FCA Group, attraverso la controllata FCA Italy che gestisce le attività in Italia, avrebbe intenzione di chiedere un prestito di 6,5 mld di euro a Intesa Sanpaolo con garanzia pubblica dello stato per l’80% dell’importo attraverso Sace.

Tale possibilità è prevista dal decreto liquidità per garantire la continuità delle attività delle imprese con fatturati superiori a 1,5m.di o con più di 5000 dipendenti in Italia danneggiate dalla pandemia.
Se la richiesta venisse confermata, mentre i lavoratori sono dentro una crisi sanitaria, economica e sociale che si aggiungono con le pre-esistenti crisi ambientali, si imporrebbe una chiara e dura iniziativa per impedirla per un notevole numero di ragioni.
La richiesta è irricevibile perché la domanda di finanziamento, avvalendosi delle garanzie pubbliche dello Stato, è fatta da un grande gruppo industriale che ha abbandonato il paese cui ora chiede i prestiti, per spostare la sede legale nei Paesi Bassi.
Certo non è stata solo FCA a lasciare il nostro Paese per trasferirsi in Olanda. Lo hanno fatto anche l’Eni, l’Enel, Luxottica, Illy, Ferrero, Saipem, Telecom Italia, Cementir, etc,. Lo hanno fatto per i bassissimi prelievi presenti sui dividendi, sui guadagni da cessioni/partecipazioni e sulle royalties.
Sarebbe quindi ora opportuno che anche l’Italia, così come ha fatto la Francia e la Danimarca decidesse di escludere dai contributi statali le società con sedi nei Paesi che offrono una fiscalità di vantaggio.
La richiesta è irricevibile inoltre perché non è ancora chiaro il destino dei lavoratori e degli stabilimenti italiani dentro l’accordo di vendita a PSA e perché proprio per la cessione del patrimonio, costruito con contributi pubblici, Fca ha incassato 5,5 m.di per gli azionisti e in particolare per la cassa di famiglia Exor.
La stessa Exor non ha avuto problemi a comprare il gruppo Gedi non certo per far cultura ma per utilizzare per i propri interessi il settore dell’informazione.
La crisi economica avrà una dimensione superiore a quella del 2008, nella quale la manifattura ha perso oltre il 25% di capacità produttiva. I nostri imprenditori hanno delocalizzato e precarizzato il lavoro ben tutelando i propri interessi.
Si è invece allargata l’area della povertà, che ora coinvolgerà i nuovi disoccupati, le fasce del lavoro autonomo e irregolare, la piccola imprenditoria commerciale, ecc. Si amplieranno tutte le diseguaglianze: quelle economiche e territoriali per il diverso impatto della crisi sui diversi settori economici (si pensi al turismo in negativo e, in positivo, alle aziende del settore sanitario.
Più che sprecare risorse dando a tutti, anche a chi se ne è andato, a chi ha fatto lauti profitti o non ha avuto danni, occorrerà fare scelte precise: garantire ai lavoratori occupazione stabile e reddito e lavorare ad un piano straordinario di investimenti pubblici stabilendo quali settori tutelare nell’interesse del paese a partire dalla messa in sicurezza del territorio e dal rafforzamento di alcuni settori strategici per aumentare l’autosufficienza del paese.
Il giochino di imporre la priorità del mercato a discapito della funzione sociale dello stato, salvo chiedere soldi a fondo perduto, deve finire: cara Fiat non c’è più da nulla da mungere!

Milano 17 maggio 2020

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