La morte di Romiti ha rappresentato l’occasione per riportare alla memoria la vicenda Fiat del lontano 1980 che ha rappresentato il momento di svolta della storia del movimento operaio italiano.


Di quella vicenda fu certo un attore: rappresentava e interpretava le posizioni della fiat, del padronato italiano e di partiti e media fiancheggiatori, miranti a posizionarsi nell’onda neoliberista europea e mondiale per ristabilire l’ordine capitalista nei rapporti di potere nelle fabbriche e nella società; Fiat rappresentò il centro di questa battaglia in Italia.
Contrapposto a fiat e al padronato c’era un movimento operaio che era stato capace dagli anni sessanta di condurre esemplari lotte per affermare diritti nelle fabbriche e nella società; quanto non è ancora stato rimosso in fatto di tutele sociali risale a quel ciclo di lotte. Un movimento operaio capace di diventare egemone in termini di progetto per affrontare la trasformazione della società uscita dalla guerra.
Dalla fine degli anni sessanta a guidare il cambiamento ed il movimento furono, in primis, i consigli di fabbrica nati nelle fabbriche per dare rappresentanza sindacale vera ai lavoratori: gruppi omogenei di lavoratori delle linee di montaggio eleggevano senza filtri il delegato proprio rappresentante in contrapposizione al capo aziendale secondo la formula una testa un voto, tutti elettori e tutti eleggibili. Il secondo elemento di democrazia fu l’assemblea del gruppo omogeneo che costruiva ii mandato al delegato e contemporaneamente faceva crescere la consapevolezza politica del proprio ruolo, della necessità del conflitto e della solidarietà tra gli sfruttati.
Questa struttura capillare di rappresentanza fu determinante per il buon esito delle battaglie sul salario, sulla scala mobile, per la parità impiegati-operai, sui carichi di lavoro, sulle qualifiche, sulla salute e per riformare le pensioni, la scuola, la sanità pubblica e per politiche industriali capaci di garantire sviluppo vero al paese.
I sindacati confederali non erano alla testa di questo movimento di vera democrazia partecipata, subivano gli obbiettivi sia nelle vertenze di fabbrica che generali ed erano sotto il controllo operaio nelle assemblee; la loro vocazione a rapportarsi centralmente con le aziende gli era impossibile e il ruolo istituzionale centralistico era mutilato.
A Torino si sviluppa la battaglia della fiat, che per normalizzare la fabbrica deve far fuori i delegati e ridimensionare il Consiglio di fabbrica. Romiti guidava lo scontro da superstipendiato contro i veri  protagonisti:  gli operai, gli  impiegati e i delegati che rischiavano posto di lavoro, il salario e il loro futuro.
In questa lotta il sindacato confederale a parole sosteneva la lotta (o la fiat molla o molla la Fiat), nella realtà, avendo già fatto la scelta neoliberista della competitività, del merito, dell’individualismo e della riduzione delle tutele, dell’austerità e moderazione salariale, la sconfitta della struttura dei consigli di fabbrica offrì l’occasione per ripristinare il loro ruolo centralistico.
Il senso vero quindi dello scontro fu tutto politico e ciò porta a dire che in quella occasione finì la democrazia e distruggendo i consigli si avviò la politica delle privatizzazioni, delle ristrutturazioni e della deindustrializzazione.
La consapevolezza della svolta rappresentata dall’accordo che distruggeva nei fatti il consiglio di fabbrica, espelleva 23.000 operai e consegnava all’azienda pieno potere di gestione dei lavoratori appare lucidamente presente negli interventi dell’ultima riunione del Consiglione Fiat riportato di seguito e spudoratamente assente nelle posizioni dei confederali: “inevitabilità dell'accordo, nessuna sconfitta, assicurazioni sulle garanzie di rientro in fabbrica per tutti.”
La Cub è nata per far contare i lavoratori e non le burocrazie sindacali nella scelta di chi deve rappresentarli e negli obbiettivi rivendicativi.  Il tempo ha dimostrato che i lavoratori e i loro delegati avevano visto giusto nell’organizzarsi e nel portare avanti con il conflitto i propri obbiettivi.
I sindacati tradizionali erano e sono la cinghia di trasmissione del padronato, dei partiti e dei governi.  
Un elenco sintetico degli accordi siglati negli anni successivi sono lì a dimostrarlo:  
L’eliminazione della scala mobile, l’accordo esclusivo sulla rappresentanza dei delegati da eleggere RSU/Rsa, amministratori con in padroni nelle pensioni integrative a scapito delle pensioni pubbliche e del tfr, amministratori negli enti-bilaterali quali strumenti di finanziamento in sostituzione degli iscritti, innumerevoli deroghe e accordi peggiorativi dei contratti nazionali, firma del testo unico sulla rappresentanza del 14 genn 2014 e l’ultimo l’accordo del 28 febb. 2018 sulle nuove relazioni industriali (che ha introdotto la sanità privata aziendale a scapito di quella  pubblica e universale  in sostituzione degli aumenti salariali)
Il sindacato confederale (cgil cisl e uil) prima concertativo, poi subalterno ed infine collusivo fa parte del problema ancora oggi come lo fu nel 1980 a Torino.

Milano, Agosto 2020
CUB Confederazione Unitaria di Base



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tratto da «Restaurazione italiana», di Gabriele Polo e Claudio Sabattini (Seconda edizione, L'Ancora del Mediterraneo, 2010)
L'ULTIMO CONSIGLIO
Trent'anni fa i «35 giorni alla Fiat».  
L'ultima assemblea del «Consiglione» di Mirafiori.
Torino, cinema Smeraldo, pomeriggio del 15 ottobre 1980: la scena è quella dell'atto finale. La sala è gremita di operai. È l'assemblea del Consiglione Fiat, quel migliaio di delegati torinesi che per un decennio hanno governato gli stabilimenti…
L’ultimo intervento all’assemblea è di Giovanni FALCONE, operaio e delegato delle carrozzerie, trapiantato dal sud a Torino, entrato alla Fiat nel maggio '68.

(in corsivo)
E dichiara subito: «Un compagno prima mi diceva: 'questo è un fatto storico, un altro compagno come noi aveva parlato nel '69, oggi parli tu e si chiude un'epoca'. Allora si apriva, ora si chiude». Nel giorno dell'addio il protagonismo operaio in fabbrica appare come un intermezzo - raro e intenso - da ripercorrere per rivendicare: «Per me - continua Falcone - questi dodici anni di lotte sono stati una lunga esperienza politica. Lo è stata per tutti noi. Ci pensate? Un emigrante che viene su, dalla campagna, come tanti altri. Non sapevo dire una parola, tanta timidezza e, poi... mettersi a fare dei discorsi politici... Voi pensate che la Fiat possa ancora tenere uno come me in fabbrica? Possa ancora richiamarlo in officina?»

La Fiat
- spiega il delegato al suo ultimo intervento - ha fatto un'operazione chirurgica. Ha deciso chi può star dentro e chi deve star fuori. In sostanza sbatte fuori gente che, per diversi motivi, non è più in grado di dominare e sfruttare al cento per cento. In primo luogo gli invalidi, che per ragioni fisiche non potranno reggere i ritmi che l'azienda imporrà da domani. Poi le donne, perché in questi anni sono cambiate, dicono la loro, hanno imposto l'assunzione attraverso il collocamento. E le donne in fabbrica - con i loro problemi diversi dagli uomini, con i loro tempi che mal si adattano a quelli della produzione intensiva - non sono mai piaciute al padrone. Infine, la terza componente da cacciare, quella più importante per la Fiat, gli operai che hanno fatto le lotte, i delegati che all'interno del Consiglione non hanno mai accettato la logica del produttivismo del padrone.
Questa operazione è già iniziata l'anno scorso con il licenziamento dei sessantuno (61) che ci ha trovato divisi. Quella è stata una prima vittoria della Fiat e oggi mettono fuori dalla fabbrica quei delegati e quegli operai che non piegano la testa e non stanno zitti, che dicono ogni giorno cosa pensano del modello di produttività che viene loro richiesto. Ancora una volta vogliono dividerci, mandando le lettere ad alcuni e ad altri no. Ma fino a ieri quest'operazione di divisione dei delegati non gli è riuscita, ci ha creato delle difficoltà, ma non è passata.

Poi, ai dirigenti sindacali che sostengono l'inevitabilità dell'accordo sottolineando le difficoltà degli ultimi giorni, Falcone risponde:
 È vero che abbiamo avuto momenti difficili ai cancelli e tra i lavoratori. Ma, cari compagni, abbiamo dodici anni di esperienza di lotta. Ve la ricordate Mirafiori? C'erano dei momenti in cui era su, dei momenti in cui calava, degli altri momenti in cui risaliva di nuovo. La lotta non è una cosa stabile, che viaggia lineare come una catena di montaggio, sempre uguale a se stessa. Ci sono, a volte, delle difficoltà. Sta al gruppo dirigente analizzare perché la lotta cala, al gruppo dirigente di fabbrica in primo luogo. E allora bisogna trovare le forme di lotta adatte per ritornare su. Noi alcune volte lo abbiamo saputo fare, altre volte no, perché il padrone si è saputo incuneare al nostro interno, ha creato delle divisioni e continua a crearle [...]. Qui non ci sono delegati che sono stati o sono per principio contro il sindacato. Ci sono invece delegati che vogliono il massimo quando il livello di lotta esprime il massimo.
Questa è la differenza che c'è tra noi, perché c'è qui chi viene a farsi scudo delle difficoltà e del corteo dei capi per giustificare un accordo che a noi ci fa fare dei passi indietro. Ci sono degli accordi che non ci fanno fare dei passi avanti, che magari ti fermano sulle posizioni che hai acquisito. Dopo le difficoltà riprendi il cammino. Ma questo è sicuramente un accordo che ci fa fare molti passi indietro, bastava guardare le facce da funerale dei compagni stamattina ai cancelli, quando è arrivata la notizia dalla radio. Ed è inutile che ci vengano a dire che quest'accordo ci salva dai licenziamenti. Non è vero.
Falcone non si nasconde nulla: né l'immediato futuro («io credo che quest'accordo lo firmeranno comunque, anche se noi siamo contrari»), né i tanti problemi di quei lunghissimi 35 giorni («un punto di debolezza c'è stato, perché alla lotta non hanno partecipato tutti, ma solo una minoranza, quella di sempre»), ma, raccontando sé stesso, spiega la realtà della fabbrica in cui è cresciuto per sottrarsi alle giustificazioni che vogliono quell'esito inevitabile:
Qui giochiamo a carte scoperte, senza barare. É una minoranza, sicuramente, che ha gestito questi giorni, che ha fatto le cose, la minoranza degli operai. Ma è la minoranza che ha sempre contato. Noi sappiamo che in un paese come l'Italia non possiamo avere la partecipazione fisica di tutti gli operai, perché tra gli operai ci sono tanti interessi diversi. Ma se gli operai della Fiat non erano consenzienti alla lotta che abbiamo fatto per più di trenta giorni, voi credete che saremmo riusciti a tenerli fuori dai cancelli? E non erano i capi - che volevano entrare - a farci paura, anche quando eravamo in pochi, perché eravamo tranquilli se gli operai non venivano li a dirci «ritorniamo al lavoro». Per noi era una sicurezza che prima o poi li avremmo avuti, come sempre, dalla nostra parte. L'importante era dimostrare che noi eravamo tutti uniti, che i vertici del sindacato - le confederazioni in questo caso - mettevano in campo tutta la forza del movimento per respingere l'attacco antidemocratico che la Fiat stava portando avanti.
Io credo che, in queste condizioni, si potesse ottenere di più; abbiamo "strappato" alla Fiat che dopo due anni e mezzo mi deve riprendere in fabbrica? Oh, non mi pare che abbiamo strappato molto, perché se i rapporti di forza saranno quelli che avremo da domani, allora la Fiat se ne sbatterà le palle di quello che ieri ha detto e ha dichiarato al mondo intero. Ti dirà che il mercato dell'auto non tira, «stattene fuori, non tira», stattene fuori e buona notte. Così, francamente, io ai compagni che sono fuori insieme a me non me la sento di garantirgli che tra due anni e mezzo ritorneranno in fabbrica; gli dirò che rientreranno oppure no a seconda dei rapporti di forza che ci saranno tra due anni e mezzo in Fiat.

Ma nonostante questo credo anche che, ora, quest'accordo passerà tra la maggioranza dei lavoratori, non per quello che dice ma perché fa riprendere il lavoro di fronte a un nostro sfaldamento visibile a tutti. Ci sarà una grossa minoranza che dirà no. E per me è quella che conta, quella con cui mi schiero, al di là di ciò che si decide in questa sala, al di là dei tentativi di volerci convincere. Perché noi possiamo anche uscire stasera tutti d'accordo a votare sì alle assemblee. Ma non cambierebbe assolutamente niente. Perché quando domani si verifica che i compagni di lavoro che hanno sempre lottato non rientreranno più, le difficoltà che ci saranno per organizzare qualsiasi vertenza saranno enormi.
È una rivendicazione, quella di essere parte delle avanguardie che hanno diretto le iniziative operaie alla Fiat, che hanno sempre rappresentato la grande massa dei lavoratori. E quell'anomalia, nata nel 1969, che corso Marconi ha deciso di cancellare, eliminandone i protagonisti, quei "dirigenti" di linea, officina, reparto, fortemente radicati nel corpo della fabbrica che avevano imposto un diverso modo di vita e di lavoro. Da domani questo corpo sarà smembrato e Falcone sa bene che «passeranno anni prima che la lotta alla Fiat torni a essere possibile». È la coscienza di una sconfitta pesante, ma che non getta alcuna ombra sul proprio patrimonio, su una straordinaria esperienza da rivendicare fino in fondo.
E, così, a Marianetti che si lamenta della lunghezza dell'intervento e gli chiede di concludere, Falcone ribatte:
"Non ti preoccupare compagno, ne ho anche il diritto. Dopo dodici anni mi cacciano fuori, concedetemi almeno di parlare. Perché io credo che questa possibilità come delegato Fiat, come operaio Fiat, non ce l'avrò mai più. Almeno ho la soddisfazione di aver chiuso in bellezza e sono contento di tutte le lotte che ho fatto, al di là che il padrone non mi riprende più."
L'assemblea dello Smeraldo finisce lì, con Falcone che se ne va verso la cassa integrazione e un nuovo lavoro operaio fuori dalla Fiat.

 

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