggere solo il salvabile all'arrivo del diluvio» (Giuliano Amato, Mauro Marè, Il gioco delle pensioni: rien ne va plus?, il Mulino).
Come si sarebbero instaurate le condizioni che dovrebbero determinare un simile disastro epocale? Avendo abusato del loro potere di controllo delle nascite ed essendosi poi spinti troppo avanti con le cure mediche - la vita media in un secolo è raddoppiata - gli esseri umani del mondo sviluppato avrebbero «tagliato il ramo su cui lo stato del benessere era seduto». Così, per coloro che non daranno ascolto alla nuova religione dei fondi pensione, gli anni della vecchiaia «saranno un periodo di povertà assoluta e relativa».
La cultura prevalente, quella della democrazia, secondo la quale «i governi e le forze politiche finiscono per soddisfare i loro naturali clienti, ovvero gli elettori», è talmente perniciosa da assecondare questa dinamica negativa, al punto di «pregiudicare in larga parte l'esistenza del genere umano». Per questo i chierici dei fondi pensione si sono lanciati in questo strenuo appello salvifico.

Se la predicazione non basta

Anche se amano presentarsi come inascoltati, gli adepti della religione dei fondi pensione in realtà dominano la scena sociale da più di venti anni, cosicché la loro visione del mondo non si presenta affatto come una novità. Il succo di ciò che propongono è semplice: sarebbe sbagliato fare oggi affidamento sulla sola pensione pubblica, che è un «pilastro debole», incapace di reggere il futuro degli individui.
Occorrerebbe quindi «sostenere» il proprio futuro con un secondo pilastro, costituito da accantonamenti addizionali di salario da consegnare alle aziende che gestiscono privatamente questi risparmi. Com'è noto, uno dei massimi esponenti di questa setta riuscì, nel 1992 (la cosiddetta riforma Amato), a imporre che le loro credenze si trasformassero in una religione di stato. La vittoria fu festeggiata con proclami e pronunciamenti, appunto perché l'obiettivo sembrava raggiunto. Chi si sarebbe rifiutato di avvalersi di questo pilastro aggiuntivo?
Ma il gioco divenne subito sporco. Per rendere la necessità di questo pilastro più «vera», si cominciò con l'intaccare fortemente il pilastro che aveva permesso di costruire un solido soffitto. Il comandamento fu: togliere ogni ancoraggio delle pensioni alle retribuzioni contrattuali degli attivi, perché ogni godimento da parte dei pensionati dei frutti degli aumenti della produttività costituirebbe un arbitrio.
Se l'imbecillità di un simile argomento fosse stata colta, la strada verso l'egemonia della setta in questione sarebbe stata sbarrata. E' noto infatti che la crescita della produttività ha natura cumulativa, nel senso che le conquiste materiali e culturali delle nuove generazioni sono possibili appunto perché poggiano sulle conoscenze e sulle realizzazioni degli esseri umani che sono venuti prima. L'aumento di produttività non è cioè un fatto privato di ciascuna generazione, ma un fenomeno che contiene in sé positivamente un rapporto tra generazioni.
Ma irretite dalle argomentazioni allarmistiche dei chierici dei fondi pensione, le organizzazioni dei lavoratori finirono con l'accettare che le generazioni dei nuovi pensionati, dopo il 1992, fossero escluse da ogni partecipazione allo sviluppo successivo.
La rilevanza di quella limatura si misura oggi, quando i pensionati hanno visto ridurre il potere reale del loro reddito di oltre il 30%. Il provvedimento, tuttavia, conteneva ancora un elemento tipico di tutte le religioni che cercano di sopravvivere nei paesi investiti dalla modernità, e cioè la decisione di salire o meno sull'arca della salvezza restava nelle mani di ogni individuo. Con sorpresa degli avventisti dei fondi pensione, questa libertà si rovesciò in un elemento negativo. Essi si trovarono con una chiesa, ma senza fedeli.
Ma se un pensiero o una credenza si piegano alla gravità del mondo, non costituiscono una religione. Per dei veri adepti il fallimento non determina un ripiegamento, bensì una conferma e il bisogno di un contrattacco. E la strada di questo contrattacco era ovviamente tracciata: si doveva intaccare ulteriormente il primo pilastro, in modo da rendere la sua incapacità di sostenere il futuro una sorta di verità rivelata.
L'operazione fu condotta in porto da un altro dei chierici dei fondi pensione, Lanfranco Dini. Questi nel 1995 ha concordato un sistema di calcolo del trattamento di quiescenza, per chi non era vicino al pensionamento, del tipo a capitalizzazione: hai diritto a riprenderti solo i contributi che hai versato. L'ammontare della pensione veniva così eroso anche prima del pensionamento. Ora, è ovvio che se i fondi che verso alla previdenza pubblica subiscono la stessa sorte di quelli che storicamente riguardano la previdenza privata, non c'è alcuna ragione per privilegiare la prima. E l'imbroglio di una necessità di scegliere diventa operativo.
Anche dopo questo colpo di mano gli avventisti dei fondi pensione sono rimasti però con un palmo di naso. Per arrivare a un misero 13% di adesione ai fondi pensione ci sono voluti ben cinque anni e una campagna martellante, nella quale sono stati coinvolti anche i sindacati confederali. Ciononostante dal 2000 al 2006 il numero di fondi pensione non è più cresciuto e gli iscritti sono aumentati solo di 300.000 unità.

Il salto oltre la democrazia
Come tutte le religioni che falliscono, anche per quella dei fondi pensione è sopravvenuto un imbarbarimento. Prima con il ministro di destra Maroni, poi con quello di centro-sinistra Damiano, si è proceduto a cancellare l'adesione ai fondi pensioni privati come atto positivo di manifestazione della volontà individuale, per imporla, tramite il silenzio assenso, come atto di stato. Certo i chierici dei fondi pensione possono sempre nascondersi dietro al brandello di libertà che consente di dire «non aderisco». Ma così la libertà sopravvive nella forma capovolta di una negazione, invece che nella sua normale veste di un comportamento positivo.
Timorosi che anche questo passaggio si dimostri per loro disastroso come tutti quelli che l'hanno preceduto, Amato e Maré sono tornati alla carica con questo nuovo proclama. Troverà prima o poi la nostra epoca un Pier Capponi capace di non farsi intimidire dagli stonati squilli di tromba dei paladini dei fondi pensione, facendo finalmente risuonare dei nitidi rintocchi di campana.
Le trombe proclamano: «Siamo convinti che se non guidate da un'azione collettiva responsabile, le generazioni lasciate a se stesse tendono a essere egoiste. Esse saranno tentate a prevedere trattamenti generosi per la propria coorte e a scaricare i costi dell'offerta delle prestazioni sulle generazioni successive».
Il rintocco delle campane risponderà: «L'esperienza storica insegna l'esatto contrario. Non a caso il grado di dipendenza prelavorativa in tutto il mondo occidentale è straordinariamente cresciuto nell'ultimo mezzo secolo, e cioè gli adulti hanno fatto in modo che le generazioni che venivano dopo godessero della Possibilità à di un tempo libero dal lavoro che loro non avevano avuto, facendo ricadere su se stessi l'onere di quella libertà altrui. Analogamente, coloro che si batterono per il retributivo furono, sul finire degli anni '70, proprio i lavoratori attivi, cioè coloro che avrebbero dovuto pagare i contributi corrispondenti. La favola dell'egoismo intrinseco delle generazioni costituisce parte integrante della dottrina dei chierici dei fondi pensione, non un dato di fatto storico».
Le trombe proclamano: «L'aritmetica del vincolo di bilancio di un sistema pensionistico è molto chiara ... non è di destra, né di sinistra: se il numero degli attivi rispetto ai pensionati si riduce drasticamente, per mantenere il bilancio in equilibrio o si raddoppia il livello dei contributi sugli attivi oppure si dimezzano le prestazioni».
Il rintocco delle campane risponderà: «La cultura economica europea ha, da mezzo secolo, dimostrato che il vincolo di bilancio è il ferro vecchio di un mondo che non esiste più. Tutto dipende dal modo in cui nella societàà vengono favoriti gli aumenti della produttività e vengono distribuiti i loro effetti. Se questi vanno a favore di rendite finanziarie e immobiliari e dei profitti, il lavoro viene svalorizzato e i pensionati non possono che essere impoveriti a loro volta. Ma l'aritmetica dell'economia che ha portato l'Occidente fuori dalla miseria insegna che la spesa in pensioni è un volano, che sostiene l'occupazione e i redditi di una forza lavoro che non trova impiego in attività non precarie, improduttive e dissipatorie di un capitale che si disinteressa completamente della soddisfazione dei bisogni primari delle grandi masse».
Le trombe infine proclamano: «chi ritiene che i sistemi pensionistici pubblici a ripartizione siano esenti da rischio incorre in errore. Essi possono essere modificati ripetutamente, com'è avvenuto, in funzione delle preferenze economiche e sociali dei governi in carica». La persona razionale salirebbe sull'arca per sottrarsi «al rischio politico».
I rintocchi delle campane possono rabbiosamente rispondere: «ma credete di poterci prender per scemi? Definite come rischio quel comportamento che proprio voi avete sin qui posto in essere, corredandolo di una marea di attributi positivi. Avevamo una barca ragionevolmente adatta ad affrontare le acque; prima ci avete rubato i remi, poi avete cercato in tutti i modi di sfondarla. Ora dite che c'è il rischio che qualcuno l'affondi. Non vi sembra di somigliare a quei taglieggiatori che si fanno pagare il pizzo per evitare il rischio di subire danni al negozio?»
Affinché ci sia una speranza che le campane prima o poi risuonino, è importante che gli avventisti dei fondi pensione siano lasciati soli, con una sonora bocciatura del trabocchetto del silenzio assenso.

 

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