La Stampa del 10 Maggio 2005 

Maria Teresa Martinengo

CHI “SCOPPIA” HA ALLE SPALLE IN MEDIA 23,2 ANNI DI LAVORO  QUANDO IL PROFESSORE RISCHIA IL “BURN-OUT” 

“Scuola di follia”, lo studio curato da Vittorio Lodolo D’Oria sul diffondersi del disagio psichico tra i docenti, fa riflettere sulle condizioni non favorevoli in cui oggi si svolge l’insegnamento.

Sono seicento (su 25 mila circa) gli insegnanti di Torino e provincia che negli ultimi anni sono stati sottoposti a una visita medico-legale (il 2,4%). Tra loro, un numero rilevante di casi di disagio psichico. “I casi accertati di patologie psichiche sono il 25%, quelle di patologie psichiche associate ad altre è del 24%”, spiega Cosimo Scarinzi, segretario Cub Scuola, il sindacato che ha invitato a Torino Vittorio Lodolo D’Oria, medico milanese, autore di “Scuola di follia” (Armando Editore). “Le malattie psicotiche sono il 5,4%, in media con le altre categorie di lavoratori. È interessante notare che le colleghe e i colleghi affetti da questi disturbi hanno in media 23,2 anni di servizio”. Scarinzi sottolinea la “mancanza di efficaci strategie per contrastare le situazioni di disagio”.

I dati fanno soprattutto riflettere sulle responsabilità à – rispetto al diffondersi di un disagio più o meno conclamato – imputabili alle condizioni della scuola oggi. Giorgio Maccagno, dirigente dell’istituto professionale per il Turismo e commercio “Boselli”: “Disagio? Come potrebbe non esserci? Abbiamo precari con vent’anni di insegnamento… In certe persone si comincia a sentire un’insofferenza che si tramuta, dal punto di vista didattico, in primo luogo nell’incapacità di capire i ragazzi. Certo, i nostri primini possono essere anche “destabilizzanti”, con una visione del mondo che ubbidisce a regole difficili da capire. Io però, se non capisco, mi pongo il problema. Uno che non se lo pone va in crisi e basta”. Maccagno ha una ricetta: “Noi cerchiamo di creare un ambiente con ampi margini di tolleranza. Se oggi rimproveriamo l’allievo, questo magri non viene più a scuola: non si risolve niente con l’autoritarismo. Il pericolo sta nel pensare a una scuola che vuol produrre a tutti i costi qualcosa: questo può essere mortale. Non si deve abbassare il livello, occorre trovarne altri: una scuola basata sulla conoscenza, come ai miei tempi, non funziona più, mentre una basata sulle competenze sì. Ma questa scuola in generale è di là da venire. Basti pensare che gli allievi di quinta, sono trattati come quelli di 14 anni.”

Giuseppe Bertero, dirigente dell’Itg “Guarini”, sottolinea le difficoltà: “Docenti sottopagati, cattedre a 18 ore, assenza di organico funzionale. Da un lato i docenti hanno il desiderio di fare progetti, gli stimoli ci sono, ma con quali risorse fisiche, economiche e mentali?”.

  Ancora: “Dovremmo essere messi in condizione di pensare a dare crediti e non solo lottare contro i debiti. Con l’organico funzionale e cattedre di 16 ore si potrebbe insegnare per moduli e gruppi, come all’università. Ma oggi l’autonomia è zoppa. Se funzionasse meglio, i docenti avrebbero meno ansia”.

Il preside dell’Itis “Avogadro” si è trovato a gestire la patologia vera e propria. “Di fronte a queste situazioni – sempre segnalate da studenti e famiglie, che chiedono di cambiare il docente – i presidi si trovano in bilico tra pavidità socialmente dannosa e arroganza civilmente scorretta”, dice Giulio Cesare Rattazzi. Il passaggio obbligato è la visita medica. “Se risulta positiva, può esserci lo spostamento ad altra mansione. Oppure la sospensione. È l’amministrazione scolastica a decidere. Comunque, lasciare che il docente continui ad insegnare è un danno sociale”. Rattazzi aggiunge: “Su questi problemi dovrebbe esistere un’osservazione sociale fatta da altri ambiti. Non è giusto lasciare solo il preside, anche perché nel caso di docenti di ruolo l’iter per venire a una soluzione è molto garantista”.

La professoressa Giovanna Lo Presti, rsu Cub all’Itis Peano – dove si è tenuta una presentazione del volume di Lodolo D’Oria – è su altre posizioni: “Se l’insegnante oltrepassa il bordo e perde il controllo della situazione, l’istituzione si dimostra impietosa e non tiene alcun conto del fatto che le condizioni ambientali lavorative siano state tra le concause del burn out. Il dirigente sempre più spesso interviene su chi ha problemi nervosi con provvedimenti disciplinari, con sanzioni anche pesanti. Inutile sottolineare i danni ulteriori che ciò può produrre su persone già fragili. A volte basterebbe modificare in meglio le condizioni “ambientali” per recuperare un lavoratore, ma soprattutto una persona.  

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