7261.gifMetalmeccanici: il 9 gennaio 2007 in tribunale a Crema udienza contro il licenziamento di Raffaella mamma operaia che per non lasciare la figlia per strada all’uscita da scuola allungava di mezz’ora la pausa mensa.

 
La direzione della ditta IPC Faip di Vaiano Cremasco 180 dipendenti che producono idropulitrici ha contestato e licenziato Raffaella che faceva prevalere i suoi obblighi di madre non abbandonando la figlia per strada.
In una ditta di 180 dipendenti con catena di montaggio
e posti singoli per i premontaggi non è certo lo scarto di mezz’ora (peraltro certa e regolare e che la lavoratrice era disponibile a recuperare) che può impedire o contrastare con la organizzazione produttiva. Nessuno ci toglie dalla testa che la direzione ha voluto colpire Raffaella per mandare un segnale negativo anche alle altre lavoratrici e lavoratori.
La ditta IPC di Vaiano Cremasco fa parte del gruppo Interpump con decine di aziende e oltre 2.000 lavoratori nel Nord Italia.
La direzione della societàà di Vaiano Cremasco ha deciso la linea dura nonostante vari tentativi di confronto anche con l’intervento del sindacato CUB locale e la dichiarazione dello sciopero per protesta contro l’uso delle sanzioni disciplinari e per ottenere l’adozione di orari più consoni alle necessità reali di cura dei figli e/o parentali. Le donne pagano sempre il prezzo più alto non solo con discriminazioni dirette ma anche con il sovraccarico della necessità di lavorare per il reddito e della gestione della famiglia e dei figli.
Leggi e diritti contrattuali sono insufficienti e inadeguati
ma la direzione non rispetta nemmeno quei pochi che ci sono. E nonostante le raccomandazioni Europee siamo costretti a fare i conti con la brutalità  del licenziamento di Raffaella che la lascia senza l’unico reddito della famiglia. Abbiamo tentato varie strade per convincere la direzione a farla rientrare ma per ora nessuna buona novella.
La causa legale è una strada importante per verificare la applicazione delle leggi. Abbiamo anche già contattato la consigliera di parità. E confidiamo che le ragioni sociali della tutela della famiglia e dei figli prevalgano sulle irragionevoli pretese di rispetto formale degli orari e che la grave sproporzione della sanzione convinca l’azienda a ritirare il licenziamento e/o il giudice a decidere per la reintegrazione al posto di lavoro.
Nel “2007 - Anno europeo contro le discriminazioni” vorremmo rilanciare nei luoghi di lavoro e nella societàà azioni che rendano effettivo il miglioramento.
E non sarà cosa facile. La prima iniziativa sarà quella di sostenere la necessità del rientro al lavoro di Raffaella.
Molti cambiamenti sono necessari e diventeranno possibili anche con il Vostro impegno diretto.
La CUB augura a tutte/i un buon fine anno
Lì, 19 dicembre 2006


“2007 - Anno europeo contro le discriminazioni” da "il manifesto" del 6 12 2006  -----------------------------------------------------------------------
Lei e lui nel lavoro, un rebus per la politica
Rosi Rinaldi e Cesare Damiano presentano un «progetto» per venire a capo delle «discriminazioni» che permangono, ad onta delle leggi - Carla Casalini -
L'occasione è la celebrazione dell'«Anno europeo contro le discriminazioni», che cade nel 2007: usando la scadenza, il ministero italiano del Lavoro ieri ha presentato a Roma un «progetto» per «comprendere» e affrontare il «complesso fenomeno dei differenziali retributivi» fra uomini e donne, e il «persistere di discriminazioni di genere nella transizione al lavoro stabile». Va detto che la data del 2007, per l'Italia, segna un anniversario non glorioso: vi cade infatti il trentennale dell'entrata in vigore della legge sulla parità tra uomini e donne (l. 903 del 1977), seguita nel '91 dalla legge 125 sulle pari opportunità e le «azioni positive» per rimuovere le «discriminazioni». Trent'anni, e stando ai dati forniti ieri sulla situazione attuale, pare siano passati invano nelle politiche istituzionali.
Non accenna esplicitamente al trentennale Rosi Rinaldi, sottosegretaria al Lavoro - che presenta il «progetto» assieme al ministro Cesare Damiano -, ma quando afferma che «bisogna andare oltre la retorica della parità», e definisce gli obiettivi, in primis «conoscere analisi e studi nei diversi paesi dell'Unione europea», e insieme raccogliere un «repertorio delle esperienze italiane», sembra abbastanza eloquente nel significare, indirettamente, che tutto è da rifare.
Oggi, è la situazione di fatto a confermarlo, nei dati forniti ieri in via Flavia. «Una donna su cinque fa un lavoro che richiede una formazione inferiore a quella di cui è in possesso». E sul punto Rosi Rinaldi segnala la necessità di «affrontare i paradossi» di una situazione in cui le donne risultano più acculturate, con un titolo di studio più elevato, spesso più competenti dei «colleghi uomini», eppure le loro retribuzioni nette sono inferiori in ogni tipologia di contratto: si va da una differenza di 3800 euro per il lavoro dipendente a tempo indeterminato, a oltre 10 mila euro nel lavoro autonomo.
E troppo spesso svolgono «professioni senqualifica»
. Riassumendo: gli uomini hanno in media redditi superiori alle donne del 23% nel lavoro dipendente; del 40% in quello autonomo, del 24% nelle collaborazioni. In particolare, nella zona ambigua dei «lavori parasubordinati» le donne sono la maggioranza, il 54%, e nella galassia del lavoro precario sono quelle più «intrappolate», con una permanenza doppia di quella maschile. Dal dato dell'intrappolamento in una precarietà duratura - imposizione rigida che contrasta con le scelte soggettive - discende che nei contratti di lavoro «atipici» c'èè una minor Possibilità à femminile di accedere a «assunzioni stabili», ancorché desiderate, e, appunto, comunque, anche nel precariato, livelli retributivi più bassi. Pare, dalla voce delle aziende, che uno dei «problemi» sia la maternità. I dati del ministero del Lavoro segnalano che «la nascita di un figlio toglie ancora oggi più di una donna su 10 dal mondo del lavoro»: il 40% delle donne che non lavora dichiara che lo fa «per prendersi cura dei figli» (soprattutto «nel nord, nelle classi centrali d'età e tra le meno istruite»); mentre il 35% è «scoraggiata» dall'assenza di «opportunità lavorative»: in particolare fra le donne più istruite, o che risiedono al sud.
Altro capitolo, il reddito in tarda età: pensioni risibili per le donne
. Ma il triste primato di troppe donne sotto la soglia di povertà (7 mila euro annui) comprende ogni stagione della vita, soprattutto per le single o «capofamiglia».
Rosi Rinaldi, rispondendo a più di una domanda, conferma che, certo, il ministero del lavoro deve intervenire su un segmento di una realtà che si determina in un «nesso sociale» ben più complesso. Cesare Damiano sottolinea come nella finanziaria - compresi gli ultimi emendamenti in presentazione fra camera e senato - il lavoro esce come un «robusto pacchetto»: sulla maternità, così come per i periodi malattia, annuncia passi avanti per i «parasubordinati» (ma come saranno «esigibili» per i prestatori d'opera, senza cancellare la legge 30?; e per gli apprendisti. E segnala gli sgravi del 3% sull'imponibile Irap per le aziende che assumono «stabilmente», che arrivano al 12% per ogni «nuova assunzione femminile al sud».
Il ministro nel suo discorso ritiene che i problemi riguardino «l'universo femminile». Ma di quale sia la «qualità» del lavoro interpellata per tutti, e il senso di che cosa si intenda per «sviluppo» - pure oggetto di tante riflessioni di pensiero e sapere di donne a livello globale - sembrano questioni di cui è ignaro.

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