Il precario mondo del lavoro italiano 
di Andrea Fumagalli 


In Italia nel 2002 l’Istat ha censito 31 tipologie di contratto di lavoro atipico. Per lavoro atipico, l’Istat ha adoperato tre criteri:
1) il carattere temporale della prestazione (permanente/temporanea);
2) il carattere variabile dell’orario di lavoro (pieno/ridotto);
3) il tipo dei diritti previdenziali maturati (interi/ridotti). Si tratta di criteri che hanno a che fare sia con il lavoro dipendente che con il lavoro autonomo.
Combinando tra loro questi criteri il rapporto sul mercato del lavoro 2002 dell’Istat  ha definito 18 tipologie contrattuali come strettamente atipici e 13 parzialmente atipici.
I primi danno origine a tre gruppi:
a) i lavori dipendenti senza stabilità del rapporto di lavoro con diritti previdenziali interi, come ad esempio il lavoro interinale full time e part time con corresponsione o meno di indennità nei periodi di inattività, i contratti di solidarietà esterna, i contratti di formazioni full time e part time, il contratto a tempo indeterminato  full time e part time;
b) i lavori dipendenti con diritti previdenziali ridotti, come ad esempio gli stages full time e part time, i contratti di apprendistato e di inserimento full time e part time, i lavori socialmente utili, i lavori di pubblica utilità:
c) lavori autonomi eterodiretti e parasubordinati, come i contratti di collaborazione coordinata e continuativa e occasionale.
Vengono invece considerati dall’Istat parzialmente atipici altri tipi di lavoro dipendente considerati meno precari e più consolidati, tipo il lavoro a domicilio full e part time, il telelavoro full e part time, il part time a tempo indeterminato, il lavoro stagionale.
I dati oggi disponibili per il territorio italiano mostrano una netta tendenza verso la precarizzazione del lavoro: dal 1996 al 2002 si stima che il numero dei lavoratori dipendente atipici sono passati da circa 1.580.000 a più di 2.650.000 con un incremento del 68% e una quota sul totale del lavoro dipendente che passa dal 10,2% del 1996 al 17,1%. Se a questi aggiungiamo i contratti di collaborazione coordinata e continuativi che hanno superato la soglia dei 2.400.000 al 31 dicembre 2002 (dati Inps), il totale del lavoro atipico supera i 5 milioni di persone di entrambi i generi, con un peso complessivo sulla forza lavoro complessiva del 22,5%. In altre parole, quasi un lavoratore su quattro è precario. Tale percentuale poi arriva al 50% se consideriamo i lavoratori con meno di 40 anni di età, ovvero la futura forza lavoro. Questo aumento ha visto un incremento del 55% del lavoro strettamente atipico e del 28% di quello parzialmente atipico.
Questo è più o meno la fotografia del mercato del lavoro italiano. Senza considerare il lavoro in nero (stimato in circa tre milioni di lavoratori), coloro che hanno un rapporto stabile di lavoro con uh minimo di tutele e garanzia che impediscono la ricattabilità del licenziamento arbitrario e/o dal reddito è oramai ridotto a poco meno del 25% della forza lavoro, una percentuale destinata a diminuire nel futuro.
E’ evidente che oggi più che mai il mondo del lavoro italiano deve affrontare due questioni sempre più rilevante: l’estensione di norme di tutela e garanzia ad un numero più ampio di lavoratori/trici e la garanzia di un reddito dignitoso per tutti/e a prescindere del rapporto di lavoro. La precarietà del rapporto di lavoro e di reddito sta, infatti, diventando un problema sempre più pervasivo che interessa anche chi gode di una condizione lavorativa stabile: è, infatti, assai impressionante, secondo l’ultimo rapporto sulla povertà in Italia, che circa il 13% dei lavoratori a tempo indeterminato godono di un reddito inferiore alla soglia di povertà, sono cioè lavoratori “poveri”, working poor, a conferma ulteriore che sempre più il solo diritto al lavoro non garantisce più come un tempo la Possibilità à di godere di un reddito dignitoso.
Aprile 2004

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