Tfr, le mani dei mercati finanziari sul salario  
14-settembre-2005 ( da liberazione)

Per quale motivo la collettività dovrebbe caricarsi gli oneri relativi conseguenti la previdenza integrativa? Ma i lavoratori e le lavoratrici quali garanzie hanno?
Gli annunci sul varo del decreto sulla previdenza integrativa si susseguono ormai da otto mesi; mancano pochi giorni al limite di tempo fissato nella legge sulle pensioni approvato dal centro-destra un anno fa.
Per il ministro del lavoro non è solo una corsa contro il tempo ma è in gioco il cuore della legge stessa. Per questo motivo vuole a tutti i costi il consenso pieno delle parti sociali in quanto è cosciente che se la previdenza integrativa non decolla fallisce il disegno di ridimensionare il sistema pubblico.

L'accordo per la costituzione e lo sviluppo dei fondi pensione è molto ampio: governo, confederazioni sindacali, organizzazioni padronali ed ovviamente i gestori finanziari. A favore della previdenza integrativa è schierato gran parte del Parlamento contemporaneamente dagli organismi dell'Unione europea giungono forti sollecitazioni.

Nemmeno la riduzione dei futuri importi di pensione imposti dalla legge Dini per quanti non avevano maturato 18 anni di contributi ante 1996 unitamente all'offerta di incentivi fiscali per sollecitare l'adesione ai fondi ha convinto i lavoratori e le lavoratrici ad aderirvi: il mondo del lavoro ha espresso contrarietà rifiutando di conferire il Tfr e difendendo la previdenza pubblica. Né i fondi di origine contrattuale né le polizze vita sono decollate, vi hanno aderito poco più di 2 milioni di lavoratori, meno del 13% del totale. I rendimenti di quanto versato risultano inferiori a quelli del Tfr. Eppure i fondi sono stati costituiti in tutte le categorie, alimentati forzosamente con quote di salario, sponsorizzati dai sindacati confederali.

Un commento puntuale sulle norme contenute nel decreto sarà possibile nei prossimi giorni quando sarà varato con l'assenso di una o più parti in causa.

Il decreto vuole convincere i lavoratori e le lavoratrici a conferire il Tfr che matureranno in futuro ai fondi pensione: è questo l'unico punto su cui vi è accordo tra le parti sociali. I sindacati criticano il decreto in quanto non riconosce loro il monopolio sui fondi; i gestori finanziari invece vorrebbero che l'adesione (trasferimento del Tfr) fosse libero.

Non va nascosto che vorrebbero (banche - gestori finanziari - compagnie di assicurazione) assumere la gestione di quote del Tfr. L'ammontare annuo del Tfr supera i 13 miliardi di euro è una torta ricca.

I datori di lavoro pretendono dallo Stato la garanzia di continuare a disporre, alle stesse condizioni, le quote del Tfr che confluiranno nei fondi: chiedendo una linea di credito agevolato e allo Stato di farsi carico degli interessi.

Il governo ha già promesso che rimborserà le aziende.

Il decreto prevede consistenti incentivi fiscali per convincere i lavoratori e le lavoratrici a rinunciare al Tfr a favore dei fondi. Vengono spontanee almeno due domande:
Per quale motivo la collettività dovrebbe caricarsi gli oneri relativi conseguenti la previdenza integrativa? Ma i lavoratori e le lavoratrici aderenti ai fondi quali garanzie hanno?

Perché i sindacati non chiedono che quanto versato ai fondi in caso di crisi o fallimento produca un rendimento minimo pari almeno all'inflazione e il "versato" (come avviene per il Tfr in caso di fallimento di un'azienda) sia garantito al lavoratore o alla lavoratrice.

La previdenza integrativa non è altro che la gestione sui mercati finanziari di quote di salario prelevato forzosamente, è rigorosamente individuale, è priva di qualsiasi elemento solidaristico, non garantisce la vecchiaia. Perché continuare a chiamarla previdenza la si chiami "gestione di risparmio forzoso". Restituiamo alla previdenza il suo significato di classe, la sua natura sociale e di tutela la sua forza solidaristica.

Non conferire il Tfr ai fondi significa mettere in crisi la previdenza integrativa e creare le condizioni per riaprire il capitolo della previdenza pubblica: è un forte atto di lotta. Significa anche liberare il sindacato dai vincoli di una cogestione con i padroni (i fondi) che li imbriglierà ben più della stessa concertazione.

Sante Moretti
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