Scorrendo gli scritti degli Autori che si sono occupati di arbitrato in materia di lavoro è frequente imbattersi in considerazioni preliminari mediante cui vengono condannati gli approcci meramente  funzionalistici o solo tecnico-giuridici; in altri termini vengono spesso criticate le posizioni di coloro che vedono nell’arbitrato in materia di lavoro solo una tecnica deflattiva, resa ai nostri giorni inevitabile dal sovraccarico e dall’arretrato accumulatisi sui tavoli e nelle cancellerie dei magistrati del lavoro.


          L’opinione di coloro che sottolineano l’importanza e la rilevanza politica delle scelte relative ai modi con cui risolvere la controversie di lavoro è senz’altro da condividere; sono in gioco infatti questioni decisive, che toccano non solo i rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori, ma anche i poteri effettivi esercitabili dalla magistratura e dal sindacato per contribuire a realizzare, per quanto loro compete,  i complessivi equilibri  delineati a livello costituzionale.
            Tenendo presente che in questa sede  si prenderà in considerazione l’arbitrato irrituale in materia di lavoro - oggi  principalmente disciplinato  dagli artt.412-ter e 412-quater c.p.c. e  per il quale è prevista, nel prossimo futuro, una disciplina radicalmente nuova,  prefigurata dai princípi e criteri direttivi indicati nell’art. 4 del DDL 848-Bis - è opportuno mettere in luce, in primo luogo,  che la diffusione dell’arbitrato, ed in particolare di un certo tipo di arbitrato, comporta la messa in discussione della caratteristica qualificante del nostro diritto sostanziale del lavoro, quale
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