ESSERE SINDACATO IN BANCA: LE IMPOSSIBILI CONDIZIONI PER L'UNITA'

- RIVENDICAZIONE ORGOGLIOSA DI TUTTI GLI ACCORDI
DELL'ULTIMO DECENNIO CHE HANNO CONTRIBUITO AL PEGGIORAMENTO DELLE CONDIZIONI SALARIALI E NORMATIVE DEI BANCARI.

- SOTTOVALUTAZIONE DEI PROBLEMI E DELLE CONDIZIONI DI LAVORO DELLA CATEGORIA (E IN PARTICOLARE DELLE FASCE PIU' DEBOLI) ADDEBITATI, COMUNQUE, AGLI "ERRORI" DEI BANCHIERI ED ALLA MANCATA APPLICAZIONE DEI CONTRATTI.
- PIETRA TOMBALE SU OGNI IPOTESI DI DEMOCRAZIA SINDACALE NEL SETTORE A PARTIRE DAL RIFIUTO DELL'ELEZIONE DEI RAPPRESENTANTI SINDACALI DA PARTE DEI LAVORATORI.
- REPRESSIONE BUROCRATICA DI OGNI FORMA DI AUTONOMIA O DI DISSENSO PERIFERICO, A LIVELLO AZIENDALE E/O TERRITORIALE
- CARTELLO OLIGOPOLISTICO SUI SERVIZI FORNITI AI LAVORATORI
firmato: Dircredito, Fabi, Falcri, Fiba-Cisl, Fisac-Cgil, Sinfub, Ugl, Uilca  
Negli ultimi giorni di luglio, una raffica di comunicati sindacali ha annunciato alla stampa ed ai lavoratori bancari un evento definito, senza vergogna alcuna, come "storico": l'accordo tra 8, forse 9, organizzazioni sindacali che segna "il più alto livello di unità mai raggiunto nel settore" e che porterà, tra l'altro, alla definizione di un'unica piattaforma per il rinnovo del contratto nazionale (scaduto alla fine dello scorso anno).
Di storico, ovviamente, c'èè assai poco. L’unità d’azione tra le “sette sorelle” non è certo una novità e l’allargamento a Ugl e Silcea, questa sì una primizia assoluta per il settore, non sembra poter avere alcun effetto sostanziale. Si tratta, infatti, di due organizzazioni di scarso radicamento e che non hanno mai rappresentato un’alternativa vera sul terreno dei contenuti e delle pratiche sindacali. Di fatto, negli anni, si sono sempre limitate a controfirmare (due ore o pochi giorni dopo…) gli accordi siglati dagli altri al fine di mantenere quei diritti sindacali di cui fanno abbondante uso i pochi dirigenti viventi.     
E tuttavia l'intesa raggiunta ha una sua importanza in quanto pone termine (come peraltro avevamo ampiamente previsto) ad un periodo, durato circa tre anni, nel quale i vertici burocratici delle “sette sorelle” hanno dato il meglio di sè, dividendosi e ricomponendosi nei modi più strani e senza che alcun “comune lavoratore mortale” potesse rintracciare nelle varie posizioni una qualche significativa differenza sul terreno dei contenuti e delle scelte di fondo.
Cominciano Fabi e Dircredito, stringendo un patto di consultazione che fa imbestialire le altre cinque sigle al punto da provocare la rottura del cosiddetto “primo tavolo” di contrattazione. Poco dopo il Sinfub lascia il gruppo dei cinque per unirsi a Fabi e Dircredito (i tre elaboreranno, come “secondo tavolo”, una propria piattaforma per il rinnovo del Contratto Nazionale, mai seriamente discussa).
Ma prima ancora che la trattativa sia conclusa è la volta di Dircredito a cambiare idea e tornare all’ovile. Il Contratto viene così sottoscritto in “primo tavolo” da Dircredito/Falcri/Uilca/Fiba-Cisl/Fisac-Cgil (con queste ultime due, peraltro, reciprocamente sospettose e spesso contrapposte sulle questioni di rilevanza confederale).
Come da copione, firmano poi Ugl e Silcea (ormai “terzo tavolo”) e anche Sinfub e Fabi, peraltro sempre più marginalizzate. Nuovo colpo di scena pochi mesi fa. Sotto l’egida della Cisl, nasce una nuova alleanza tra Fiba, Fabi e Sinfub (si parla addirittura di fusione). Incredibilmente, la Fiba-Cisl rimane nel “primo tavolo” ma si allea con quelli del “secondo”, dando vita ad un’aggregazione che ha i numeri (gli iscritti) per porre le condizioni per l’ennesimo ribaltone.
Un gran guazzabuglio e abbiamo solo descritto il quadro nazionale lasciando alla vostra immaginazione le cento sfumature a livello delle singole aziende…
    
In ballo, ovviamente, ci sono delicate questioni di potere e, in particolare, lo scontro su quale debba essere, nel nostro settore, il sindacato (o il blocco di sindacati) che assuma il ruolo di più responsabile (e moderato) riferimento per i banchieri, da un lato, e per il governo, dall’altro.  Per questo, quando cambia lo scenario politico e la situazione si ingarbuglia troppo, la soluzione unitaria torna ad essere, almeno momentaneamente, la preferita. Ed è per non umiliare nessuno che si decide, retoricamente, di parlare di “nuovo inizio” e di coinvolgere “tutti gli interlocutori sindacali presenti in categoria”.
Tornando al percorso “unitario”, la prova che non vi fossero (e non vi siano mai state) divergenze serie sul piano dei contenuti e delle politiche sindacali (le uniche che crediamo interessino davvero ai lavoratori) consiste nel fatto che, dopo mesi di sterili polemiche, trovato l'escamotage, sono bastati pochi giorni (prevacanzieri) perché Fabi, Sinfub e Ugl (il solo Silcea si è riservato di dare una risposta in autunno) convergessero sui documenti presentati dalle altre sigle, uno "strategico-programmatico", l'altro di carattere organizzativo.
Ma cosa dicono questi documenti? Quali sono, alfine, le condizioni per l'unità?
All'inizio del volantino abbiamo riassunto quelli che a noi sembrano gli aspetti più negativi. E tuttavia (al di là delle sintesi che ognuno può fare pro domo sua) crediamo che il nostro compito prioritario consista nel diffonderli nella loro versione integrale, in particolare agli iscritti delle sigle che li hanno sottoscritti (chi vuole può chiederceli su Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).
In sostanza, il documento politico contiene un'analisi sull'evoluzione strutturale e sullo stato delle relazioni sindacali nel settore. Molto scarna è la parte dedicata al prossimo rinnovo del Contratto Nazionale, poco più che un elenco di possibili capitoli della piattaforma.
Sia sull'analisi che sugli obiettivi ci sarebbe, ovviamente, moltissimo da discutere ma, al di là dei singoli aspetti, quello che risulta inaccettabile è l'impianto complessivo del documento nel quale, inesorabilmente, annegano anche i ragionamenti e le proposte più condivisibili.
In primo luogo, come dicevamo, vi è una piena, quasi entusiastica rivendicazione (si parla di orgoglio, di "ispirazione strategica") di tutti gli accordi dell'ultimo decennio e del metodo della concertazione che pure ha ampiamente dimostrato tutti i suoi limiti, indebolendo il potere contrattuale e riducendo diritti e salari dei lavoratori.
Del tutto assente ogni benché minima forma di autocritica, il peggioramento delle condizioni della categoria ed i problemi che quotidianamente essa sperimenta (che pure vengono percepiti) vengono addebitati sempre ad altri: alle inadempienze dei Governi, alla latitanza dell'ABI, agli errori di banche e banchieri, alla mancata applicazione dei contratti a livello decentrato ecc. ecc.
L'aspetto più grave, tuttavia, è un altro ed è la totale mancanza di una riflessione e di proposte sul tema della democrazia sindacale. Com'è arcinoto, i bancari sono restati ormai quasi l'unica categoria dove non ci sono le RSU (Rappresentanze Sindacali Unitarie) e, cioè, dove i lavoratori non hanno mai potuto eleggere i propri sindacalisti che, invece, continuano ad essere nominati dall'alto e da organizzazioni delle quali mai è stato possibile verificare il reale grado di consenso.
Il collante dell'unità raggiunta pare essere proprio questo: la rimozione collettiva di quella "emergenza democratica" che rappresenta, da anni, il primo problema della categoria perché è dalla sua soluzione che dipendono, non solo, la rivitalizzazione dell'iniziativa sindacale nei luoghi di lavoro ma anche la qualità dei contenuti della contrattazione. Non chiamare i lavoratori a giudizio significa non far pesare le loro opinioni.
In realtà, di democrazia (per lo meno di come la intendono le sigle firmatarie) si parla lungamente nel secondo documento, quello "organizzativo" ("Regolamento per stabili relazioni unitarie") la cui lettura è ancor più inquietante.
Qui, finalmente, appaiono i lavoratori dei quali i sindacati "verificheranno il consenso e l'approvazione nella fase di definizione delle piattaforme, nelle fasi intermedie ed in quelle conclusive delle trattative" (e meno male !). Ma naturalmente non c'èe' traccia di impegni o di modalità precise (ad esempio non si parla di referendum) se non del fatto che le assemblee andranno annunciate e condotte unitariamente con lo scopo di sollecitare il voto favorevole dei lavoratori (sic!).
Dettagliatissimo invece è il regolamento finalizzato a superare le "divergenze periferiche" tra le sigle e che ha come scopo, nemmeno troppo nascosto, quello di soffocare ogni forma di autonomia sostanziale e di dissenso delle strutture sindacali locali e/o aziendali.
Le procedure burocratiche adottate (che prevedono più livelli "di conciliazione") ricordano sinistramente quelle previste dalla famigerata legge sul diritto di sciopero (e vi si aggiungono). In sostanza, una struttura sindacale periferica che volesse prendere un'iniziativa di lotta in contrasto con le altre sigle dovrebbe attendere quasi un mese prima di essere (forse) "autorizzata" ad effettuarla.
Infine, un'autentica perla è il "patto di non concorrenza sleale" su tessere e servizi offerti ai lavoratori (quali le polizze del cassiere e per rischi professionali) i cui prezzi saranno inderogabilmente fissati a livello nazionale senza Possibilità à di sconti o agevolazioni varie a livello locale. Spettacolare.
E non è un caso che il primo incontro unitario dopo la sigla dell'accordo non sia stato dedicato a discutere di diritti e salari ma proprio di polizze e divergenze periferiche !!!

Il vero problema è che decine di migliaia di lavoratori continuano a restare iscritti a questi sindacati. Quanti per convinzione? Quanti per pigrizia, per scarsa conoscenza, perché pensano non vi sia un'alternativa (o semplicemente non la conoscono)?
Ci rivolgiamo, soprattutto, a quei tanti lavoratori e quadri sindacali che in questi anni hanno contestato gli "accordi di concertazione"; a chi ritiene intollerabile che i sindacalisti non siano eletti da tutti i lavoratori; a quanti, "a sinistra", si indignano che la loro organizzazione sottoscriva un patto di trenta pagine con lo storico sindacato di riferimento della destra e non mandi due righe al sindacato di base; a quanti "a destra" vantavano la loro "diversità"; a chi ha fatto dell' "autonomia" (categoriale, aziendale, territoriale) la propria bandiera per iscriversi o militare in un sindacato e si trova a dover cambiare alleati ogni due mesi (o persino essere fuso) senza mai essere consultato; a chi crede che un modo diverso di fare il sindacato deve esistere per forza; a quanti….     
Il "Patto a 9" è basato su contenuti e politiche contrattuali che noi riteniamo sbagliate e, su questo, ovunque avremo la forza per farlo e ci sarà data una Possibilità à democratica, ci confronteremo tra i  lavoratori.
Il "Patto a 9" è anche il frutto di un modo di essere sindacato
per noi impossibile da accettare. L'omologazione dall'alto
ed il pluralismo delle poltrone non ci interessano.
Il "Patto a 9" rende ancor più evidente che, oggi e domani, anche per i bancari, l'unica vera alternativa possibile è il sindacalismo di base.

Quanto forte e praticabile dipende dalle scelte di ognuno di noi.

Torino, 18 agosto 2006

C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Credito e Assicurazioni

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