Il turismo riparte ma il Governo non fa nulla per risolvere le storiche problematiche del settore

Marcelo Amendola, segretario generale della Confederazione Unitaria di Base-Cub,

commenta la situazione vissuta dal comparto del turismo che sembra riprendersi ma che richiederebbe ben altri e maggiori investimenti e attenzioni specifiche da parte del governo. Una situazione ormai insostenibile e che porterà in piazza i lavoratori dell’intero settore venerdì 20 maggio, per partecipare allo sciopero generale contro guerra, economia di guerra e per chiedere salari dignitosi, diritto al reddito e alla casa

"Il settore lavorativo nel turismo è già partito a gonfie vele in tutta la Penisola, lo si vede dall'afflusso di turisti nelle città a vocazione turistica, da sempre le prime a ricevere il feedback necessario a cogliere l'andamento dell’intero settore. Oggi si percepisce che ci sono aperture già simili a quelle del 2019, prima della pandemia globale, quando il volume economico del comparto turistico, da solo, costituiva circa il 13% del Pil nazionale."

"Sono di questi giorni le dichiarazioni rilasciate dal ministro Garavaglia, che chiede l'apertura all'ingresso di più lavoratori stranieri, senza però dire il vero motivo alla base delle sue affermazioni, ossia i salari da fame e la mancanza di diritti che vengono offerte ai lavoratori del settore. La cantilena della colpa da attribuire al reddito de cittadinanza suona ormai ridicola, la verità è sotto gli occhi di tutti: Il problema vero è rappresentato dai bassi salari, dalla mancanza di ammortizzatori sociali specifici per gli stagionali e del rispetto dei diritti dei lavoratori, di una seria programmazione per gli investimenti in infrastrutture, della necessaria formazione oggi totalmente inesistente, scarsa o fasulla.
Senza mettere in agenda questi punti fondamentali per rilanciare veramente il settore, si va alla ricerca di carne fresca da macello per mantenere tutto come oggi".

"Anche per questo venerdì 20 maggio noi  saremo in piazza per lo sciopero generale e sociale indetto dalle sigle sindacali di base, associazioni e movimenti di cittadini e lavoratori che intendono far sentire forte la propria voce per dire no agli investimenti in armi, alla guerra che produrrà, e già produce, gravi ricadute a livello economico di cui ora vediamo solo la punta dell’iceberg  ma che nel prossimo futuro provocheranno ulteriore povertà, chiusure di aziende e licenziamenti, andando nella direzione opposta rispetto a seri e corposi investimenti nel welfare, nella scuola pubblica e in generale nel mondo del lavoro, con l’Italia, unicum in Europa, dove negli ultimi anni i salari hanno progressivamente perso valore con un potere d’acquisto che si riduce ogni giorno di più a fronte di un costo della vita che non accenna a scemare, anzi."

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