Il 10 novembre nella città di Alessandria si è svolta una manifestazione contro le condizioni dei lavoratori impiegati presso un’azienda del posto. Nell’obiettivo della protesta c’era anche la locale sezione di CasaPound.

Dal mese di settembre del 2016 il sindacato di base CUB si occupa dei braccianti che non ricevono regolarmente lo stipendio. L’azienda che non rispetta il contratto di lavoro è l’Angeleri e opera nel settore agricolo  a Guazzora, provincia di Alessandria. Un’azienda familiare che esiste da circa cinquanta anni ed è stata sempre in crescita. Come si legge anche sul sito dell’azienda, oggi “riesce a coprire le consegne in tutta Italia e molti paesi della Cee”.

Dopo l’intervento del sindacato, l’azienda ha firmato sei accordi, depositati presso il Tribunale di Alessandria, per pagare gli arretrati dei dipendenti. Si tratterebbe di un totale di circa trenta braccianti, per la maggior parte migranti. In alcuni casi la somma da saldare supera le quattro mensilità, in altri si tratta di quasi trentamila euro. Tuttavia, come spiega Miguel Arismendi, coordinatore provinciale del sindacato per Alessandria, queste promesse non sono state del tutto mantenute da parte dell’azienda. “Mentre per alcuni sono stati fatti dei pagamenti, anche parzialmente, per altri invece gli arretrati non sono stati saldati. L’azienda si giustifica dicendo che si trova in un momento di difficoltà economica”. Per questo motivo il 30 ottobre il sindacato e i dipendenti, dopo alcune assemblee, decidono di indire uno sciopero e il giorno dopo fare un presidio sotto la Prefettura di Alessandria. In questo presidio si firma presso la Prefettura l’ennesimo accordo con l’azienda e si spera che la promessa stavolta sarà mantenuta.

Fin qua si tratterebbe di un caso, ormai, molto comune; aziende in difficoltà economica, stipendi non pagati, le istituzioni che cercano di fare la mediazione, una serie di azioni legali intrprese dai sindacati e numerose proteste. Tuttavia, pochi giorni dopo l’ultimo accordo, il 2 novembre succede una cosa particolare. Lo racconta Arismendi: “Siamo venuti a conoscenza che quel venerdì alcuni militanti di CasaPound Alessandria sono stati invitati nella sede dell’azienda”.

Infatti sull’account Facebook di Andrea Mantovani, responsabile locale di CasaPound, ed anche sul sito OggiCronaca, la visita viene raccontata con le fotografie e queste frasi: “Abbiamo deciso di intervenire in questa situazione perché pensiamo che le aziende agricole del territorio debbano essere tutelate, non messe in difficoltà come sta facendo la CUB, in questi giorni. Portando i dipendenti allo sciopero hanno rischiato di far perdere consegne all’azienda. Lo sciopero è un diritto dei lavoratori, ma l’obiettivo degli scioperi deve essere quello di trovare una soluzione idonea al mantenimento lavorativo dell’azienda, senza ostacolarne il lavoro”.

In questi articoli si leggono anche le dichiarazioni di Luigi Angeleri, amministratore delegato dell’azienda finita nel mirino della magistratura: “Stiamo affrontando un percorso di ristrutturazione aziendale, c’era un arretrato negli stipendi e stiamo uscendo dal percorso avviato due anni fa con un buon risultato. Il sindacato però ha voluto fare sciopero, ostacolando anche gli operai che volevano entrare a lavorare e portando una cattiva immagine mediatica alla nostra azienda”.

Quindi sia per l’azienda sia per questo gruppo politico la situazione non è come viene raccontata dal sindacato ed in più è il sindacato che crea problemi e danneggia l’azienda in qualche maniera.

Il presidio di fronte alla Prefettura di Alessandria, composto da circa duecento persone provenienti da diverse parti del Piemonte, si è concluso con un corteo che ha girato tra le vie della città per informare i cittadini di quello che accade. Tra i partecipanti c’erano anche i dipendenti dell’azienda. Le parole di una di loro chiariscono la situazione in modo lucido. Per rispettare la scelta di restare anonima, l’operaia intervistata sarà citata come Monica Stranieri. “Sono circa sei anni che andiamo avanti con gli stipendi pagati irregolarmente. Lavoriamo per circa dodici o tredici ore, quindi per noi l’azienda non dovrebbe avere problemi economici perché il lavoro c’è sempre stato. Spesso avevamo anche degli straordinari, ma non pagati. L’azienda non si è mai espressa chiaramente per spiegarci i suoi eventuali problemi economici. Tuttavia un giorno all’improvviso abbiamo scoperto che il capannone in cui si lavora è stato messo all’asta, nonostante su questo non ci sia stata data una spiegazione. Io vivo da sola, sette mesi di stipendi in attesa non mi scombussolano la vita radicalmente, ma c’è chi deve mantenere la famiglia ed attende circa trentamila euro”.

Secondo Monica soltanto grazie all’intervento del sindacato alcuni dipendenti sono riusciti a ottenere una parte degli stipendi arretrati, mentre coloro che non si sono rivolti ai sindacati sin dall’inizio, come lei, sono stati lasciati nell’angolino dall’azienda.

Monica si chiede a proposito dell’accusa di aver creato un danno all’immagine dell’azienda: “E il danno che ha creato l’azienda a me? C’è chi non ha più riscaldamento a casa. Abbiamo dei problemi seri”. Inoltre sottolinea che in tutto il periodo di mobilitazione e proteste è nata una forte relazione di solidarietà. “Infatti oggi siamo qui tutti insieme per protestare.”

La domanda che potrebbe sorgere in questo momento è sul motivo della relazione tra un’azienda agricola ed un gruppo politico che viene comunemente considerato di estrema destra e di matrice neofascista.

Secondo Miguel Arismendi si tratterebbe di un reciproco sfruttamento. “Si sa che la famiglia Angeleri simpatizza per le idee politiche che rivendica CasaPound e la convocazione di questa è un gesto di intimidazione nei nostri confronti e nei confronti dei dipendenti. Invece CasaPound decide di far parte di questa faccenda per via delle elezioni regionali ed europee in arrivo, quindi per ottenere visibilità. Certamente si tratta anche della visione fascista che percepisce lo sciopero come un atto che danneggia l’immagine dell’azienda; dunque il sindacato è quello che approfitta dei dipendenti per farsi vedere”.

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Articolo tratto da LA STAMPA 

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