(Il testo completo della sentenza n. 13045/2006)

 

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Nell’attuale ordinamento vi è una distinzione tra età pensionabile ed età massima lavorativa dei lavoratori dipendenti. L’età pensionabile per le donne è fissata al compimento dei 60 anni di età e per gli uomini al compimento dei 65 anni di età.
L’età massima lavorativa per gli uomini coincide con l’età pensionabile dei 65 anni di età e per le donne è stabilità a 65 anni di età come per gli uomini. In tema di limiti alla libera licenziabilità, la tutela obbligatoria, unitamente a quella reale se ne ricorrono le condizioni, deve ritenersi estesa a tutte le lavoratrici che, pur avendo raggiunto l’età pensionabile dei 60 anni, non hanno ancora conseguito l’età massima lavorativa dei 65 anni.
Pertanto alle lavoratrici compete il diritto di proseguire il rapporto di lavoro anche dopo il compimento dell’età pensionabile dei 60 anni e fino al giorno del raggiungimento dell’età massima lavorativa dei 65 anni, senza necessità di alcun onere di comunicazione, da parte loro, al datore di lavoro. Inoltre, nell’arco di tempo dal compimento dei 60 anni a quello del compimento dei 65 anni di età da parte delle lavoratrici, al datore di lavoro è fatto divieto di esercitare liberamente nei confronti delle medesime il potere di licenziamento. In tal senso si è pronunciata la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione nella Sentenza 3 aprile-1 giugno 2006, n. 13045, con la quale è stato rigettato il ricorso proposto dalla Cassa di Risparmio di Fermo contro la sentenza ad essa sfavorevole emessa in secondo grado dal Tribunale di Fermo.
La sentenza del Tribunale di Fermo aveva confermato la sentenza di primo grado che aveva dichiarato illegittimo il licenziamento intimato dalla Cassa il 15 maggio 1998 ad una dipendente in vista del compimento del suo 60° anno di età, basandosi sull’articolo 128 del CCNL che prevedeva detta facoltà di licenziamento.
La Corte di Cassazione ha ricordato che il testo originario della legge n. 604/1966, recante norme sui licenziamenti individuali, aveva previsto la libertà di recesso del datore di lavoro in caso di lavoratori i quali avessero maturato il diritto alla pensione di vecchiaia, recependo la differenza tra uomini e donne, la cui età di pensionamento all’epoca era fissata al 60° anno di età per gli uomini e al 55° anno di età per le donne.
A seguito di un duplice intervento della Corte Costituzionale con le Sentenze n. 137/1986 e n. 498/1988, è stato affermato il principio di rango costituzionale secondo cui la donna non è licenziabile senza giustificato motivo prima del compimento della stessa età pensionabile stabilita per l’uomo.
Il legislatore si è adeguato alle pronunce della Corte Costituzionale e, con l’articolo 4 della legge n. 108/1990, ha previsto il limite dei 60 anni, ai fini del licenziamento, per uomini e donne “in possesso dei requisiti pensionistici”, facendo salva l’opzione di cui all’articolo 6 del DL n. 791/1981, convertito in legge n. 54/1982, che consente, a domanda, di rimanere in servizio fino al 65° anno di età. A seguito della ulteriore evoluzione normativa ad opera, tra l’altro, delle disposizioni del DLgs n. 503/1992, si è riproposta la distinzione dell’età di pensionamento di vecchiaia in misura differenziata per uomini e donne, per cui attualmente il diritto alla pensione di vecchiaia da parte degli uomini si consegue al compimento dei 65 anni di età e da parte delle donne al compimento dei 60 anni di età.
È quindi intervenuta la giurisprudenza della Corte di Cassazione a chiarire che le lavoratrici raggiungono l’età pensionabile al compimento dei 60 anni di età e l’età massima lavorativa al compimento dei 65 anni di età, per cui le stesse lavoratrici anche nei casi in cui abbiano già raggiunto l’età pensionabile non possono essere licenziate prima di avere raggiunto l’età massima lavorativa dei 65 anni di età.
Ciò, in applicazione dei precetti costituzionali che non consentono di regolare l’età lavorativa delle donne in modo difforme da quello previsto per gli uomini, non soltanto per quanto riguarda il limite massimo di età, ma anche per quanto riguarda le condizioni per raggiungerlo. Non sussiste, invece, alcun precetto costituzionale che contrasti con la previsione che per le donne indica un limite di età inferiore a quello degli uomini per il conseguimento della pensione di vecchiaia. La Corte di Cassazione, sulla base delle suddette considerazioni, ha concluso il giudizio rigettando il ricorso della Cassa di Risparmio. (28 agosto 2006)
Corte di Cassazione civile - Sezione lavoro - sentenza n. 13045/2006

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