La Cub ribadisce tre esigenze inscindibili:
Difendere l’occupazione. 
Difendere la salute dentro e fuori la fabbrica. 
Mantenere la produzione di acciaio in Italia.

 

Le ricadute occupazionali del piano industriale di Arcelor Mittal presentato al governo rappresentano un disimpegno mascherato dalla gestione degli stabilimenti ex Ilva; I tentativi fatti in direzione di far cambiare la scelta messa per iscritto è un perder tempo.

Tanto vale pensare a cosa fare da subito per difendere salute e occupazione.
Il vicepresidente della Commissione europea ha detto: “Vogliamo investire lì perché
c’è un problema con l’acciaio e il carbone. Se saremo capaci di costruire l’acciaio europeo con l’idrogeno anche a Taranto avremo l’acciaio verde e saremo competitivi”. Accogliamo la proposta e discutiamone.
La Cub ribadisce tre esigenze inscindibili:
Difendere l’occupazione. Tra diretti e collegati sono oltre 20.000 i lavoratori che rischiano il posto di lavoro se lo stabilimento dovesse arrivare alla chiusura. Nessun progetto concreto di rioccupazione è realisticamente ipotizzabile e anche le ipotesi di bonifica restano aleatorie se non sostenute dalla lotta dei lavoratori. Laddove sono stati cacciati gli operai, cancellati i protagonisti del conflitto e promessa la bonifica come a Bagnoli non è stato raggiunto nessun risultato.
Difendere la salute dentro e fuori la fabbrica. L’ambiente in Ilva e la salute a Taranto sono strettamente dipendenti non dall’acciaio ma dal processo produttivo che lo produce. Deve quindi essere discussa la tecnologia adatta a superare una condizione certamente inaccettabile e la chiave di volta sta nell’alimentazione degli impianti.
L’economia europea si sta muovendo verso processi di decarbonizzazione e verso politiche industriali volte ad abbassare le emissioni che inquinano e provocano danni alla salute.
Mantenere la produzione di acciaio in Italia. L’Italia manifatturiera, consuma milioni di tonnellate di acciaio l’anno e la scomparsa del suo fornitore principale sarebbe un danno notevole. Molti ritengono che basterebbe comprarlo in Brasile, in india o altrove ma l'inquinamento sarebbe solo spostato su altri e si creerebbero incertezze logistiche e condizioni di fornitura instabili per l’industria metalmeccanica.
Perdere autonomia su una industria di base rappresenterebbe una ulteriore perdita da aggiungere alla deindustrializzazione in atto da anni. L’Italia non può fare a meno della siderurgia, e non può continuare ad ammalarsi e morire di inquinamento.
L’acciaio si può produrre in sicurezza, dei lavoratori e dei cittadini, ammodernando il ciclo così come avviene in altre parti del mondo. Se Arcelor Mittal non è interessata al progetto, vada pure via e lo stato avvii comunque la ristrutturazione degli impianti.
Tutte queste esigenze possono stare insieme se lo stato ritorna a svolgere un ruolo e impone alle imprese anche obblighi sociali. Se ciò vuol dire nazionalizzazione non dobbiamo per questo farci spaventare.
Va aperto da subito il primo grande cantiere di riconversione ambientale; altre opere possono attendere altrimenti Taranto e l’Italia perderanno, dopo la salute, anche il lavoro.

Milano giugno 2020

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