Documento congressuale.

Negli ultimi anni
l’evoluzione della societàà italiana, in parte per riflesso di dinamiche internazionali ed in parte per effetto di caratteri ad essa propri, è stata segnata da politiche e tendenze sociali di stampo repressivo e reazionario.
Gli esempi potrebbero essere diversi, dal quasi-monopolio dell’informazione esercitato dal Presidente del Consiglio, alla brutale repressione del dissenso sociale (di cui Napoli e Genova sono stati solo gli episodi più visibili), alla sistematica riduzione della sfera di diritti sociali garantiti.
La materia dell’immigrazione è forse il punto sul quale tali tendenze convergono.
Il fenomeno migratorio ha portato la più profonda trasformazione del tessuto sociale nazionale negli ultimi decenni ed ha posto alla nostra struttura sociale e politica una sfida di cambiamento con pochi precedenti.
D’altro canto, proprio lo stabilimento di persone straniere, per lo più appartenenti a quella classe che una volta sarebbe stata chiamata “proletariato”, sul territorio nazionale ha evidenziato contraddizioni e limiti del tessuto sociale e culturale esistente, esacerbate dalle strumentalizzazioni dei settori più conservativi della societàà e del mondo politico, grazie anche al contributo, a seconda delle volte attivo o passivo, degli organi di stampa e di ampi settori politico-sociali che si autodefiniscono progressisti.
Prima ancora di essere discriminati nei fatti i migranti sono discriminati dal linguaggio con cui la nostra societàà li rappresenta: stranieri, extracomunitari, clandestini, irregolari … sono tutti termini che determinano a priori una differenza ontologica tra il “noi” e “loro”, che catalizzano ogni sorta di significato negativo.
La parola immigrato, per effetto di tali strumentalizzazioni, evoca ormai due tipizzazioni: la prima – maggioritaria - che di solito spetta ai c.d. “clandestini”, è quella del criminale, del soggetto intrinsecamente pericoloso per la societàà a causa del suo status e quindi da respingere, rinchiudere o espellere; la seconda, più benevola, spetta invece ai “regolari” i quali vengono, più o meno a malincuore, accettati perché richiesti dal “mercato del lavoro”, utili alle famiglie italiane e così via, ma i quali continuano a non essere considerati “cittadini”. Al di là della condizione giuridica loro riconosciuta dalla legge, sulla quale ci si soffermerà oltre, essi sono costantemente soggetti ad umiliazioni e discriminazioni da parte della pubblica amministrazione e di privati (per esempio per quanto riguarda il lavoro e l’alloggio).
Tali caratterizzazioni trovano il loro riflesso normativo nelle due tendenze che sono proprie della disciplina dell’immigrazione: repressione e precarietà.
La legge sull’immigrazione varata dal centro-sinistra, pur presentando alcuni elementi positivi, non si pone sostanzialmente al di fuori di tale linea di pensiero, anzi può dirsi averla cristallizzata ed integrata nell’ordinamento giuridico, aprendo la strada agli sviluppi di oggi. La “lotta all’immigrazione”, che spesso si tramuta nelle parole e nei fatti in una lotta all’immigrato, è una delle bandiere del governo Berlusconi e la stessa ragion d’esistere dei suoi più importanti partner di governo. Ciò ha partorito un disegno di legge, il cui nome sarebbe di per sé sufficiente a comprenderne il contenuto: Bossi-Fini.
Tale “riforma”, se così possiamo chiamarla, mantiene ed approfondisce gli aspetti più reazionari della legge Turco-Napolitano, eliminandone i già esigui tratti positivi. In tal modo, essa comporterà un netto peggioramento delle condizioni di vita degli immigrati e segnerà un pericoloso arretramento di quei processi di inserimento e comprensione reciproca i quali possono essere le uniche basi di un rinnovato patto sociale basato sulla convivenza pacifica e solidale tra differenze.
Sul lato dell’aumento della repressione si possono segnalare diverse disposizioni della nuova legge:
-        l’espulsione sarà sempre immediata e le garanzie giurisdizionali attivabili dallo straniero solo quando oramai si trova nel suo Paese di origine;
-        aumenterà la durata di internamento nei Centri di permanenza temporanea degli stranieri in attesa di espulsione;
-        continuerà ad essere negato il diritto all’asilo politico e verrà ridotto in maniera sensibile quello al riconoscimento dello status di rifugiato;
-        si prevede il ricorso ai mezzi della marina militare per “prevenire” l’arrivo via mare di stranieri privi dei necessari documenti di ingresso.
Sul lato della precarizzazione dello status dell’immigrato con permesso di soggiorno:
-        verrà introdotta la nozione di “contratto di soggiorno” come normale modalità di permanenza del cittadino straniero sul territorio nazionale. Ciò comporta l’istituzione di un legame necessario tra il contratto di lavoro ed il diritto di soggiorno, riducendo sensibilmente i tempi concessi per la ricerca di una nuova occupazione;
-        verrà drasticamente ridotto il numero dei ricongiungimenti familiari con i genitori a carico, attribuendone il diritto solo allo straniero che dimostri di non avere nel Paese di origine fratelli o sorelle in grado di assisterli;
-        si introdurrà una sanatoria truffa, che riguarda solo alcune categoria di lavoratori/trici, e il cui permesso di soggiorno sarà tassativamente legato alla permanenza del rapporto d lavoro con tutto ciò che palesemente ne può conseguire in termine di possibile ricatto datoriale;
-        sarà aumentato, senza ragione alcuna, da 5 a 6 anni il periodo minimo di permanenza sul territorio nazionale per richiedere la carta di soggiorno e poter così usufruire di un permesso a tempo indeterminato, requisito indispensabile per poter concepire percorsi di integrazione reale nella vita sociale del Paese.
A ciò si aggiunga l’ormai certa abolizione dell’istituto della prestazione di garanzia (cd. “sponsor”), unico reale strumento legislativo in grado di assicurare l’ingresso regolare dello straniero in cerca di lavoro nel territorio nazionale.
A questo punto è opportuno domandarsi quali possano essere gli effetti di tali scelte. Esse, si potrebbe pensare, sono funzionali al tentativo di rispondere alla domanda, non si sa poi se più reale o virtuale, di sicurezza dei cittadini e che tale obiettivo risulti assorbente. Nulla di più falso. La proposta riforma si pone in contraddizione con le posizioni assunte in altri campi dal governo. Si pensi all’aumento di burocratizzazione dei meccanismi di accesso al lavoro, ingresso e soggiorno (con anche un revival del vituperato collocamento pubblico), alla negazione di fatto della libertà dell’imprenditore di scegliere i propri lavoratori e collaboratori (che, soprattutto per i lavori a qualifica medio-alta, penalizza fortemente il lavoratore immigrato, relegandolo necessariamente a mansioni non qualificate), alle assurde pretese che subordinano la Possibilità à di soggiorno legale alla disponibilità di un lavoro stabile e regolare, circostanza questa che, per l’effetto sia di trasformazioni reali del mondo del lavoro che di scelte politiche, è difficile si verifichi anche per lavoratori italiani. Tutto questo per smascherare l’inganno.
L’unico plausibile obiettivo politico di questa riforma sembra la creazione di una fascia di popolazione al di fuori di ogni protezione giuridica, sempre in bilico tra sfruttamento ed espulsione. Questo, se certo gioverà agli elementi più retrivi del padronato, generando una rincorsa alla riduzione dei diritti e del salario e rendendo disponibili lavoratori docili e ricattabili, non porterà né benefici alla parte più sana del mondo produttivo, né un aumento della sicurezza del cittadino. Il più prevedibile tra i perversi effetti di tali orientamenti, sarà infatti un massiccio aumento delle situazioni di marginalità ed isolamento sociale delle persone immigrate.
La nostra risposta, come servizio immigrazione di una organizzazione sindacale, è la lotta per l’affermazione e la tutela dei diritti civili, sociali e del lavoro per questa emergente classe di “cittadini”.
Non si tratta unicamente di assicurare una vita più degna a milioni di stranieri che per necessità, o solo per seguire proprie traiettorie esistenziali, si sono trasferiti nel nostro Paese, ma di riaffermare quei diritti conquistati nelle piazze dalla generazione che ci ha proceduto; diritti – questi – che ora vengono messi quotidianamente messi in discussione in nome di una non meglio specificata “globalizzazione”.
Lo sciopero di Vicenza è stato sicuramente un primo, importante passo nella costituzione di questo percorso, ma non basta.
Pensiamo sia doveroso lavorare in questa direzione, ma il nostro impegno potrà essere fruttifero solo se accompagnato da una progressiva presa di coscienza da parte di tutte le componenti del movimento sindacale, accompagnata da uno scambio di informazioni costante, che ci consenta, attraverso le diverse esperienze nelle fabbriche, nella pubblica amministrazione, nella scuola ed in tutte le altre realtà a presenza sindacale, di essere costantemente aggiornati sulle problematiche reali.
La societàà multietnica è - e sarà - una realtà, non una scelta per anime belle: ed in fondo, la conflittualità intrinseca a tale integrazione può costituire un percorso di liberazione, una condizione per risposte di libertà all’interno delle nuove dimensioni del potere.

giugno 2002

CUB-IMMIGRAZIONE
Milano: V.le Lombardia 27 – tel. 02/70631804 fax 02/70602409
e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

FaceBook