L’emergenza Covid, ha messo in luce tutti i limiti di un sistema di tutele salariali iniquo e burocratizzato, oltre che la necessità di una riforma profonda degli ammortizzatori sociali.

 Migliaia di lavoratori non hanno ricevuto un centesimo di cassa integrazione, altre migliaia attendono ancora l’assegno di maggio e la gran parte hanno avuto o avranno uno stipendio dimezzato.
Il sistema degli ammortizzatori sociali deve perciò essere completamente rivoluzionato e costruito su strumenti semplici ed efficaci, tali da garantire un’estensione universale dei diritti e la garanzia di un reddito dignitoso per tutti i soggetti deboli.
Sul fronte della cassa integrazione, c’è bisogno di due soli e semplici strumenti, uno ordinario e un altro straordinario, che garantiscano chiarezza ed uniformità di trattamenti per tutti i lavoratori.
L’INTEGRAZIONE ORDINARIA dovrà essere riconosciuta ai lavoratori delle aziende a cui è stata sospesa o ridotta temporaneamente l'attività lavorativa (s’intende chiaramente per eventi non imputabili né all’azienda né ai dipendenti),
Il finanziamento deve essere a carico di tutti i datori di lavoro con un contributo ordinario corrente e uno addizionale (legato all’effettiva fruizione del trattamento), uniformi per tutti. A tutti i lavoratori (subordinati, parasubordinati e stages) deve essere garantito l’80% della normale retribuzione, cancellando perciò gli attuali “massimali” che riducono l’integrazione anche a meno del 50%.
Dovrà essere obbligatoria:
la rotazione del personale attivando strumenti di formazione per garantire, laddove necessario, un più facile svolgimento di mansioni anche diverse da quelle abituali;
l’anticipo dell’integrazione salariale, salvo stato di incapienza dell’azienda dichiarato nel verbale sindacale, documentato all’INPS e da quest’ultimo certificato.
La dichiarazione mendace dell’azienda, comporterà come sanzione il risarcimento delle quote all’erario pubblico e una riparazione del danno ai lavoratori.

Il confronto sindacale dovrà realizzarsi con i sindacati veramente rappresentativi nell’unità produttiva, cioè con chi ha reale seguito associativo tra i lavoratori e non con chi lo è per aver firmato il contratto nazionale.
Il controllo sociale, svolto da soggetti che abbiano una effettiva presenza nell’azienda tra i lavoratori, dovrà servire come primo passo per la verifica della veridicità delle dichiarazioni aziendali, determinando il periodo di utilizzo dell’istituto entro il massimale di un anno, fermo restando che spetterà all’INPS la verifica documentale dello stato di crisi, della richiesta d’integrazione e dell’eventuale stato di incapienza.

I diritti di informazione sindacale non possono però limitarsi alla fase iniziale ma dovranno prevedere l’invio di copia del protocollo dei modelli SR41 anche alle rappresentanze e alle oo.ss. che hanno partecipato alla fase di consultazione.
L’INTEGRAZIONE STRAORDINARIA deve essere riconosciuta a tutti i lavoratori di qualsiasi settore e indipendentemente dal numero del personale occupato e del rapporto di lavoro in atto in caso di crisi strutturale e/o ristrutturazione aziendale; pertanto dovrà avere una durata più lunga della cassa ordinaria, di almeno due anni.
Importi spettanti, rotazione e diritti di informazione restano uguali a quelli previsti per l’integrazione ordinaria.
La richiesta di cassa integrazione straordinaria deve essere accompagnata da un piano di risanamento economico e da un piano di tutela e formazione dei lavoratori, oggetto di confronto in sede di informazione sindacale.
NASPI. Devono essere riformati i limiti dell’istituto emersi già nella sua prima applicazione. Per tutelare veramente i lavoratori che perdono il posto di lavoro, specialmente in una fase di alta disoccupazione, va aumentato il periodo di corresponsione e cancellata la decrescita temporale dell’importo: condizioni capestro che, soprattutto nel settore del turismo e indotto, hanno consentito di lasciare migliaia di lavoratori stagionali senza adeguate protezioni nei momenti di bassa stagione.
Deve essere istituito un assegno di disoccupazione per tutti i rapporti di lavoro subordinati, parasubordinati e stages, di importo stabile, pari all’80% della retribuzione mensile imponibile ai fini previdenziali percepita negli ultimi due anni, entro un minimale di 1000 € e un massimale di 2500 €.
La Naspi dovrà essere percepita per un periodo pari alla durata del lavoro stesso entro un massimale di due anni, ad eccezione del settore turismo e del suo indotto, dove dovrà avere una durata pari ai periodi di mancata retribuzione stipendiale dovuti alle chiusure stagionali.
Nel caso in cui, a seguito di accordo in sede protetta, serva ad accompagnare i lavoratori in pensione, la Naspi potrà avere 12 mesi ulteriori di applicazione, per un totale di 36 mesi.
REDDITO MINIMO. Abbiamo bisogno di un sistema di welfare che sappia rispondere non solo a situazioni di crisi contingenti, ma che sia veramente universale e capace di dare risposta all’esclusione sociale derivante dalla precarietà e dall’estromissione al diritto al lavoro.
Negli ultimi decenni, infatti, sono diventati centrali fenomeni come la disoccupazione e il precariato imposto con esternalizzazioni e una miriade di nuovi contratti, alcuni dei quali addirittura senza retribuzione come gli stages! La nuova fase di recessione economica, passata la pandemia, sarà caratterizzata da tentativi di ristrutturazioni, delocalizzazioni ed esternalizzazioni. Tutto questo, determinerà sempre maggiori disagi sociali tra chi per vivere è costretto a vendere sul mercato la propria forza-lavoro. Per questo deve essere istituito un reddito minimo garantito di almeno 1000 € per chi è senza lavoro, per i pensionati e per i precari, vincolato a determinati requisiti economici del precettore e a percorsi formativi (gestiti da enti pubblici) per favorire il reimpiego del lavoratore, con il fine di garantire a tutte/i una vita dignitosa e di contrastare le politiche di ricatto economico.
Durante l’emergenza Covid la confusione è stata talmente elevata, che molti dei ritardi e degli errori sono stati proprio caratterizzati da un quadro normativo non chiaro e dalla sovrapposizione di competenze tra l’INPS, le Regioni e non solo.
Il sistema degli ammortizzatori sociali, dovrebbe essere interamente gestito da un INPS che necessita anche di investimenti per rafforzarne il funzionamento e per renderla più trasparente. Un sistema di protezione sociale di questo tipo, consentirebbe di superare l’attuale frammentazione causata dall’esistenza di diversi istituti (CIGO, CIGS, CIGD, FIS, FSBA, fondi bilaterali privati, NASPI, Dis-Coll, ASDI, RdC ecc…) e garantirebbe una protezione veramente universale. Infine, è bene chiarire che il finanziamento di questi strumenti non potrà passare unicamente da esborsi pubblici legati al gettito fiscale generale, ma sarà necessario rafforzare la contribuzione da parte delle aziende, da una seria lotta all’evasione fiscale e dall’introduzione di una patrimoniale sui grandi patrimoni.

Agosto 2020

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