I cambiamenti qualitativi della produzione e del lavoro di Andrea Fumagalli 

La crisi del paradigma fordista-taylorista-keynesiano ha favorito il processo di scomposizione  e frammentazione del mercato del lavoro.

 

Oggi non è più possibile identificare un unico modello di organizzazione del lavoro – quello della fabbrica integrata – ed un’unica tipologia di lavoratore – quello dipendente a tempo indeterminato. Osserviamo contemporaneamente un insieme di modalità produttive. Non è un caso che oggi tutte le forme dello sfruttamento sono oggi moderne: dal rapporto schiavistico e semischiavistico a quello di alta consulenza, passando dal lavoro artigianale a quello salariato a quello autonomo eterodiretto.
Ne consegue un superamento parziale della tradizionale figura del lavoratore salariato dipendente a tempo indeterminato con forme lavorative sempre più precarie. Tale fenomeno, compensato a livello internazionale dall’incremento del numero dei salariati nel Sud del mondo, può essere osservato sia dal lato della frammentazione del lavoro che dal lato del cambiamento qualitativo della stessa prestazione lavorativa, a prescindere dalle forme contrattuali che assume. Si tratta, evidentemente, di due facce della stessa medaglia.
La riduzione numerica della figura del lavoratore dipendente a tempo indeterminato è un fenomeno comune a quasi tutti i paesi d’Europa. Essa ha dato origine ad un processo di scomposizione e frammentazione del mercato del lavoro, il cui ritardo di analisi è stata la principale concausa della debolezza attuale dei sindacati, insieme alla sciagurata scelta della maggior parte degli stessi sindacati europei (quelli, raccolti nella CES, Confederazione Europea dei Sindacati) di perseguire politiche di concertazione, cogestione e subalternità aconflittuale.  Il processo di desindacalizzazione (ovvero la riduzione nel numero degli iscritti) negli ultimi vent’anni, anche se più contenuto in Italia e in Germania (perché compensato dall’aumento dei pensionati), ne è la eclatante conferma.
Il processo di frammentazione del mercato del lavoro ha sortito quindi non solo la crisi della rappresentanza sindacale e del suo potere contrattuale, ma, soprattutto, ha portato all’individualizzazione del rapporto del lavoro, al dominio della contrattazione individuale su quella collettiva e, quindi, alla capitolazione del lavoro di fronte al capitale, con tutti gli effetti peggiorativi sulla condizioni di lavoro, di salario, di libertà, ecc.
Tre sembrano, a grandi linee, le figure principali oggi emergenti nel mercato del lavoro, oltre a quella classica del lavoratore dipendente a tempo indeterminato: il lavoratore salariato autonomo, che racchiude sia il lavoratore a tempo indeterminato che quello atipico, oramai accomunati dalla ricattibilità del reddito e del lavoro. L’artigiano “biopolitico” della soggettività, che opera in modo formalmente autonomo o parasubordinato. E infine, ma non ultimo, il lavoratore migrante, che svolge prevalentemente attività lavorativa di natura servile e/o manuale.
La prima categoria racchiude anche tutte le prestazione di lavoro subordinato oggi definite “atipiche”, ovvero caratterizzate da precarietà salariale e contrattuale, sottoposte al ricatto della ricerca della continuità di lavoro, all’impari contrattazione individuale, senza tutele né garanzie, “soli” di fronte all’arroganza padronale, come se fossero lavoratori autonomi. Dal contratto part-time, agli interinali, agli stagionali, sino ai parasubordinati, circa un 50% della forza-lavoro giovanile a livello europeo (con punte di 70-75% nei paesi di fascia mediterranea, Spagna e Italia in testa), entra nel mercato del lavoro con queste caratteristiche.
La seconda categoria fa riferimento a tutte le prestazioni lavorative formalmente indipendenti, ma fortemente caratterizzate da attività cognitivo-relazionali, in cui l’uso delle cognizioni linguistico-cerebrali-esperienzali ricorda le competenze individuali che gli artigiani dei primi anni del secolo scorso dovevano avere per poter svolgere il loro “mestiere”. La differenza sta che oggi i saperi dipendono e sono strettamente interrelati alla vita dei soggetti, al “bios” e non più solo all’abilità manuale. E il lavoro a chiamata o a progetto, la new entry delle tipologie contrattuali, sembra proprio pensata per questo tipo di attività sulla base di una prestazione lavorativa: “usa e getta”.
Parlare di “salariato autonomo” o di “artigiano biopolitico” può sembrare un ossimoro, una contraddizioni in termini, se analizzata con gli occhi del paradigma taylorista-fordista. Così come lo è la dizione “working-poor”, lavoratore povero, colui che pur lavorando a tempo pieno e/o in modo intermittente, non riesce ad acquisire un reddito superiore alla soglia di povertà. Ma, oggi, tali ossimori sono la norma: l’eterodirezione del lavoro, l’elevata prescrittività di mansioni non sempre disciplinate ma comunque sottoposte a forme di autocontrollo, non riguardano più solo il lavoro formalmente dipendente ma di fatto interessa la quasi totalità delle prestazioni lavorative, anche quelle che un tempo godevano di maggior autonomia decisionale.
La terza figura, il lavoratore/trice migrante, è caratterizzata oltre che dall’elevata subalternità e sfruttamento della prestazione, dal dover far dipendere i diritti di cittadinanza dalla condizione lavorativa: un ritorno alle condizioni sociali precedenti alla rivoluzione francese!
In conclusione, siamo quindi di fronte ad una pluralità di prestazioni lavorativa molto diverse, come diverse sono le soggettività che vi sono implementate, ma accomunate da un livello di sfruttamento più pervasivo di quello esistente vent’anni fa, perché spalmato non più solo sul tempo di lavoro ma sempre sulla stessa vita degli individui e sull’utilizzo di tutte le capacità umane e non solo di alcune. Possiamo chiamare questo coacervo di soggettività che dispone solo della propria capacità lavorativa con il termine moltitudine proletaria, per indicare un qualcosa che non è omogeneo (come il termine popolo evoca) ma piuttosto un insieme di soggetti che non sono ancora classe.
Per contrastare la deriva delle condizioni materiali di questa moltitudine è necessario cogliere le contraddizioni che ciascuna di queste figure genera. La lotta per l’estensione dell’art. 18 si deve giocoforza coniugare con la lotta per un reddito certo a prescindere dalla prestazione lavorativa, così come la lotta per i diritti di cittadinanza (contro la Bossi-Fini) si deve coniugare con la lotta per servizi primari garantiti, dalla casa all’istruzione al trasporto. Ben venga dunque la lotta per l’estensione delle tutele nel mercato del lavoro, purché si accompagni ad una più generale lotta per i diritti di cittadinanza e per un reddito garantito. Solo allora la moltitudine proletaria potrà diventare soggetto politico vincente.
Aprile 2004

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