La crisi che attraversiamo ha un impatto globale e pone a rischio, ovunque, le fasce più deboli della popolazione. Sia quelle che subiscono lo sfruttamento e l’appropriazione altrui del valore che producono, come i lavoratori dipendenti, sia chi vive forme di marginalità produttiva (chi lavora in nero o nelle piattaforme della gig economy, le false partite iva, ecc…), sia chi si trova in condizione di marginalità sociale come i senza casa, gli anziani soli, i migranti.


Per dare una vaga idea dell’impatto che potrebbe subire la nostra economia è utile considerare che il Governo ha stanziato, nel solo mese di marzo, 25 miliardi (1,5% del PIL) per mantenere in piedi le attività economiche e la struttura sociale (tramite c.i.g. e ammortizzatori sociali); considerando aprile e maggio si giungerà attorno ai 5-6 punti del PIL. Fortunatamente è stato sospeso il “patto di stabilità” ma si deve spendere quanto sarà necessario, con la chiara consapevolezza che si tratta comunque e solo di nuovo debito che alla fine però dovrà essere fatto pagare a chi non ha mai pagato e non ai soliti lavoratori e pensionati.

Una cosa è ben chiara: una volta superata la fase acuta dell’emergenza, molto sarà cambiato in termini economici e sociali in ogni singolo Paese, in seno agli organismi internazionali e nei rapporti tra stati e istituzioni multinazionali (UE). Al momento stiamo verificando come sia caduta l’affidabilità delle catene produttive lunghe, garantite dalla globalizzazione. Per rendersene conto è sufficiente pensare a quanto si sia rivelata drammatica la carenza di presidi sanitari (mascherine, guanti, camici, respiratori, ecc…) prodotti ormai quasi esclusivamente nei paesi a basso costo del lavoro.
In sostanza questa crisi mette in discussione anche l’attuale divisione internazionale del lavoro e si abbatte con maggiore forza su quei sistemi produttivi che, come il nostro, sono principalmente produttori di semilavorati e perciò dipendono sia dai fornitori di materie prime e di semilavorati a minore valore aggiunto, sia dagli acquirenti delle nostre produzioni. Analoghe difficoltà toccano tutti i paesi ed è prevedibile una forte revisione delle attuali politiche produttive che, contando sulla facilità nelle comunicazioni e nei trasporti, separano il cervello (normalmente insediato nei paesi avanzati) dalle mani che, invece, operano là dove il lavoro costa meno.
La rivoluzione delle donne. Il ventunesimo secolo è il secolo delle donne. Attraverso il lavoro sindacale e politico dobbiamo prendere parte al movimento di organizzazione femminile e favorire la presa di coscienza delle donne del loro ruolo storico. È necessario combattere attivamente la violenza di genere (implementando per esempio il servizio di sportello antiviolenza già attivato) e sostenere la lotta delle donne in tutte le sue forme, dalle rivendicazioni dei diritti civili a quelle sindacali, nostro ambito primario, nonché diventare parte proattiva nella lotta per la distruzione del patriarcato, il cui sistema millenario, inscindibile dal capitalismo, è giogo di oppressione per l’umanità intera.

Perciò dobbiamo cominciare a pensare ora a quello che accadrà una volta passata l’emergenza sanitaria, dobbiamo cioè pensare che cosa occorre cambiare se vogliamo evitare che la crisi economica e sociale assuma dimensioni e durata imprevedibili. I problemi emersi e le ricadute della crisi sul versante economico, produttivo e sociale, richiedono un intervento combinato, dentro e fuori i luoghi di lavoro, che dobbiamo costruire in tempi brevi. A questo proposito dobbiamo saper operare mettendo al centro il lavoro e la giustizia sociale, le comunità di lavoratrici e lavoratori e i Movimenti, per contribuire a mettere in opera una reale trasformazione della nostra economia e porre le infrastrutture del nostro Paese al servizio della società e non del profitto individuale, per realizzare la quale occorre che i lavoratori rialzino la testa e contribuiscano alla costruzione di un grande movimento di lotta.
Con questo documento proponiamo per punti gli ambiti d’intervento che possono costituire la nostra piattaforma programmatica. Molti fanno già parte della nostra strategia, altri andranno maggiormente articolati. Su tutti serve il lavoro comune per costruire una posizione all’altezza della sfida che ci presenta la realtà attuale.

1. Salute e sicurezza, nella società e nel lavoro.
La crisi sanitaria, innescata da un virus che ha effettuato il salto di specie, svela l’essenza malata delle relazioni costruite, nell’ambito dell’attuale struttura sociale, tra umanità e natura, tra individuo e individuo. Essa segna anche un discrimine poiché individua un prima e un dopo. Prima sapevamo che i processi di sedentarizzazione dell'umanità e domesticazione degli animali hanno storicamente favorito l’insorgere di grandi malattie (morbillo, vaiolo, influenza "spagnola", aids e via così fino ad oggi), ora sappiamo che l’ampliamento del controllo capitalistico sulla riproduzione, l'industrializzazione degli allevamenti (trasformare gli animali in macchine per la produzione di proteine) ha aggravato tutto questo accelerando sia la ricorrenza delle crisi sanitarie (asiatica, aviaria, SARS, MERS, ecc...) sia il rafforzamento di agenti patogeni resistenti alle cure conosciute.
Perciò sappiamo che certamente arriverà un’altra pandemia, perciò è assolutamente necessario e urgente assumere l’intera questione ecologica come l’orizzonte entro il quale strutturare la nostra azione rigettando l’imperativo della crescita economica ad ogni costo. Bisogna essere chiari: prima e oltre i problemi attuali, il solo inquinamento dell’aria ha causato, in Italia, un numero di morti premature stimato in circa 60.000 ogni anno e non è un caso se le città più colpite dal CoViD-19 occupano le prime posizioni quanto a presenza dei tre inquinanti principali (biossido d'azoto, ozono e particolato sottile). Una strage, anche se non occupa le prime pagine dei giornali, resta sempre una strage! Per questo oggi non possiamo accontentarci del ritorno ad una pretesa normalità dato che quella “normalità” costituisce il vero problema. E dobbiamo anche essere consapevoli che lo stesso ordine capitalista mondiale, basato sullo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali, del lavoro umano e sul conseguente inquinamento ambientale, si prepara da tempo ad approfittare della situazione disastrosa che esso stesso ha determinato per verniciarsi di verde e colonizzare questo nuovo spazio economico.

La questione ecologica, osservata dal nostro punto di vista, è quindi centrale. Lotta all’inquinamento dell’aria, protezione e bonifica del territorio, spinta alle riconversioni produttive e contrasto delle produzioni inquinanti, devono diventare obiettivi qualificanti della nostra azione collettiva. Nelle città è necessario ridurre gli inquinanti adottando misure serie, che non siano solo l’introduzione di improbabili piste ciclistiche o la mobilità personale su mezzi elettrici. Abbiamo bisogno di un trasporto pubblico efficiente, a basso prezzo e perciò in grado di competere con il trasporto individuale.
Servizio sanitario nazionale.
Rivendicare una sanità universale e pubblica, ben articolata sul territorio orientata alla prevenzione, alla cura e alla riabilitazione così come ipotizzato nella riforma del 1978. È necessario un piano di investimenti che porti ad investire in apparecchiature, aumentare i posti letto disponibili negli ospedali e nelle terapie intensive, a recuperare le unità di personale tagliate in questi lunghi anni di austerità. Va ridotto drasticamente il ruolo della sanità privata che nella crisi ha mostrato tragicamente il proprio fallimento e rivista l’organizzazione e la funzione di rsa e rda in modo da consentire che gli anziani abbiano una vecchiaia non assoggettata al bisogno e che le famiglie possano accoglierli evitando la collettiva solitudine delle case di riposo.
Sicurezza sul lavoro.
Nel 2019 vi sono stati oltre 3 morti sul lavoro al giorno. Una condizione inaccettabile che ci impone di sorvegliare sia la ripresa lavorativa nelle fabbriche che hanno sospeso l’attività, sia le modalità delle prestazioni laddove le attività non si sono fermate. In ogni ambito lavorativo dobbiamo trovare la forza di contrattare la questione della sicurezza assumendo la rispondenza ai decreti del Governo come il minimo accettabile. L’organizzazione però, con i suoi delegati, militanti e iscritti, deve saper proporre e rivendicare condizioni specifiche e più avanzate di sicurezza sulle singole postazioni. (cfr. documento Sostaro)
Welfare
La crisi ha reso ancora più evidente la necessità di una rete di sostegno universale basata sui principi di solidarietà sociale e di redistribuzione della ricchezza. Si tratta di rivendicare un’uscita dall’emergenza che attenui la scandalosa divaricazione, nei redditi e nei patrimoni, che si è determinata negli ultimi 30 anni. È necessario ridare centralità ai sistemi nazionali pubblici di previdenza, assistenza, salute, istruzione, trasporto collettivo e di edilizia popolare sottraendo terreno alle diverse iniziative che ne minano il funzionamento e offrono al mercato, cioè alla logica del profitto, questi settori fondamentali della riproduzione sociale.
Fondi pensione, fondi salute e welfare aziendale. Costituiscono la trappola individualistica nella quale hanno cercato di imprigionarci. Chi ha accettato, o vi è stato costretto, lo scippo di salario e tfr per finanziare pensione e assistenza sarà chiamato a pagare un costo davvero elevato poiché entrare nel magico mondo della finanza significa giocare un azzardo che, nel calo generalizzato delle borse, si traduce nella riduzione del valore di pensioni e prestazioni così finanziate. Per questo dobbiamo rilanciare il diritto di recesso dai fondi, porre fine al regime di esenzione fiscale che li sostiene a nostre spese, riportare tutto il salario in busta paga.
Questione abitativa
La difficoltà o impossibilità per moltissimi lavoratori e precari di continuare a pagare l'affitto o il mutuo in conseguenza della crisi connessa al coronavirus si inserisce in una situazione abitativa già estremamente drammatica soprattutto nelle aree metropolitane.
Quote di reddito sproporzionate rispetto ai salari per garantirsi, tramite il pagamento di affitti e mutui, un bisogno, primario quello di avere una casa, decine di migliaia di sfratti in esecuzione per morosità incolpevole e per impossibilità di pagamento dei mutui, un'edilizia pubblica con un numero alloggi di gran lunga inferiore alla media dei principali paesi europei, di cui molte migliaia sfitti e lasciati al degrado, sono condizioni che preesistono all’attuale crisi. La attuale crisi non ha fatto che peggiorare le cose, ampliando il numero di coloro che non riescono a reggere i costi di mercato delle abitazioni, con il rischio che la riapertura dei Tribunali dia il via a migliaia di nuovi sfratti.
Bisogna rivendicare risposte immediate e di prospettiva. Vanno finanziati contributi straordinari e di immediata erogazione per il pagamento dell'affitto per impedire nuove morosità, deve essere impedita la possibilità per i proprietari di avviare nuove procedure di sfratto per le morosità causate dall'attuale crisi, va esteso e prolungato il blocco dell'esecuzione di sfratti e sgomberi.
Questo però non basta: è necessario mettere al centro dell'iniziativa la richiesta di un tetto al livello degli affitti privati, come avveniva fino alla eliminazione dell'equo canone, e quella di un ampliamento dell'offerta di case di edilizia pubblica tramite un piano straordinario di manutenzione e costruzione di case popolari.
Vanno inoltre combattute tutte le norme discriminatorie fatte per impedire a immigrati e cittadini comunque ritenuti “marginali” di accedere alle case popolari.

2. Lavoro, reddito, diritti
Il preoccupante livello della disoccupazione e la diffusione inarrestabile del lavoro precario sono da addebitare alla stortura di un modello di sviluppo miope, rapace, privo di capacità strategica. Nel nostro Paese il 20% più ricco della popolazione detiene circa il 70% della ricchezza nazionale. Perciò servono serie politiche dei redditi e del lavoro per evitare che la crisi sanitaria crei un baratro ancora più profondo tra chi ha e chi non ha. Non c’è, in questo inizio di ritorno alla “normalità” alcun segnale rassicurante, a partire da quegli imprenditori che vogliono aprire tutto e subito, ignorando volutamente i pericoli esistenti.
Secondo i dati ISTAT, su 23 milioni di lavoratori circa 15 milioni sono stati in servizio durante la pandemia (di cui 8,5 milioni in Smart Working); il Paese perciò non è stato tutto chiuso e il danno maggiore è ricaduto su settori che, necessariamente, non erano in grado di operare a causa del contagio.
Non possiamo accettare che la crisi offra il pretesto per aggravare la diseguaglianza sociale: la nostra situazione, nella quale un cittadino su 5 non può disporre di un deposito bancario che arrivi a 950 euro, rende urgentissimo mettere in campo tutti i mezzi necessari per l’aiuto sociale cominciando dagli ultimi. Notiamo invece che le attenzioni maggiori continuano a rivolgersi verso gli imprenditori e che, con esse, crescono anche gli appetiti del nostro padronato. Il caso del prestito FCA lo dimostra oltre ogni evidenza. Pertanto la nostra azione sociale e politica dovrà tendere a riproporre obiettivi strategici improntati alla ricerca di maggiore eguaglianza, solidarietà, giustizia sociale. Per quanto ci riguarda il rilancio dell’economia potrà avvenire solo su basi nuove fondate sul contrasto del dominio della finanza e su un grande piano di investimenti pubblici, guidato da una vera politica industriale, che punti ad accorciare le filiere produttive, a riportare la logistica dentro il recinto del lavoro tutelato, a rimuovere le nuove schiavitù collegate alla diffusione della precarietà e della povertà le quali, non dimentichiamolo, marciano sempre affiancate.

La riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario deve essere al centro delle nostre rivendicazioni. Si tratta principalmente di redistribuire la ricchezza prodotta dal lavoro ma è anche un modo per consentire il distanziamento fisico e ostacolare le manovre che scaricano sulla occupazione le oscillazioni della domanda. Si tratta di un obiettivo di medio periodo che interessa manifattura e servizi e sul quale dobbiamo puntare con determinazione nella nostra battaglia per contrastare licenziamenti, disoccupazione, cassa integrazione a perdere e lavoro nero.
Superamento della precarietà.
Per una parte significativa della nostra popolazione, in particolare per i più giovani, la precarietà è un dato costitutivo del lavoro e dell’esistenza. Su questo dobbiamo essere chiari: la precarietà non è un destino ma la conseguenza di scelte politiche operate con l’obiettivo di garantire la ripresa dei profitti e ricondurre i lavoratori alla sola ragione consentita, quella del padrone. Per molti, troppi anni, la Commissione europea ha richiamato i nostri governi a liberalizzare il mercato del lavoro, abbassare i salari e ridurre la portata dei contratti collettivi di lavoro. In risposta sono state varate le molte riforme del mercato e delle tutele del lavoro che vanno dal Pacchetto Treu al Job act. È ora giunto il tempo di invertire questa tendenza e agire per cancellare l’infinità di contratti precari e flessibili con i quali le aziende tengono in ostaggio quote importanti di lavoratori senza diritti e li usano per ricattare quelli più stabilizzati. Inoltre in ogni settore di lavoro, manifattura, logistica, agricoltura, servizi, si devono garantire condizioni salariali e normative dettate dal contratto principale e solitamente aggirato ricorrendo alle catene di appalti e subappalti nelle quali prosperano le false cooperative.

Il lavoro nero e quello illegalmente intermediato (caporalato) va contrastato senza quartiere, ovunque venga ora prestato, in particolare nei campi. Vanno pertanto regolarizzati i migranti e le badanti non in regola, i raccoglitori di pomodori che fino a ieri subivano la ferocia di chi li metteva al bando come fossero una minaccia pubblica e oggi si rivelano per ciò che sono: lavoratori e lavoratrici essenziali per la produzione agricola e lo svolgimento delle attività di cura.
Telelavoro. Smartworking.
Chiamarlo “lavoro agile” è un sapiente trucco semantico. In esso niente è più svelto o furbo del lavoro in presenza mentre può costituire, mascherato come una promessa avveniristica, il ritorno al peggiore passato. Per questo è bene definirlo per ciò che è: una estensione del lavoro a domicilio.
Una vecchia conoscenza che si riaffaccia sulla scena ancor più gravido di rischi per i lavoratori: un altro strumento dell’accumulazione capitalistica segnato dalla assenza di tutele rispetto alla durata, al valore e alla sicurezza della prestazione di lavoro. Uno strumento di atomizzazione della forza lavoro che, isolata nelle proprie abitazioni, non può trovare la forza e la capacità di organizzarsi per affermare i propri diritti. L'impegno dovrà essere quello di normare tale forma di lavoro in modo uniforme e trasversale alla divisione del mondo del lavoro in categorie, considerando che con lo smartworking di fatto si eludono le pur minime regole introdotte nel telelavoro, progenitore del “lavoro agile", ormai archiviato dallo sviluppo delle tecnologie.
Lo sviluppo dell'uso dello smartworking durante il lockdown ha rappresentato una prova generale di ciò che ha intenzione di attuare Confindustria con “Industria 4.0" piegando a suo esclusivo vantaggio gli effetti dell'innovazione tecnologica. Da subito si dovrà porre la questione di come verranno distribuiti i risparmi che si producono per le controparti datoriali che con lo smartworking saranno svincolate dai costi per le sedi, per la sicurezza e per la gestione del personale (ad es. mensa).
Infine non possiamo scordare che soltanto il 44,1% delle lavoratrici rimaste a casa per effetto dei vari decreti è tornato al lavoro dal 4 maggio, a fronte del 72,2% di lavoratori maschi. Uno tra i molti dati che testimoniano l’arretratezza della nostra struttura sociale e il rifluire in ruoli tradizionali: il padre riprende il lavoro, mentre l'accudimento familiare è affidato alla madre. In questa situazione il lavoro a domicilio può diventare la trappola che confina le donne in casa e le spinge a regredire verso forme di lavoro che, purtroppo, hanno caratterizzato fino a tempi recenti l'occupazione femminile in Italia.
Sostegno al reddito universale, pubblico e per tutti.
La crisi sta lavorando duramente sul reddito delle molte figure precarie o variamente marginali della nostra società e, di questi tempi, anche lo stato di “occupato” non è comunque una garanzia poiché i bassi salari e la facilità di licenziamento possono sia condannare alla condizione di “lavoratore povero” ovvero spingere verso l’indigenza. Affrancare questi nostri compagni dalla loro condizione di minorità significa pensare a forme di reddito garantito che non possa scendere sotto la soglia dei 1.000 euro al mese, se davvero si vogliono assicurare livelli perlomeno di sopravvivenza. Articolando questa proposta non possiamo dimenticare che vi sono strati della nostra popolazione che hanno posto le basi del loro reddito e, in casi non marginali, di una certa ricchezza, nella rottura del vincolo sociale. Costoro, imprenditori per scelta, cantori dell’individualismo, evasori fiscali per convinzione vanno esclusi dal accesso alla solidarietà collettiva.
Rappresentanza.
Le regole della rappresentanza sono state stravolte con interventi legislativi e accordi tra le parti con il preciso obiettivo di impedire che i lavoratori scegliessero liberamente da chi farsi rappresentare assegnando nel contempo il monopolio della rappresentanza e della contrattazione ad organizzazioni compiacenti.

Questa situazione impedisce ai lavoratori di difendere i loro diritti “sacrificati ad un interesse superiore” e nel contempo non permette che si affermino nuove organizzazioni perché impedite a svolgere attività a parità di condizioni.
La RAPPRESENTANZA SINDACALE deve essere costruita facendo eleggere ai lavoratori i propri rappresentanti con elezioni libere, democratiche aperte a tutte le liste costituite e senza riserve per nessuno.
Tutte le organizzazioni regolarmente costituite devono poter godere di identici diritti in fatto di proselitismo e delega sindacale in busta paga, assemblee, affissioni, accesso in fabbrica.
Diritto di sciopero
Il diritto di sciopero, che spetta ai lavoratori, deve rimanere nella loro disponibilità e senza vincoli per tutte le organizzazioni e per le rappresentanze elette. In questa prospettiva la legge 146 e collegate non vanno assolutamente allargate come è intenzione dei padroni e dei governi, al contrario vanno superate ed abolite.

3. L’intervento dello Stato
Dobbiamo scrollarci di dosso questa società ingiusta e diseguale determinando una decisa inversione di tendenza in economia e restituendo risorse ai servizi sociali. Le risorse necessarie ci sono. Si trovano nelle potenzialità di ripresa del Paese e, soprattutto, nelle grandissime ricchezze accumulate in questi anni segnati dalla precarizzazione del lavoro e dal ampliamento delle diseguaglianze. Si tratta quindi di agire con le dovute leve fiscali e patrimoniali per imporre maggiore equità e progressività delle imposte, tassa patrimoniale sulle grandi ricchezze e vera lotta alla evasione fiscale e contributiva. Tutto ciò in un quadro di contrasto alla fuga dei capitali verso stati che garantiscono trattamenti tributari di favore: è ora di imporre un ritorno a "casa" delle imprese che hanno trovato "alloggio" in Olanda, Lussemburgo, Irlanda, solo per restare alla Europa.
Serve un piano straordinario d’intervento a tutela del territorio, dei diritti sociali, delle infrastrutture dell'edilizia pubblica e della tenuta produttiva. È il momento per rivendicare un’azione determinata che svolga il duplice compito di guidare la nostra economia fuori dalla emergenza e di sottrarre alla voracità degli interessi privati i settori produttivi strategici e i beni pubblici.
Fisco.
Il sistema fiscale deve tornare ad essere uno strumento di attenuazione delle differenze sociali accentuando il carattere di progressività dell’imposta e gravando su ogni forma di produzione del reddito sia da lavoro sia da capitale. Nel 2019 l’IRPeF, pagata sostanzialmente da lavoratori e pensionati, ha costituito il 35,8% dell’intero gettito fiscale mentre l’IReS, pagata dalle società, ne ha generato il 6,2%. Una situazione che deve cessare, insieme al fatto che una parte rilevante delle nostre entrate fiscali siano impiegate per pagare gli interessi sul debito pubblico: la lunga serie storica degli avanzi primari dopo il 1992 (il fisco sposta risorse dalla spesa sociale alla rendita finanziaria) è all’origine dell’austerità recessiva.
Per questo dobbiamo promuovere un deciso cambiamento in senso redistributivo delle regole fiscali, contrastare fermamente ogni ipotesi di tassazione ad una sola aliquota (flat tax), spingere per l’applicazione di una tassa progressiva sui grandi patrimoni da usare per affrontare il nodo del debito e sciogliere il cappio stretto al collo del nostro sistema Paese, la cui stretta è lasciata al volere dei grandi operatori finanziari e delle agenzie di rating.
Una proposta seria e dettagliata di tassa patrimoniale deve lasciare indenni i risparmi familiari al di sotto di una certa soglia (es. 100.000 euro) e colpire in modo progressivo per scaglioni di ricchezza, partendo dall’1% per arrivare gradualmente al 10% sui grandi patrimoni superiori ai 10 milioni di euro. In questo modo può essere costruito un prelievo una tantum significativo (es. 100 miliardi di euro), seguito da interventi strutturali più contenuti ma costanti. Solo così può essere circoscritta la formazione di nuovo debito a carico dei soliti noti e delle generazioni future. Vanno inoltre eliminati gli scandalosi privilegi di cui gode la rendita immobiliare, a partire dall'esenzione per i costruttori al pagamento del IMU sull'invenduto, che favorisce la cementificazione delle città e mantiene artificialmente alto il costo degli immobili, a favore della rendita e del sistema bancario, e la cedolare secca sugli affitti a libero mercato, che permette ai ricchi proprietari di immobili di pagare tasse con una aliquota più bassa dei lavoratori dipendenti
Investimenti Pubblici.
È necessario pensare ad un piano straordinario di investimenti pubblici per la messa in sicurezza del Paese: risanare il territorio e preservarlo dai rischi idrici e geologici; manutenere e ricostruire le infrastrutture viarie garantendo ponti e viadotti, risanare scuole, asili e ospedali; garantire la disponibilità di abitazioni popolari. Serve rifinanziare la Sanità pubblica, l’Istruzione, l’Università e la Ricerca e deve finire l’epoca della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti: qualunque iniezione di danaro pubblico nel capitale delle imprese si deve tradurre in una partecipazione di peso alle scelte di politica aziendale. Serve infine tutelare i settori strategici della nostra economia: Energia, Telecomunicazioni, Trasporti, Farmaceutica, Chimica, Siderurgia, Credito, senza temere la rinazionalizzazione di imprese fondamentali per il nostro tessuto produttivo.

Sostegno alle imprese.
Devono cessare i finanziamenti a fondo perduto e sono da contrastare aiuti incondizionati e a pioggia per le imprese. Serve invece un controllo stringente sugli aiuti, vincolandone l’erogazione alla rinuncia a delocalizzare la produzione e ad operare riduzioni di personale. Serve pure controllare la veridicità delle dichiarazioni aziendali e l’impiego degli aiuti ricevuti. Tali verifiche si devono estendere anche in ambito degli appalti, subappalti, delle partite iva e del precariato in genere perché proprio lì si annidano pratiche di sfruttamento inaccettabili e illegittime. È necessario che il ricorso agli ammortizzatori sociali sia sottratto alla logica che ne fa uno strumento indebito di finanziamento delle imprese a danno della collettività. Anche nei finanziamenti alle imprese sarà necessario distinguere quelle in difficoltà da quelle che, prima dell’emergenza sanitaria e del conseguente lockdown, hanno realizzato profitti ingenti, con distribuzione di consistenti dividendi agli azionisti poiché nessun aiuto dovrebbe andare a quelle aziende che possono far fronte agli impegni ricorrendo al capitale proprio o ad aumenti del capitale azionario.
Definire più nel dettaglio quanto abbiamo fin qui tratteggiato è il compito che ci aspetta nel immediato. Un compito da affrontare con la consapevolezza che dobbiamo farne lo strumento per provare a rompere il modello di accumulazione attuale, dare una prospettiva di trasformazione credibile alla nostra classe sociale e animare le prossime, necessarie, mobilitazioni. Un piano d’azione da usare per migliorare il nostro insediamento tra i lavoratori dipendenti e, al contempo, contribuire alla costruzione di luoghi di aggregazione e organizzazione per chi è fuori dal lavoro stabile ma si muove nella società alla ricerca di maggiore giustizia, eguaglianza e solidarietà sociale.

CUB SETTEMBRE 2020

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