Corriere della sera 4 maggio 2004

 

Aerei e tram, i ribelli del sindacato «San Precario» batte i confederali
La carica dei comitati di base, da zero a 700 mila iscritti in dieci anni

ROMA - All’inizio furono i marittimi in servizio sui traghetti per la Sardegna che, nei primi anni Settanta, in coincidenza con gli esodi estivi, presero a bloccare senza preavviso le navi.

Poi, nel 1975, fu la volta dei ferrovieri della Fisafs a paralizzare di colpo il traffico ferroviario. Ma l’exploit ci fu nel 1976 con «Aquila selvaggia», i piloti dell’Alitalia aderenti all’Anpac, che fermarono improvvisamente i voli tra Roma e Milano scatenando l’ira dei passeggeri: chiedevano un contratto che si occupasse solo di loro. E a contestarglielo non era tanto la compagnia di bandiera, ma la Fulat, l’allora sindacato confederale che voleva rappresentare tutti i lavoratori. È andata a finire che oggi i sindacati in Alitalia sono 10 (proprio ieri il governo ha ammesso per la prima volta anche la Cub alla trattativa).

La lunga marcia dei cobas, cioè del sindacalismo di base, spesso nato da costole di Cgil, Cisl e Uil, parte trent’anni fa, con la crisi petrolifera, e arriva fino ai giorni nostri, quando una nuova crisi economica rende difficile per il sindacato ottenere miglioramenti del salario e delle condizioni di lavoro. All’inizio erano piccole organizzazioni che nascevano nei trasporti. E non poteva essere altrimenti: solo qui bastava lo sciopero di pochi a bloccare l’intero servizio.

Poi il potere delle sigle di base si è allargato al resto del pubblico impiego e ha tracimato nel settore privato. Difficile la penetrazione nell’industria, ma i cobas cominciano a dare fastidio alla Fiat, non solo a Pomigliano d’Arco, ma adesso anche a Melfi, mentre c’è un forte attivismo nel commercio e in tutto il mondo del lavoro parasubordinato. 

Al punto che la manifestazione organizzata dalla Cub, la confederazione unitaria di base, a Milano per il Primo maggio è stata un successo. Intitolata non a caso a «San Precario», ha visto una partecipazione di 50 mila persone, maggiore del tradizionale corteo di Cgil, Cisl e Uil.

Nata nel 1992, la Cub dichiara 656 mila iscritti e nel pubblico impiego, con le Rdb (75 mila tesserati), è ammessa alla contrattazione in quasi tutti i comparti, avendo superato la soglia di rappresentatività del 5% prevista dalla legge. Alla Cub appartengono anche la Fmlu, il sindacato dei metalmeccanici fondato nel 1990 dall’ex cislino Piergiorgio Tiboni (20 mila iscritti), la Flaica (28 mila tessere nella grande distribuzione) e la Salca (1.200 bancari).

E a dimostrazione di una effettiva consistenza la Cub ha ottenuto anche un seggio al Cnel, il parlamentino del lavoro, assegnatogli dal governo di centrosinistra capeggiato da Massimo D’Alema.  A comporre la galassia dei sindacati di base concorrono poi molte altre sigle. Dai Cobas, creati da Piero Bernocchi, che vantano 30 mila iscritti nella scuola, al SinCobas (nato nel 1996 alla Fiat, dichiara 50 mila iscritti), dalla Gilda (40 mila insegnanti) all’Orsa, nel quale è confluito il Comu, il coordinamento dei macchinisti uniti, fondato nel 1989 dall’ex cgiellino, Ezio Gallori, che mise in ginocchio le Fs con 27 scioperi prima di essere ammesso al tavolo di contrattazione e che è tuttora decisivo nella categoria, al Sult (ex Sulta), forte di 10 mila iscritti tra assistenti di volo e autoferrotranvieri.

La pratica degli scioperi selvaggi con i quali i cobas si fecero notare portò alla legge 146 del 1990 sulla regolamentazione dello sciopero dei servizi pubblici essenziali. Poi, con la legge sulle elezioni delle Rsu (rappresentanze sindacali unitarie) nel pubblico impiego, si tentò ancora di circoscrivere il fenomeno.

Che però, sia pure largamente minoritario (Cgil, Cisl e Uil vantano 11 milioni di iscritti, anche se la metà sono pensionati), resta vitale. Una spina nel fianco delle tre confederazioni, che ricorda loro l’importanza di non perdere il contatto con la base. Tanto che adesso anche la Cisl, finora restia, è pronta a una svolta per estendere il modello del pubblico impiego (elezioni delle rappresentanze sindacali aperte a tutte le sigle) anche al settore privato.

«Ma prima per via negoziale e, solo dopo, con una eventuale legge di sostegno», precisa il segretario confederale, Giorgio Santini. L’occasione potrebbe essere il rinnovo dell’accordo del luglio ’93, che conteneva il modello contrattuale e il sistema di elezione delle rappresentanze sindacali (di fatto chiuso a Cgil, Cisl e Uil). Le tre confederazioni affronteranno il tema con la Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo. Prima che a farlo sia il Parlamento, dove giacciono progetti di legge della Lega e delle altre forze del Polo, per nulla graditi dal sindacato.

Enrico Marro  


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Licenziato e Palazzo Chigi lo convoca

IL CASO
Baccaro Antonella

ROMA - Rischiava di essere licenziato da Alitalia. Ieri è stato invitato a palazzo Chigi, al tavolo che sta discutendo sulla crisi della compagnia, davanti a membri del governo ma soprattutto di fronte ai suoi datori di lavoro.

E' la storia di Antonio Amoroso, 39 anni, romano, esponente della Cub (Confederazione unitaria di base), il sindacato di base che ha guidato in questi giorni il blocco degli aeroporti. Amoroso ha due provvedimenti disciplinari alle spalle per aver partecipato ad assemblee spontanee e in questi giorni, mentre arringava i lavoratori di Fiumicino, più di una volta è stato raggiunto da voci di licenziamento.

A rendere possibile il suo approdo davanti al governo è stato il ministro del Welfare, Roberto Maroni, che ha espresso in un' intervista al Corriere la necessità che ai tavoli di confronto siedano i sindacati realmente rappresentativi per evitare che gli accordi vengano sconfessati.

Nel caso di Alitalia era successo proprio questo: l' impegno al ritiro dei blocchi negli aeroporti, sottoscritto dalle 9 sigle sindacali presenti a palazzo Chigi venerdì scorso, era stato rigettato la sera stessa su indicazione della Cub. Risultato: un' altra giornata di sciopero.

Di qui l' invito rivolto alla Cub, per quanto non firmataria di contratti o accordi aziendali. «Al tavolo non c' era posto - spiega Amoroso -. Così siamo rimasti in seconda fila. Poi però, quando ci è stata data la parola, il vicepremier Fini ha chiesto a uno degli altri sindacati di farci spazio e la Cisl ci ha ceduto il posto».

Per le altre sigle è stato un piccolo smacco anche se, confessa qualcuno, «adesso che la Cub siede con noi, dovrà assumersi le stesse nostre responsabilità à davanti ai lavoratori».


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Corriere della sera 4 maggio 2004
 

I conti dopo i blocchi: «bruciati» 40 milioni, a maggio salari a rischio
VOLI E FINANZA
Baccaro Antonella

ROMA - Quaranta milioni di euro bruciati nei tre giorni di blocco degli aeroporti. Altri 250-300 spariti in soli quattro mesi. Gli stipendi di maggio a rischio per tutti i lavoratori. La cassa di Alitalia piange: «Se ci saranno ancora nuovi blocchi e agitazioni, la liquidità durerà solo poche settimane», ha detto ieri il vicedirettore generale di Alitalia, Luca Egidi.

«Se nessuno muove un dito, resistiamo un mese e mezzo», confessa a malincuore un consigliere della compagnia. Un fatto è certo: giovedì prossimo l' azienda dovrà dire se è in grado di chiudere il bilancio 2003 in «continuità aziendale» oppure se dovrà essere convocata un' assemblea straordinaria per avviare le procedure di liquidazione dell' azienda.

Tutto dipenderà dalla Possibilità à di approvare entro quella data un forte piano di ristrutturazione condiviso dai sindacati e sostenuto dal governo. «Noi non vogliamo far saltare il banco», ha detto ieri il leader della Cisl, Savino Pezzotta.

Ma vediamo quali sono le ipotesi possibili. Il primo scenario è che si trovi un accordo entro giovedì. In questo caso l' azienda non dovrebbe subire traumi dal punto di vista giuridico-societàario ma di certo cambierebbe pelle. «Alitalia vuole tagliare gradualmente tutto il personale di terra, fino a 10 mila lavoratori», ha detto ieri il leader dei sindacati di base, Antonio Amoroso.

Una ricostruzione a tinte forse troppo forti ma con un fondo di verità. Per l' azionista, il ministero dell' Economia, l' azienda deve essere snellita altrimenti qualsiasi intervento del governo rischia di essere bruciato.

Questo vuol dire che alla fine la nuova Alitalia manterrà solo alcuni dei settori esistenti, quelli più legati alla sua operatività. Gli altri potrebbero essere venduti in tutto o in parte. Le modalità dell' operazione sono importanti per ottenere il consenso dei sindacati.

Ma se l' accordo alla fine non arrivasse, giovedì prossimo l' azienda potrebbe convocare l' assemblea straordinaria. In questa sede, in cui arbitro assoluto resta l' azionista Tesoro, entro il 30 giugno potrebbe essere decisa la liquidazione volontaria della societàà o l' amministrazione controllata della stessa. Nel primo caso il commissario avrebbe il compito di smembrare la societàà e cedere tutti i pezzi.

Nel secondo caso di riordinarne i conti. Quest' ultima prospettiva non è necessariamente indolore: il risanamento potrebbe passare attraverso il dimezzamento dell' attuale forza lavoro. «Oggi Alitalia ha il doppio dei dipendenti necessari», ha dichiarato il primo maggio il premier Silvio Berlusconi. Sullo sfondo resta pur sempre lo spauracchio del fallimento.

È certamente l' esito più improbabile, anche se tecnicamente non è da escludere. Anche perché offrirebbe il vantaggio di ripartire da capo saltando il passaggio delle trattative con i sindacati. Ma con un prezzo sociale elevatissimo.

A. Bac. 1.300 i voli CANCELLATI a causa delle agitazioni, per un totale di 160 mila passeggeri persi 4.321 milioni, i RICAVI Alitalia per il 2003. Il dato è in calo di circa il 9% sull' anno precedente 715 milioni, il valore nominale delle OBBLIGAZIONI convertibili emesse dalla compagnia  

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