CUB - MERCATO DEL LAVORO E MODELLO TEDESCO - Nascondere i senza lavoro - “Costringere” i disoccupati a trovar lavoro. La riforma del mercato del lavoro del «governo tecnico» italiano s’ispira direttamente al modello tedesco. Seguire i falsi modelli di successo senza conoscerne i contenuti crea danni e non risolve il problema della distribuzione del lavoro e del reddito.

 

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MERCATO DEL LAVORO E MODELLO TEDESCO
Nascondere i senza lavoro.

“Costringere” i disoccupati a trovar lavoro.


La riforma del mercato del lavoro del «governo tecnico» italiano s’ispira direttamente al modello tedesco. Il ministro delle Politiche sociali Fornero, in una lettera alla «Stampa» del 4 marzo lo dice a chiare lettere.

“L’esempio più recente di una riforma complessiva del mercato del lavoro e degli strumenti di protezione sociale …. è offerto dagli interventi realizzati in Germania all’inizio del decennio scorso quando il Paese era ritenuto il «malato d’Europa», incapace di crescere e di superare l’urto della riunificazione. Le riforme tedesche hanno interessato tutti gli aspetti del mercato del lavoro e del Welfare: miglioramento degli strumenti di istruzione professionalizzanti e facilitazione del passaggio tra scuola e lavoro; sostegno alla partecipazione al mercato del lavoro e all’occupazione, anche parziale, delle fasce più svantaggiate; rafforzamento del legame tra il godimento di particolari trattamenti e l’effettiva azione di riqualificazione e di ricerca di lavoro; potenziamento dell’attività dei centri per l’impiego; introduzione di maggiore flessibilità, sia con nuove tipologie contrattuali sia negli spazi della contrattazione tra impresa e lavoratore”.
Servono un minimo di storia e qualche dato per scovare invece le miserie del modello tedesco che la troika (Europa, Fmi, Bce) sta imponendo a tutti i paesi europei. Dietro il ricatto del debito, si vuole portare a termine il passaggio dal Welfare (diritti e servizi sociali) ad un sistema che subordina le politiche sociali alla disponibilità e alla flessibilità del pieno impiego precario facendola finita col «modello sociale europeo», perché, come afferma Mario Draghi, non possiamo più permetterci di «pagare la gente che non lavora».

Quale è il modello tedesco?
In Germania prima della riforma Hartz, i lavoratori  che avevano versato i contributi, se disoccupati, avevano diritto ad una “allocazione” (Arbeitsengeld o AG1) che durava due, e in certi casi 3 anni con un sussidio equivalente al 60 al 67% della retribuzione netta percepita.  Esaurito il diritto al primo sussidio AG1, prendevano un AG2, molto più modesto, il 53 al 57% dell'ultimo salario netto. Per le persone senza lavoro in condizione di difficoltà esisteva inoltre un “aiuto sociale” (Sozialhilfe).  
Tra il 2000 e il 2005, è stata introdotta una fitta serie di leggi di flessibilizzazione, di precarizzazione del mercato del lavoro e di rigidi tagli allo Stato sociale che ha portato ad un «pieno impiego precario» trasformando disoccupati e «inattivi» in una massa impressionante di lavoratori poveri.
Quattro le riforme dell’assistenza alla disoccupazione e del mercato del lavoro  (leggi Harzt) : La legge Harzt istituisce le agenzie di Servizi per il personale "( Personal-Service-Agenturen o PSA). La legge Harzt II introduce  i contratti «mini-job», contratto di lavoro al nero legalizzato (1 euro senza contribuzioni sociali e senza copertura per la disoccupazione e la pensione), e i contratti «midi-job» (salario tra i 400 e gli 800 euro), spingendo tutti a farsi imprenditori della propria miseria.La legge Harzt III ristruttura le agenzie per l’impiego nazionali e federali, per intensificare il controllo dei comportamenti e della vita e l’accompagnamento individuale dei lavoratori poveri.

La legge Hartz IV, entrata in vigore il primo gennaio 2005, è il sommario dei cambiamenti introdotti:

– Riduzione della durata delle indennità, (ex AG1) da tre anni a un anno; irrigidimento delle condizioni di accesso e obbligo di accettare qualunque lavoro proposto.
Per avere diritto al sussidio di disoccupazione occorre aver lavorato per almeno dodici mesi nel corso dei due anni precedenti il licenziamento. Dopo un anno di sussidio, il disoccupato percepisce l’aiuto sociale (l’equivalente di un reddito di solidarietà) pari a un importo di 359 euro a persona, rivalutato a 374 euro (AI2 e Sozialhilfe sono accorpati).
– Riduzione delle indennità versate ai disoccupati di lunga durata che rifiutino di accettare lavori sotto-qualificati.
– I disoccupati devono accettare impieghi - cosidetti mini-job - a un salario di 1 euro l’ora per non più di 15 ore settimanali (addizionale al sussidio disoccupazione che percepiscono). Per questi “mini-jobs” e mini-salari, lo stato non esige il versamento dei contributi previdenziali e sanitari.  Ciò ha incoraggiato molti datori di lavoro ad assumere mini-salariati sotto i 400 euro.

Questi lavoratori, non contribuendo alla previdenza, non hanno pensione nè assicurazione sanitaria. Oppure devono accettare midi jobs una sorta di zona di contratti di transizione con redditi tra i 401 e gli 800 euro: all’interno di questa categoria, l’obbligo dei contributi sociali per gli operai cresce fino a raggiungere quello di sicurezza sociale, (il 21% con un reddito di 800 euro).
– Possibilità à di ridurre gli indennizzi dei disoccupati che hanno dei risparmi e dunque Possibilità à di accesso ai conti bancari degli «assistiti». Possibilità à di valutare lo standard dell’alloggio dell’«assistito» e di richiedere, se necessario, un trasferimento.
I beneficiari dell’aiuto sociale Hartz IV sono stimati in 6,6 milioni, di cui 1,7 milioni di bambini. I restanti 4,9 milioni di adulti sono impiegati per meno di 15 ore settimanali. Nel maggio 2011, le statistiche ufficiali ormai dichiaravano cinque milioni di contratti mini-job, con un aumento del 47,7%.
Il mini-job è molto diffuso anche tra i pensionati: 660.000 di loro cumulano le pensioni a un mini-job. Una parte importante della popolazione, il 21,7%, nel 2010 è assunta part-time.
L’istituto di statistica tedesco ha misurato l’aumento della precarietà e delle forme che essa assume: tra il 1999 e il 2009, tutte le forme di lavoro atipico sono cresciute almeno del 20%. Il basso tasso di disoccupazione ufficiale esibito come un segno del «miracolo economico tedesco» non significa granché! L’esercito di working poors in continua espansione non è formato unicamente da precari, ma anche da lavoratori con un contratto a durata indeterminata.
Nell’agosto 2010, una relazione dell’istituto del lavoro dell’università di Duisburg-Essen ha stabilito che oltre 6,55 milioni di persone in Germania ricevono meno di 10 euro lordi all’ora, e il loro numero è  aumentato di 2,26 milioni in dieci anni.
In Germania coesistono due mercati del lavoro: il primo, che possiamo definire degli alti salari, vede lavoratori specializzati metalmeccanici retribuiti con salari di 2500/2700 euro al mese  cioè il doppio di uno italiano e il secondo, quello dei minijobs e midijobs che vede più di sei milioni e mezzo di lavoratori che guadagnano meno di 800€ al mese.
Anche nella ricca Germania quindi le disuguaglianze più che restringersi si sono allargate e la crescita dell’occupazione è stata robusta soprattutto per gli impieghi a basso salario e per il lavoro delle agenzia interinali grazie alla deregolamentazione e alla promozione dei cosiddetti "mini-lavori" flessibili a basso reddito.
Seguire i falsi modelli di  successo senza conoscerne i contenuti crea danni e non risolve il problema della distribuzione del lavoro e del reddito.

Milano maggio 2012

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