(Articolo sul Manifesto del 9 luglio '05)  

LA RIFORMA DELLE PENSIONI
Il tfr nei fondi sarà esposto ai capricci finanziari. E pagheranno i lavoratori

FELICE ROBERTO PIZZUTI -  


Nei prossimi mesi, prima il confronto tra governo, parti sociali e parlamento, poi le scelte dei lavoratori (silenzio-assenzo) in materia di previdenza complementare e destinazione del Tfr definiranno non solo l'assetto del nostro sistema previdenziale, ma avranno conseguenze di rilievo per l'intero sistema economico.
Si tratta dunque di una questione rilevante, anche ai fini del programma del nuovo governo che verrà dopo le elezioni del 2006. L'avvio dei nuovi fondi pensione risale alla riforma Amato del 1992 e ha avuto ulteriori regolamentazioni in occasione della riforma Dini del 1995. In entrambi i casi, oltre ad altri importanti obiettivi di razionalizzazione dell'assetto pensionistico, per corrispondere alle esigenze di risanamento del bilancio pubblico vennero prese misure volte a ridurre progressivamente, ma significativamente, le prestazioni del sistema pubblico obbligatorio a ripartizione; i nuovi fondi privati a capitalizzazione dovevano consentire una compensazione di quei tagli e, dunque, una ricomposizione della copertura pensionistica dal pubblico al privato.
 
Sul piano del risanamento finanziario, i risultati delle riforme degli anni `90 sono stati superiori agli stessi obiettivi. Com'è stato accertato da una commissione governativa, i vantaggi per il bilancio pubblico riferiti al decennio 1996-2005 hanno superato di quasi undici miliardi di euro quelli previsti. Il disavanzo tra le entrate e le uscite previdenziali del sistema pensionistico, che nel 1994 era pari al 2,5% del Pil, è sceso all'1,1%; si aggiunga (circostanza spesso ignorata) che le uscite effettive per il bilancio pubblico, cioè al netto delle trattenute fiscali a carico dei pensionati, sono inferiori di circa due punti di Pil, cosicché il saldo è positivo per circa un punto di Pil.

Quanto alla riduzione del grado di copertura offerto dal sistema pubblico, prima delle riforme, con 35 anni di contributi e a qualsiasi età, un lavoratore dipendente maturava una pensione pari al 67% (nel settore privato) o al 77% (nel settore pubblico) dell'ultima retribuzione; per i lavoratori dipendenti che andranno in pensione con il sistema contributivo, il tasso di sostituzione, a 62 anni e 35 di contributi sarà del 51%, mentre per i lavoratori parasubordinati sarà del 31%.

La crescente consapevolezza che nei prossimi anni la copertura pensionistica per un largo e crescente numero di lavoratori attuali sarà largamente inadeguata e che tale prospettiva sia socialmente ed economicamente insostenibile sicuramente giustifica che si intervenga immediatamente sull'assetto attuale. Tuttavia, è del tutto incongruo che da questa giustissima esigenza si derivi la necessità di un esteso sviluppo della previdenza privata che, invece, avrebbe effetti negativi sulla funzionalità del sistema pensionistico e sull'intero sistema economico.

Se la quota di copertura pensionistica affidata ai fondi a capitalizzazione divenisse consistente (trasferendo tutto il Tfr arriverebbe a un quarto), la crescente instabilità dei mercati incrinerebbe la funzione previdenziale nella sua stessa ragion d'essere.

I rovesci dei mercati finanziari di questi anni hanno fatto sì che i rendimenti dei fondi pensione siano stati anche sensibilmente inferiori a quelli assicurati dal Tfr.
 
 
Spostando l'attenzione a periodi lunghi, come mostra una approfondita ricerca, fondi pensione che tra il 1911 e il 1999 avessero investito tutti i contributi in una Borsa dinamica come quella americana, avrebbero garantito tassi di sostituzione che, per la sola variabilità dei mercati finanziari durante gli anni considerati, sarebbero oscillati dal 18% al 100%. Cioè, due lavoratori con la stessa storia contributiva, per il solo fatto di terminare l'attività in periodi diversi del ciclo di Borsa, avrebbero maturato - per il resto della loro vita - pensioni molto diverse, fino ad assumere una più di cinque volte il valore dell'altra.

Le specifiche caratteristiche del nostro sistema produttivo offrono motivi seri e aggiuntivi per sconsigliare un trasferimento di tutto o anche solo di buona parte del Tfr ai fondi pensione. Se tutto il risparmio attualmente diretto al Tfr fosse trasferito ai fondi pensione, questi accumulerebbero in sei anni circa 100 miliardi di euro.
I lavoratori e le imprese verrebbero privati di disponibilità finanziarie difficilmente sostituibili dal sistema creditizio, che comunque chiederebbe tassi d'interesse maggiori. D'altra parte,
a causa delle piccole dimensioni delle nostre imprese e della loro scarsa disponibilità a quotarsi in Borsa, già i capitali relativamente esigui adesso gestiti dai fondi pensione (7 miliardi di euro) vengono impiegati solo per il 2% in azioni di aziende italiane e circa il 60% viene collocato all'estero, a beneficio dei nostri concorrenti.

Fin dall'iniziale proposta dei fondi pensione, l'interesse al loro sviluppo da parte delle imprese è stato subordinato alla contestuale riduzione dei loro contributi al sistema pensionistico pubblico, implicando una riduzione degli oneri salariali e una corrispondente redistribuzione a danno dei lavoratori. L'iniziale decreto governativo prevedeva appunto il trasferimento obbligatorio del Tfr ai fondi e la decontribuzione per le aziende.
Entrambe queste misure sono state almeno momentaneamente escluse dal provvedimento governativo, ma se il meccanismo automatico del silenzio-assenso portasse ad un massiccio trasferimento del Tfr ai fondi, le nuove prestazioni pensionistiche da essi promesse faciliterebbero una riduzione compensativa di quelle pubbliche e dei contributi aziendali che le finanziano. Si arriverebbe cioè allo stesso risultato distributivo inizialmente progettato che si sommerebbe agli altri esiti negativi, previdenziali e macroeconomici, prima ricordati. Gli interessi dei gruppi assicurativi costituiscono un altro capitolo.

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