Santiago del CILE: Accidente en mina San José, una vez más los trabajadores mineros - Pubblichiamo volentieri questa news di Piero, già operaio Fiat tra i 61 licenziati dell’autunno 1980 e successivamente anche lui minatore.


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Associazione Culturale PonSinMor Web: www.ponsinmor.info NewsLetter n. 21 del 14 ottobre 2010 Sostieni il nostro lavoro di informazione: scrivici, fai un sostegno o collabora all’Associazione.

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Riceviamo e diffondiamo volentieri questa news del nostro amico Piero, già operaio Fiat tra i 61 licenziati dell’autunno 1980 e successivamente anche lui minatore, aggiungendovi la seguente

Premessa: Il contesto

Il presidente cileno di centrodestra Sebastián Piñera, imprenditore multimilionario (reddito annuo 840 milioni di €, 701° posto della classifica Forbes 2009), arricchitosi in modo anche fraudolento durante la dittatura, controlla la catena televisiva Chilevisiòn, la compagnia aerea Lan Chile e l’importante club calcistico Colo-Colo. Non a caso è sopranno-minato il «Berlusconi cileno»! Beneficiando dell’appoggio diretto dei grandi media, ha condotto una campagna aggressiva.
Appena dopo eletto (17.01.2010), le azioni delle sue imprese salgono in borsa del 13,8%; ma gestisce disastro-samente il dopo terremoto di febbraio, provoca numerosi scontenti che gli danno filo da torcere con mobilitazioni e scioperi della fame degli Indiani Mapucio nel sud. Negli ultimi mesi, la tensione sociale è in aumento: nulla di meglio che cogliere al volo l’occasione sognata di organizzare un formidabile spettacolo televisivo, per trasformare lo slancio di solidarietà in consenso politico di unità nazionale dietro al Presidente1, onnipotente come Dio e capace di far «miracoli». Non meno di 1700 giornalisti di tutto il mondo! Veri e propri corsi di «media training» in fondo alla miniera in previsione della valanga d’interviste e trasmissioni televisive (senza contare le proposte di adattamento della loro storia al cinema, in diverse lingue). E infatti, dopo quella che il presidente cileno ha definito «un’operazione senza paragoni nella storia dell’umanità», che gli frutta un balzo del 10% di popolarità, il primo dei 33 minatori ad uscire abbraccia suo figlio, la moglie e il Presidente, poi ringrazia Dio, «senza il quale questo salvataggio sarebbe stato impossibile» e infine dichiara: «Oggi possiamo sentirci più orgogliosi che mai di essere cileni». E così i minatori, supermediatizzati, restano pa-radossalmente senza alcuna voce. Nessuno di loro, e neppure i sindacati, che sono forti nel settore minerario, ha modo di esternare la propria analisi delle cause dell’incidente. Quelli che sono rimasti fuori nel crollo della miniera tentano, nell’indifferenza generale, di denunciare il fatto che sono ancora in attesa di salario da parecchie settimane. «Ferma il tuo show Piñera, fuori ci siamo anche noi trecento! »2
Ora, il Cile è la punta avanzata del capitalismo latino-americano, con una produzione mineraria che copre il 58% dell’export e il 15% del PIL. Carbone, oro e soprattutto rame, di cui è il primo produttore mondiale (con il 40% del mercato), grazie anche alla più grande miniera a cielo aperto del pianeta (Chuquiquamata). Le sue riserve sono valuta-te in 200 anni di estrazione. Non a caso Salvador Allende definì il rame come «il salario cileno». Ma, se in Cile la fiscali-tà mineraria per le concessioni privatizzate ad aziende nazionali e internazionali è la terza più debole al mondo3, le condizioni di sicurezza nelle miniere cilene restano al livello più elementare, talvolta inesistenti. Nella regione di Antofa-gasta, 277 miniere su 300 non sono a norma. Lo sfruttamento minerario, in queste condizioni e in un contesto del ge-nere, diventa al massimo profittevole, con la presenza persino di un’aristocrazia operaia «invidiata» (dai salari 3 volte superiori al salario minimo di 262€ al mese: proprio cosi!). Su 106.340 lavoratori nelle miniere e nelle cave, ogni anno ne muoiono in media 31.
Copiapò, deserto di Atacama, nel Nord del Cile: la miniera di San Josè, una delle regioni più aride del mondo. Era definita «un incubo», tutti conoscevano il pericolo, al cospetto della parola d’ordine imperante: produttività! La compa-gnia San Estaban, che da oltre 200 anni sta sfruttando il sottosuolo, vi possiede 2 giacimenti, di cui uno si è esaurito e i due soci devono contare sull’unico rimanente per garantire il livello di vita dei dirigenti. L’aumento dei prezzi del metal-lo sul mercato mondiale ha provocato intensificazione del lavoro, ricorso sistematico allo straordinario (fino a 12 ore al giorno4), eppure, quando il 4 agosto i 33 minatori si precipitano nel corridoio di soccorso per la risalita, scoprono che non c’è neppure una scala!
Dal 1999 gli incidenti si moltiplicano. I sindacati fanno vertenze che vengono rigettate dal tribunale. Poi finalmente si arriva alla chiusura, poi alla riapertura, ma senza alcuna misura di sicurezza. A luglio un minatore ha le gambe tritura-te. Tre settimane dopo il Semageomin (servizio nazionale geologico delle miniere) autorizza il mantenimento della produzione.

I sindacati parlano di corruzione. 26 famiglie di minatori denunciano i proprietari e lo Stato. Il presidente della Confederazione mineraria del Cile (18 mila salariati iscritti) lamenta che il Cile non è tra i firmatari della convenzione 176 dell’OIL sulla sicurezza e la salute nelle miniere. Senza contare i limiti al diritto di sciopero e una legislazione sul la-voro regressiva. Il ministero del lavoro ammette che nel 2009, 443 persone sono morte per incidenti sul lavoro (e 282 nel primo semestre del 2010), mentre 191.685 sono gli incidenti non mortali registrati nel 2009 (su una popolazione attiva di 6-7 milioni). Il 28 agosto il Berlusconi cileno annuncia la costituzione di una Sovrintendenza delle miniere (ma i sindacati non vi saranno rappresentati!). Oggi, gli ispettori sono appena 16 a controllare più di 4.000 miniere sparse nel paese5
A cura di PonSinMor
LOS 33

Si conclude la vicenda dei 33 sepolti vivi in Cile. Diventato un fatto mediatico, con centinaia di giornalisti presenti nel deserto di Atacama, ha visto un serio impegno per salvare i prigionieri. I minatori cileni sono 160mila e sono milioni i minatori nel mondo, con migliaia di morti lanno, specialmente nelle miniere di car-bone cinesi, un lugubre e appetibile bacino di utenza per il mercato della sicurezza e per i profitti che si posso-no fare.
I padroni, almeno questa volta, ci hanno provato, utilizzando tecniche di avanguardia e sperimentando in-terventi per la sicurezza (a posteriori) che fanno sperare che il futuro sia meno nero per i minatori del mondo, per il semplice fatto che la “sicurezza” è diventato un piatto sufficientemente appetitoso per gli investimenti di un capitale che, per sua natura, non si attiva per risolvere le tragedie umane ma per ricavarne profitto che per le aziende vale più delle vite umane. Se infatti la societàà della miniera di rame e oro avesse speso 18mila euro a suo tempo, posando una scala nel condotto di aerazione, i minatori sarebbero saliti in superficie già dal pri-mo giorno della frana.
Il caso eccezionale ha garantito un controllo popolare continuo, e certo anche le istituzioni cilene hanno utiliz-zato questi fatti per un tornaconto personale di immagine ma queste sono note minori.
SANTIAGO DEL CILE
Ecco le date principali della vicenda dei 33 uomini intrappolati da due mesi nella miniera San José di oro e rame, nell'estremo nord del Cile.
- 5 agosto. Un crollo blocca l'accesso della miniera, dove ad una profondità di 700 metri rimangono bloccati 33 minatori, tutti cileni tranne un boliviano.
- 8 agosto. Iniziano i lavori di perforazione per cercare di localizzare il punto dove si trovavano i mina-tori.
- 12 agosto. Il ministro delle risorse minerarie, Laurence Golborne, afferma che le Possibilità à di trovare i minatori con vita sono poche.
- 19 agosto. Una delle sonde giunge a 726 metri di profondità ma non riesce a trovare il luogo dove sono i minatori. Nell'area proseguono le perforazioni di altre otto sonde.
- 22 agosto. È il giorno del miracolo. All'alba una sonda giunta a quota -688 trasmette dei rumori che fanno pensare ai minatori. Poco dopo la sonda riporta un pezzo di carta scritta da uno dei minatori: 'Stiamo tutti bene nel rifugio, i 33''.
- 23 agosto. Si lavora a un condotto tramite il quale inviare ai minatori alimenti, medicine e quanto necessario alla loro sopravvivenza.
26 agosto. I «mineros» fanno sapere che stanno tutti bene, ma le autorità precisano: tempi lunghi per tirarli fuori.
- 31 agosto. Al lavoro la prima perforatrice che scava per cercare di raggiungere il gruppo. Una secon-da trivella entra in azione il 5 settembre e la terza il 19 settembre.
- 1 settembre. Primo pasto caldo e solido per il gruppo: hamburger, riso e yogurt.
- 18 settembre. Tutto il Cile si stringe attorno ai minatori, in occasione della festa per il bicentenario dell'indipendenza dalla Spagna.
- 22 settembre. Sono pronte le tre capsule che verranno mandate in profondità per riportare, uno ad uno, i 33 in superficie.
- 27 settembre. Familiari 27 minatori chiedono un risarcimento alla societàà proprietaria giacimento: un milione di dollari a testa.
- 1 ottobre. Le autorità anticipano i tempi previsti salvataggio. Si passa dai primi di novembre alla se-conda metà di ottobre.
5 ANDRÉS FIGUEROA CORNEJO, « Treinta y tres mineros, uno tras otro », Agencia latinoamericana de información, 10 settembre 2010.
In Italia il ministro Tremonti ha detto che la 626 è un lusso. A parte questo saccente, in Italia i morti sul lavoro e sulle strade sono in diminuzione. La campagna sulla sicurezza procede, ma ci sono sempre 3 morti giornalieri sul lavoro e un costo di 50 miliardi lanno. È la speranza di lucrare da questi costi che fa muovere i padroni e il governo. Come per il problema ambienta-le (terremoti, alluvioni, edifici pubblici, reti viarie, ecc.) ci sono affari e risparmi da fare per mi-gliorare la situazione produttiva e quando questi affari sono evidenti non si tirano indietro…
Esistono due comportamenti paralleli dei padroni:
Da un lato, la globalizzazione spinge alla riduzione del costo del lavoro salariato e al peggio-ramento delle condizioni di lavoro, alla riduzione delle spese sanitarie ecc, si può parlare di capitalismo selvaggio alla cinese.
Dallaltro, una parte della tecnologia vede crescere limportanza delle „risorse umane e ci so-no nelloccidente miglioramenti settoriali, forse utili allimmagine e alla sperimentazione tecno-logica, ma sempre importanti per noi.
Ancora una volta vale ripetere „la salute non si vende come risuonava nei cortei degli anni Settanta. Sappiamo però che, in questa societàà capitalista, il lavoratore è sovente senza alter-nativa, deve tenersi il posto di lavoro ingrato perché altrimenti non campa…
Un comunicato sindacale cileno:
Accidente en mina San José
Una vez más los trabajadores mineros

Ante el derrumbamiento de la mina San José, perteneciente a la compañía San Esteban, ocurrido el jueves al norte de Copiapó, como Federacion Minera de Chile declaramos lo siguiente:
1. Expresamos nuestra solidaridad tanto a los compañeros afectados, como a sus familias que desesperadamente han montado guardia, en espera del rescate de sus seres queridos.
2. El accidente se produjo, principalmente, porque la empresa no generó las condiciones de seguridad suficientes para salvaguardar la vida de quienes laboran en el interior de la mina, no cumpliendo las mínimas normas estable-cidas en el Reglamento de Seguridad Minera.
3. Es una falla también de los organismos del Estado encargados de la fiscalización de las faenas mineras, las que a todo nivel se desarrollan con evidentes faltas de seguridad que durante los últimos años han acrecentado los acci-dentes.
4. Rechazamos la disyuntiva perversa de que ante las fiscalizaciones u otras medidas de control los empresarios a-temoricen a los trabajadores con el cierre de las minas, ya que cualquier compañía debe considerar siempre como un requisito esencial la inversión en la seguridad de las personas.
5. Esperamos que este triste dramático suceso sirva para desarrollar conciencia de los riesgos a los que se ven some-tidos los mineros y pueda repararse los daños a las personas.
Directorio Federacion Minera de Chile

1 Cfr. FRANCK GAUDICHAUD, Au Chili, derrière leuphorie médiatique, les hommes, Le Monde diplomatique, 14. 0t. 2010
2 JOSÉ LUIS CÓRDOVA, Diarioreddigital.cl, 8 ottobre 2010
3 Radio Cooperativa, www.cooperativa.cl, 1° giugno 2010
4 Cfr. FRANCK GAUDICHAUD, cit.

Treinta y tres mineiros
Se ne stavano nel grembo di Madre Terra
Inghiottiti
Da El Diablo del capitale
No, non erano un reality
E non era prevista l’espulsione
Per acclamazione popolare
Del meno simpatico
Forse neppure un libro
Si pianificava a Santiago
Nelle avenidas delle case editrici
“Si fueran mineros
Non fueran seguro intelectuales”
Treinta y tres mineros
Treinta y tres proprio come los anos
Di quel povero cristo
Nudi adesso e sottoterra
Sperando in una risurrezione
Tecnologica
Come profeti a mangiar locuste nel deserto
Non piu’ di 60 chili
Snelli e tonici devon restare
Per entrare nella capsula salvifica
Del Plano B.
E i sociologi che come voyeurs
Spiano se si sono creati
Una societàà verticistica
O se sottoterra sono stati contagiati
Dal virus dell’horizontalismo
De sus hermanos argentinos
E non sanno che sono venuti a tener veglia con loro
Lì nella loro oltretomba provvista di sonde
Gli spiriti de los duemila mineros y su mujeres y su hijos
Massacrati por la policia nel 1907 a Santa Maria de Iquique
Certo che ce ne sono state notizie da scambiarsi
Su 103 anni di prodezze sindacali
Di democrazie e di golpe
Di progresso e di regresso
Forse non sapevano neppure di Lula
Di Evo, di Cochabamba
Los espiritus de los masacrados
E la luce fioca del rifugio d’emergenza
Non è certo canicola che ombra stampi
E questi mineros non son certo l’uomo che se ne va sicuro
E a loro nessun giornalista chiede una parola
Che non sia quella del topo nella trappola
Dello speleologo accidentale che informa
Sullo stato della grotta
Non si prevedono esalazioni
Che portino a vaticini
Tra di essi non è Sibilla
Che qualche verità illustre
Possa comunicare
E le mogli, e i figli e le sorelle
E le madri, e i padri e i cugini
Nel villaggio de la esperanza
A esultare quando el Plano B
Promette de ser realizado
Prima di Natale
E le mogli, e le figlie e i fratelli
E le nonne e i nonni e le cugine
E i figli nati in loro assenza
E i genitori morti quando il figlio
Era sepolto-vivo
Lì ad aspettare
L’elemosina di una notizia
L’eco d’una voce come quella
che li salutava ogni giorno dalla doccia
Dove si levava la faccia nera
E la sostituiva con la maschera
Benigna del gran lavoratore
Campafamiglia- capofamiglia
Ritornato dal sacrificio quotidiano
E los mineiros come Persefone distratta
Che ingoia i tre chicchi di melagrana
E las mujeres come l’inconsolabile Demetra
Che si vede la figlia strappata sei mesi all’anno
Dal Signore degli Inferi
E noi che dall’interregnum
Ascoltiamo e guardiamo
Con avidità d’occhio e d’orecchi
E aridità di cuore
Il dipanarsi di sventure altrui
Mentre pulluliamo
con dignità di vespe sulla superficie
a orecchie tappate e occhi bendati
verso i segni
che non dovremmo stentare
a decifrare.

Pina Piccolo, 1 ottobre 2010

 

 

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