La vita si è allungata, per chi?


I demografi da anni ci dicono che la vita media della popolazione italiana - così come quella di altri paesi industrializzati - si è innalzata e che il trend è in continua ascesa (75,3 anni per i maschi e 81,6 anni per le femmine, dati ISTAT 1997), e questo è bene. 

Al di là dell'uso strumentale del fenomeno da parte della Confindustria, dei governi di turno, degli economisti e giornalisti del "palazzo" nel maldestro tentativo di "giustificare" gli attacchi alle conquiste operaie, tesi all'allungamento della vita lavorativa e alla riduzione del grado di copertura delle pensioni rispetto alla retribuzione percepita, tale tendenza è sotto gli occhi di tutti.

 

Non è compito di queste note affrontare il tema in termini generali, né tantomeno indagare sui nessi, che pure ci sono, tra riduzione dei tassi di natalità nella popolazione italiana e diminuzione - negli ultimi 20 anni - del salario reale che via via ha colpito strati sempre maggiori della popolazione lavorativa.

Per non dire delle vastissime aree del lavoro precario e nero e della complessiva riduzione delle tutele sociali conquistate con le lotte di intere generazioni. 

Qui si vuole attirare l'attenzione su un punto: non si insegna, non si divulga e quindi non si sa che il dato della vita media non distingue per classi sociali e non discrimina attentamente entro una stessa comunità tra ricchi e poveri e, per quanto qui interessa, fra gli esposti e non esposti agli agenti cancerogeni nei luoghi di lavoro. 

Questa disinformazione continua ad essere vera nonostante la "dovizia di studi, la cui notorietà raramente esce dalla comunità conclusa degli scienziati e degli specialisti, che dimostrano questa tesi: si vive, ci si ammala e si muore di classe" (Giulio Maccacaro, Per una Medicina da rinnovare, Feltrinelli Editore 1979). 

Una verità che emerge prepotentemente anche dallo "storico" processo che dal 1997 vede, davanti al Tribunale di Venezia (150 udienze già svolte tra la fase preliminare e quella dibattimentale), come imputati i vertici della chimica italiana per le malattie e le morti causate a centinaia di operai perché esposti, loro malgrado, ai cancerogeni 1,2- Dicloroetano/Cloruro di vinile/Policloruro di vinile e altri tossici presso il polo chimico di Porto Marghera.

Ecco e dati di questo pezzo di umanità tremendamente ferita e colpita a morte: 506 persone portatrici di gravi malattie invalidanti e 220 di esse decedute perché esposte nei luoghi di lavoro al o ai suddetti agenti cancerogeni.

Senza dimenticare, mai, che dietro l'aridità di questi numeri ci sono uomini in carne ed ossa, con i loro affetti e i loro sogni, la cui vita è stata prematuramente distrutta, fra indicibili sofferenze, per la responsabilità à di chi ha deciso di estrarre un surplus di danaro da una molecola killer, qui si denuncia che questi Duecentoventi operai sono stati portati a morte per la violazione delle più elementari norme di sicurezze e igiene ambientale da parte di Montedison/ENI/Enimont/Montefibre e societàà ad esse collegate e, che, proprio per questo la Loro vita media è stata di 59 anni (e Centodieci di essi sono deceduti a una età compresa fra i 36 e i 55 anni) e non di 75,3 anni come recitano le statistiche ufficiali.  

Far conoscere questi dati è anche un segno di rispetto verso le vittime.

 

di Luigi MARA

8 maggio 2003

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