La proroga degli sfratti al 31 dicembre ha riacceso un forte dibattito sulla questione affitti e disagio abitativo, al di là di toni sopra le righe da parte di associazioni dei proprietari, 

il tema è serio e non può essere banalizzato su un “Sì o No” alla sospensione sfratti. Federcasa e da Nomisma hanno diffuso una ricerca che ha fornito spunti interessanti relativamente alla pandemia da Covid-19 che ha determinato un pesante impatto sui redditi.

Secondo la ricerca una famiglia su quattro ha avuto difficoltà a pagare l’affitto e oltre il 40% prevede di non riuscire a pagarlo nei prossimi 12 mesi. Nomisma afferma che a soffrire sono state anche le famiglie con un mutuo le quali, a causa delle difficoltà con le rate, hanno generato un ammontare di crediti deteriorati alle banche di 15,6 miliardi di euro, così che 160.000 hanno la casa pignorata.

La ricerca conferma quanto da marzo afferma l’Unione Inquilini: che l’emergenza Coronavirus ha aggravato ulteriormente una situazione già drammatica, per molti nuclei familiari a basso reddito, ma la ricerca segnala anche come non siano stati finora programmati interventi seri per fare fronte all’emergenza abitativa.
Il disagio abitativo, quindi, è questione seria e la ricerca segnala come in Italia questa riguarda 1 milione e 475mila famiglie italiane, il 5,6% del totale. Di queste 783 mila in disagio acuto e 692 mila con disagio grave.

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Questi dati secondo la ricerca di Nomisma vanno rapportati al numero dei cittadini che vivono in condizioni di povertà assoluta: 1,674 milioni, secondo l’Istat (2019), con la loro incidenza, sull’insieme delle famiglie italiane, che è raddoppiata negli ultimi 15 anni, passando da 3,6% a 6,4%. Le famiglie italiane in disagio abitativo che vivono in affitto sono, quindi, 1,150 milioni, mentre 320mila vivono in una casa di proprietà.

Chi è in affitto paga un canone medio mensile compreso tra i 380 e i 450 euro (media canoni di case popolari e private), che grava pesantemente sul bilancio familiare, mentre chi vive in un’abitazione di proprietà deve pagare una rata mensile del mutuo compresa tra i 530 e i 580 euro. Oggi, afferma Nomisma, la sola spesa per affitti incide per oltre il 64,5% sulla spesa per l’abitazione delle famiglie.

A fronte di questi dati, Nomisma calcola come, in caso di un abbattimento del canone medio da locazione a 200 euro, il disagio abitativo al di fuori dell’Erp passerebbe dall’attuale milione di famiglie a circa 363.000 nuclei. Se si praticasse un’ulteriore riduzione del canone fino a portarlo a 110 euro (ovvero al canone medio applicato alle case popolari), 288.000 famiglie resterebbero in situazione di disagio ma ne uscirebbero complessivamente 712.000. E’ chiaro come il fenomeno possa trovare una risposta all’interno del sistema dell’edilizia residenziale pubblica.

Nomisma e Federcasa giungono ad una conclusione, che a me pare ovvia, ma che governo, Regioni e Comuni e associazioni dei proprietari faticano a comprendere, ovvero che di fronte a una situazione così grave appare evidente come il sistema di edilizia residenziale pubblica deve rivestire un ruolo fondamentale in termini di risposte al disagio abitativo. Ma gli investimenti per aumentare la disponibilità di alloggi a canone sociale sono di fatto inesistenti.

Infatti Nomisma e Federcasa propongono:
a) un piano d’investimenti a medio termine, perché, vista la domanda, diventa questione strategica la definizione di un piano di edilizia residenziale pubblica per avere almeno 200mila alloggi in più mediante la rigenerazione urbana di aree pubbliche dismesse;
b) un finanziamento che può venire da fondi come i finanziamenti a fondo perduto (statali, regionali o comunali), oppure tasse di scopo, o quote di spesa del bilancio e fondi europei come il Piano Junker-Prodi;
c) di intervenire sulla riqualificazione del patrimonio esistente, con un piano di investimenti di circa 300 milioni all’anno si metterebbero a disposizione circa 12mila alloggi, ogni anno, per nuove assegnazioni.

Se solo discutessimo di come risolvere il disagio abitativo in termini seri e non di stampo liberista faremmo un passo avanti, le politiche strutturali pubbliche ci salverebbero da sospensioni sfratti e da un mercato che non fa incontrare domanda e offerta. Quando il governo metterà in agenda una seria politica abitativa senza rincorrere la rendita immobiliare?
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Articolo pubblicato dal fatto Quotidiano del 19 luglio 2020

 
 
 
 
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