Importanti sentenze del tribunale di milano sul lavoro di collaborazione e la mancanza di requisiti con la trasformazione automatica in contratto a tempo indeterminato
Accolte le tesi dei rícorrenti
Il "progetto" indeterminato non è adatto al collaboratore
Alessandro Ripa

Se nelle collaborazioni coordinate e continuative il "progetto" non è adeguatamente descritto, ma consiste nella semplice elencazione delle mansioni attribuite, senza accenni all'obiettivo da raggiungere e alle attività funzionali al suo conseguimento, il rapporto si considera a tempo indeterminato fin dalla costituzione.
Il committente non può fornire alcuna prova contraria. In base alla norma, se non c'è lavoro a progetto c'è lavoro subordinato, senza alternative. Lo afferma il Tribunale di Milano, con due sentenze dalle motivazioni praticamente identiche, emesse a pochi giorni l'una dall'altra (2 e 5 febbraio 2007).
Le vicende riguardavano collaboratrici a Progetto incaricate di realizzare collezioni di moda (prima causa) e di operare nel call center della societàà (seconda causa), che hanno chiesto l'accertamento della natura subordinata del rapporto per l'illegittimità del contratto a progetto e il ripristino del rapporto risolto contra legem.
Il Tribunale ha accolto la domanda di una delle tre ricorrenti nel primo caso e dell'unica ricorrente nel secondo, concentrandosi sulla verifica documentale dell'irregolarità del contratto a progetto sottoscritto.
Le sentenze muovono da principi noti: "Per mancata individuazione del progetto si deve intendere sia la mancata indicazione formale del contenuto del progetto o programma sia la non configurabilità di un effettivo progetto".
Ma la novità sta nella fermezza con cui il Tribunale interpreta l'articolo 69, primo comma, del decreto legislativo 276/03.
La disposizione ha alimentato il dibattito tra esperti: ha valore di presunzione assoluta di subordinazione (quindi il committente non può provare che il rapporto si è svolto di fatto con modalità da "autonomo") o di presunzione relativa (il committente potrebbe dimostrare che, nonostante l'irregolarità del contratto a progetto, le modalità dell'attività denotavano autonomia del collaboratore)?
Il Tribunale spiega che nell'articolo 69, primo comma, il legislatore utilizza l'espressione "sono considerati" da cui si ricava che la conversione prevista dall'articolo 69 opera di diritto e la pronuncia del giudice ha valore di accertamento.
La conversione non si pone, quindi, come presunzione, ma come vero e proprio imperativo. Nessuna prova dunque può fornire committente, essendo chiaro che sì parla di rapporti inizialmente autonomi, che si trasformano in rapporti di lavoro subordinato indeterminato come sanzione per la violazione del divieto di stipulare contratti di collaborazione coordinata e continuativa al di fuori del contratto a progetto".
Il Tribunale aggiunge che "l'articolo 69 è intitolato "divieto di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa atipici e conversione del contratto": sotto il profilo letterale, ciò vuol dire che non vi è spazio per rapporti di collaborazione coordinata e continuativa atipici, e che la conseguenza di tale atipicità è la conversione del contratto.
La norma è di estrema chiarezza: se non c'è il lavoro a progetto, c'è il rapporto di lavoro subordinato e non vi sono altre Possibilità à alternative". Non si devono verificare le modalità della prestazione: "una volta esclusa la presenza dell'elemento qualificante, scatta l'automatismo e si presume invincibilmente la sussistenza del rapporto di lavoro subordinato".
Sole24 ore del 1/4/07
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