Audizione, Commisione Lavoro Senato: Memoria della Confederazione Unitaria di Base (Cub) in ordine all’indagine conoscitiva sulla disciplina delle forme pensionistiche complementari.

 

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Presidente Commissione Lavoro Senato Pasquale Giuliano
Ai componenti la Commissione Lavoro Senato

Memoria della Confederazione Unitaria di Base (Cub)
in ordine all’indagine conoscitiva sulla isciplina delle forme pensionistiche complementari.
In questo decennio si sono affermate idee e proposte assurde sul sistema pensionistico pubblico e si sono attuati tagli che non solo non sarebbero necessari, ma che contrastano con il mantenimento del livello di vita dei pensionati.
Con queste idee non solo si è determinato un impoverimento dei pensionati, ma un impoverimento nel quale siamo coinvolti tutti.
Ogni taglio imposto ai pensionati riduce il lavoro necessario, è infatti evidente che se il reddito degli stessi lavoratori dipende in parte dalla spesa degli anziani, con la cancellazione di questa spesa si cancella quel reddito, ciò vale ancor di più per i redditi futuri.
Un fenomeno sul quale vale la pena riflettere per le implicazioni riguardanti il modello di societàà che produce e la sua sostenibilità à sul piano delle caratteristiche che imprime allo sviluppo economico oltre che dei valori di civiltà ad esso intrinseco.
E’ quindi indiscutibile che tutelando i pensionati, si tutelino al tempo stesso i lavoratori, nel senso di garantire la conservazione del loro posto di lavoro, oltre che i trattamenti pensionistici attesi e anche le condizioni dell’esistenza dei loro figli e nipoti.
La funzione principale da assegnare al sistema pensionistico pubblico è quella di assicurare in modo universale a ciascun lavoratore il mantenimento del medesimo tenore di vita anche dopo il pensionamento, unitamente alla funzione assistenziale per assicurare a tutti gli anziani un reddito minimo.
La previdenza integrativa
I Fondi pensione nascono in Italia poco dopo la prima delle più recenti riforme della previdenza pubblica, quella varata la governo di Giuliano Amato nel '92 sulla base della considerazione che la spesa per la previdenza era eccessiva e in prospettiva insostenibile.
Si sono ridotti i diritti acquisiti dai lavoratori, e si è dato vita ai fondi per integrare parzialmente quanto si andava a tagliare sulla previdenza pubblica mettendone a carico del lavoratore l’intero costo e non più anche al padrone. In pratica si vendeva una protesi per togliere una parte sana del corpo.
A fronte di un taglio della previdenza pubblica dell’ordine del 25%, la destinazione del tfr ai fondi pensione, nella migliore delle ipotesi, ne recupera una parte modesta.
La sostituzione della pensione pubblica con la previdenza integrativa espone i singoli a rischi crescenti e viene meno nel contempo un sistema pensionistico universalistico.
Con i fondi si trasferisce sui redditi da pensione l’instabilità dei sistemi finanziari mondiali con il riproporsi del rischio di fallimento in cui sono storicamente incorsi i fondi pensione.
L’esplosione della crisi finanziaria, il crollo dei valori azionari hanno reso evidente a tutti quanto sostenuto dalla Cub: nel conferimento del tfr ai fondi pensione c’e solo un forte rischio per il salario dei lavoratori e un forte  guadagno, a prescindere dalla resa dell’investimento, per i gestori, le banche e gli speculatori che hanno la Possibilità à di “giocare” con i soldi dei lavoratori.
Il tfr dei lavoratori dipendenti, finito nei fondi pensione, finanzia, attraverso il mercato azionario, le grandi aziende private o privatizzate così come avviene negli Usa e in GB.
La crisi finanziaria iniziata nel 2008 ha reso evidente a tutti i limiti di tale modello e ne ha mostrato anche gli effetti sull’economia reale in termini sociali.
La crisi più grave degli ultimi ottant’anni viene pagata, per paradosso, dagli stessi lavoratori che, inconsapevoli o costretti dalla privatizzazione della previdenza pubblica, l’hanno alimentata coi loro risparmi e contributi pensionistici.
Si stima che a livello mondiale il risparmio gestito con la raccolta dei fondi pensione, assicurazioni e fondi di investimento valga quando il pil del mondo e di certo viene gestito senza alcuna valutazione di responsabilità à, neanche verso quanti lo ha conferito.
I fondi, o investitori istituzionali, sono i nuovi capitalisti; i capitalisti per procura, come efficacemente definiti da un noto sociologo.
Invece di prendere atto del fallimento e della “truffa” insita nella previdenza complementare, chi è coinvolto nella gestione dei fondi (cgil-cisl-uil in testa) propone modifiche perché tutto continui come prima.
I fondi pensione costano alla collettività.
Nel 2005 la Ragioneria dello stato aveva calcolato in 3,2 miliardi di € il costo per il decollo della previdenza integrativa messo a carico della collettività per il periodo di otto anni.
Per il trasferimento del Tfr ai fondi, il governo ha introdotto una tassazione di vantaggio per la rendita del fondo (da un massimo del 15% ad un minimo del 9%) rispetto a quella prevista per il Tfr (23%).
Inoltre il governo ha concesso agli imprenditori un finanziamento, per compensare la perdita di titolarità del Tfr, a carico del bilancio statale: Finanziaria 2007: 414 milioni di € nel 2008, 460 milioni di € annui dal 2009 in avanti e 17 milioni per promozione nel 2007.
Tutte risorse che come i contributi versati dalle aziende ai fondi pensione, potevano più opportunamente essere impiegate a sostegno della previdenza pubblica.
I Fondi pensione possono servire solo a chi è in grado di destinare una quota rilevante del proprio reddito ad una pensione integrativa.
Contro lo scippo del Tfr con il silenzio assenso
La Cub si batte da anni contro lo scippo del Tfr con il silenzio assenso e per la sua piena disponibilità al lavoratore e ritiene che l’adesione al fondo pensione può avvenire solo in termini volontari; deve essere esplicitamente previsto il diritto al recesso dall’adesione ai fondi e ad interrompere i versamenti e richiedere quanto versato.
Deve essere altresì abolita la penalizzazione fiscale che colpisce il Tfr rispetto alla tassazione prevista per la rendita dei fondi pensione prevedendo una unica aliquota di tassazione.
Le adesioni al trasferimento del tfr ai fondi, malgrado lo sforzo del governo, della quasi totalità dei partiti e dell’impegno attivo di cgil, cisl e uil, sono risultate minime e hanno coinvolto in particolare i lavoratori prossimi alla pensione con il preciso obiettivo di utilizzare il contributo dell’azienda.
Il progetto è sostanzialmente fallito se con esso si pensava di coinvolgere i lavoratori giovani ai quali si pensa di tagliare la pensione pubblica portandola a meno 60% del salario percepito. Si può affermare che la previdenza complementare risulta maggiormente diffusa tra coloro che ne hanno meno bisogno.
E’ fallito perché i lavoratori sono più intelligenti di quanto pensa chi vuole rappresentarli e perché ai giovani è stato sottratto il diritto ad un lavoro stabile e ben retribuito.
Rilanciare la previdenza pubblica
E’ fondamentale opporsi allo smantellamento della previdenza pubblica, rilanciandola quale strumento unico e universale per il mantenimento del reddito percepito prima del pensionamento e opporsi alla riduzione delle pensioni attese con peggioramenti delle aliquote con cui calcolarle e all’aumento dell’età pensionabile.
Nel corso degli anni è diminuito il potere di acquisto delle pensioni per l’aumento dei prezzi e anche per effetto del mancato recupero del fiscal drag, a questo va posto rimedio agganciando le pensioni all’andamento reale dei prezzi e alla dinamica salariale e aumentare le pensioni in essere e abolendo le trattenute fiscali sulle pensioni medio basse e riducendo le aliquote sulle altre.
Il rilancio della previdenza pubblica è possibile sia perché Il fondo lavoratori dipendenti presso l’Inps da anni è attivo, sia per l’elevata evasione e elusione contributiva; sia finanziando la previdenza pubblica anche con contribuzione sulla ricchezza che l’intero sistema crea e rendendo effettiva la separazione tra assistenza e previdenza.
Grazie alla concertazione, sul terreno della distribuzione dei redditi, inoltre, negli ultimi venticinque anni alla quota pro capite di salario dei lavoratori sono stati sottratti, e spostati ai profitti, ben 7000 € all’anno, determinando oltre che una vera e propria emergenza salariale una consistente riduzione del gettito contributivo all’Inps.

Milano 3 marzo 2010

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