Non appena aumenta la partecipazione di lavoratori e lavoratrici agli scioperi, soprattutto nei trasporti, subito parte il nutrito coro delle Parche che annunciano, con interviste, articoli e proposte di legge, l’improcrastinabile necessità di porre fine all’esercizio “indiscriminato” del diritto di sciopero.
Tra questi becchini del diritto di sciopero, come approfondiremo in seguito, sono particolarmente in luce, da anni, Pietro Ichino e Maurizio Sacconi, primi firmatari di due delle tre proposte di legge, che giacciono in Parlamento e che sembrano dover essere “riesumate” nei prossimi giorni.

Chi avrà avuto la pazienza e lo stomaco di leggere le dichiarazioni e le proposte di legge dei suddetti estensori, avrà modo di notare che, in estrema sintesi, basano le proprie argomentazioni sui seguenti punti:
- la difesa dei diritti costituzionali dei cittadini, vittime e ostaggi dell’uso indiscriminato dello sciopero da parte di sigle sindacali insignificanti e corporative;
- la richiesta del pedigree sindacale per l’indizione dello sciopero;
- la proposta d’infarcire la procedura per l’indizione dello sciopero con regole e modalità burocratico-farraginose (...nemmeno il compianto Bulgakov è stato capace d’immaginare tanto nella sua feroce descrizione satirica della burocrazia sovietica!);
-la dichiarazione preventiva di adesione e/o di astensione da parte del singolo lavoratore;
- l’incremento delle sanzioni per i trasgressori.
Va detto, prima di entrare nel merito dei punti citati, che ai presentatori delle proposte di legge non frega assolutamente nulla delle ragioni e dei diritti costituzionali delle lavoratrici e dei lavoratori: per loro rappresentano un inconveniente fastidioso e increscioso, che, come tale, va eliminato per legge. Gli illuminati estensori delle proposte di legge in questione considerano i lavoratori che scioperano dei poveri imbecilli che, come i topi del Pifferaio Magico, si accodano alla prima sigla sindacale che si propone.
E’ con questa chiave di lettura che è possibile interpretare il cumulo di banalità e falsità che vengono prodotte in materia di lavoro, con argomentazioni che offendono l’elementare buon senso e con proposte che fanno scempio della Costituzione e che, se invece che nel mondo del lavoro, fossero presentate e applicate nel resto della società, metterebbero in serio rischio la convivenza civile.
Fatta questa indispensabile premessa, analizziamo i punti:
1) I diritti lesi del cittadino - Chiunque abbia un poco di dimestichezza con la Legge 146/90 (che regola l’esercizio del diritto di sciopero nei servizi di pubblica utilità) sa bene che:
- l’attuale procedura d’indizione prevede, in media, più di 30 giorni di tempo per l’indizione di uno sciopero;
- che ogni procedura ha limiti di durata e, mediamente, ogni 90 giorni va rinnovata, visto che, rispettando gli intervalli di tempo tra la proclamazione di uno sciopero e la successiva, il periodo dei 90 giorni di validità della procedura viene superato;
- che esiste la regola della rarefazione oggettiva, che pone un limite di tempo tra l’effettuazione dello sciopero di una sigla sindacale e quella di un’altra sigla ma anche le regola della rarefazione soggettiva che impone limiti tra azioni di sciopero proclamate da una stessa sigla;
- che sono previste, in alcuni settori, le franchigie, ossia dei periodi dell’anno nei quali non è possibile effettuare gli scioperi ( nel trasporto areo sono 85 i giorni di franchigia, in quello urbano 74, con l’aggiunta della proibizione di proclamazione dello sciopero in concomitanza con scioperi o eventi di rilevante importanza, come ad esempio le elezioni);
- che esistono le fasce garantite, ovvero dei periodi durante la giornata di effettuazione di uno sciopero, in cui nessun lavoratore può astenersi dal servizio, a tutela del diritto alla mobilità dei cittadini (...in nessuna parte della L.146/90 si cita il diritto della efficacia dello sciopero!), nonchè esistono anche ulteriori servizi garantiti fuori dalle fasce stesse;
- che, proprio per assolvere all’espletamento dei servizi garantiti, durante lo sciopero vengono predisposte dalle aziende le cosiddette liste di personale comandato, in modo da obbligare un numero predeterminato di addetti a prestare il servizio, vietando loro di aderire allo sciopero (le aziende spesso violano il limite massimo di personale da comandare, tentando di imporre illegittimamente ai lavoratori comandati di prestare servizi arbitrariamente aggiunti a quelli garantiti ma la Commissione di Garanzia se ne guarda bene dall’intervenire per impedire tale abuso datoriale mentre è sempre solerte e vigile ad imporre limiti ai lavoratori in lotta pur di depotenziare l’efficacia della mobilitazione) ;
- che ai datori di lavoro corre l’obbligo di avvisare preventivamente la clientela sulle date degli scioperi ma che le aziende nella maggioranza dei casi se ne guardano bene dal farlo pur di non dare visibilità alle legittime proteste dei lavoratori (...alla faccia della preoccupazione sui disservizi prodotti!);
- che, per un mero calcolo matematico che tiene conto dei tempi delle procedure d’indizione, delle franchigie, delle rarefazioni (soggettive ed oggettive) e di altri vincoli, le “caselle” (ovvero le giornate o parti di giornate) disponibili per azioni di sciopero possono essere, in teoria, non più di 12/14 l’anno .
Nonostante ciò, come i calendari della stessa Commissione di Garanzia dimostrano, nell’ambito di uno stesso bacino di utenza non ci sono mai stati 12 scioperi nel corso di un anno, riducendo notevolmente le probabilità che un cittadino possa subire i disagi prodotti dalle mobilitazioni (...ben più alta la probabilità che, invece, oltre ai lavoratori, l’utenza subisca i disguidi delle privaizzazioni e liberalizzazioni attuate nei servizi di pubblica utilità ma di questo nessuno parla e nulla si dice!).

Come si vede, per affermare che il cittadino è ostaggio delle sigle sindacali, bisogna avere, diciamo per limitarsi ad un lessico formalmente corretto, una bella faccia di bronzo.
E’ credibile parlare di diritto costituzionale alla mobilità violato, ad esempio nel trasporto urbano, nel caso in cui al singolo cittadino capiti di non poter utilizzare il trasporto pubblico in alcune fasce orarie e per poche occasioni all’anno?
E, comunque, il suo eventuale danno è superiore a quello del lavoratore, cui non viene rinnovato il contratto da tre anni, per esempio, o che, addirittura, rischia di perdere il posto di lavoro e che, comunque, a causa dei diritti rivendicati perde il salario della sua giornata di sciopero?
Spesso poi la probabilità che un cittadino subisca un disagio da uno sciopero è oltremodo limitata, non solo per quanto detto ma in considerazione del moltiplicarsi dell’offerta del servzio determinato dall’avanzamento dei processi di liberalizzazione. Ad esempio nel trasporto aereo, in occasione dello sciopero di lavoratori di una compagnia aerea, per un cittadino che deve trasferirsi in qualunque parte del globo, è assolutamente possibile trovare una offerta sostitutiva a quella della compagnia impattata dall’agitazione dei lavoratori: di questo però nessuno ne parla e la stessa Commissione di Garanzia se ne è guardata bene dall’affrontare tale tema, lasciando le restrizioni al diritto di sciopero identiche a quelle concepite quando il servizio in Italia era offerto, in regime di sostanziale monopolio, da un solo operatore.
La carità di questi difensori dei cittadini è pelosa, dal momento che proprio loro stessi sono tra i principali sostenitori delle privatizzazioni dei settori di pubblica utilità, e, in nome del libero mercato, fanno dipendere il diritto alla mobilità (come quello per il lavoro, la salute, l’informazione, l’istruzione, ecc.) dalle disponibilità economiche del singolo cliente e dal profitto del singolo investitore, ben guardandosi ad esempio, dallo spendere qualche parola sulle vittime della strage ferroviaria di Viareggio, su quella dei binari unici in Puglia o in occasione di quelle dei crolli dei viadotti, esempi della devastazione delle privatizzazioni, delle liberalizzazioni e delle scelte dettate dalla ragione di mercato.
Viene legittimo pensare che l’interesse del cittadino c’entri poco e che, in vista delle privatizzazioni e delle conseguenti perdite dei diritti acquisiti e dei posti di lavoro, si voglia invece negare il diritto di sciopero per facilitare il compimento di ben altri progetti, nonchè il raggiungimento di altri e meno nobili obiettivi, legati a privatissimi interessi e non certo a difesa dei beni comuni.

2) Il pedigree sindacale
- Le proposte di legge insistono tutte nel sostenere che il diritto di proclamazione di uno sciopero deve essere riservato solo alle organizzazioni maggioritarie o, in mancanza di tale prerogativa, debba consentito solo previa indizione e approvazione di un referendum consultivo tra i lavoratori.

Non è questa la sede per simulare competenze costituzionali e per addentrarci in approfondimenti di cui non abbiamo la dovuta formazione e preparazione, tuttavia anche il possesso di un minimo di buon senso ed una conoscenza anche superficiale della Costituzione e del diritto del lavoro, lasciano seri dubbi sulla praticabilità di tale scelta.
Senza ombra di dubbio, si può affermare che queste proposte di legge, comunque, contrastano in modo inequivocabile con gli art. 14-15 dello Statuto dei Lavoratori. E’ vero che, ormai, la distruzione sistematica di quel che resta dello Statuto non fa più notizia, tuttavia la legge ancora esiste e va applicata.
Riservandoci di approfondire in altre sedi i profili giuridici e costituzionali, per l’importanza e la serietà dell’argomento, preme evidenziare, da subito, che coloro che sostengono di riservare il diritto di sciopero a poche organizzazioni sindacali, sono gli stessi che non perdono occasione per rivendicare il diritto al libero commercio, la lotta ai monopoli, il premio alla libera iniziativa imprenditoriale e così via: liberisti con i diritti collettivi, monopolisti con il diritto di sciopero, ovvero il “diritto dei diritti”, necessario non solo per affrancare i lavoratori dallo sfruttamento ma anche per l’affermazione e la tutela di molti diritti civili.
Evidentemente, soprattutto in materia di lavoro, per alcuni non valgono certe regole che loro stessi ritengono indispensabili in altri contesti: per “lor signori” è legittimo, anzi è doveroso, interdire alle organizzazioni sindacali di base la possibilità di esercitare la propria funzione e soprattutto impedire a lavoratrici e lavoratori la facoltà di scegliere e giudicare proposte, obiettivi ed azioni di lotta.
A riprova che, con buona pace dell’art.1 della Costituzione, il mondo del lavoro e chi lavora sono considerati meno di niente. Chi lavora non deve e non può poter scegliere liberamente: se una restrizione del genere fosse imposta a qualunque categoria sociale medio-alta, scatterebbero azioni e reazioni di ogni tipo. Invece, i soggetti che fanno queste proposte non se ne vergognano, anzi trovano ascolto nei mezzi di comunicazione di massa e nelle sedi politiche.

Suscita ironia (.. la rabbia è un sentimento serio che va riservato per occasioni e soggetti che la meritino!) che tra i più accaniti sostenitori di queste proposte oscene brillino per intraprendenza Ichino e Sacconi, presenti in Parlamento da decenni, eletti in coalizioni di liste e partiti che hanno raccolto percentuali minime di consensi e che non avrebbero diritto nemmeno a scrivere il menu del bar della Camera, se ciò che vogliono applicare nel mondo del lavoro vigesse nel Parlamento.
Inoltre, sempre con la coerenza che li distingue, questi stessi personaggi elogiano l’accordo del 10.1.2014, il cosiddetto Testo Unico sulla rappresentanza, che prevede, tra l’altro, la decadenza da RSU, nel caso si cambi di sindacato, eppure nella loro lunga vita parlamentare hanno cambiato casacca un notevole numero di volte, passando da un partito ad un altro, come indossatrici che cambiano abito ad una sfilata di moda, rimanendo, però, ben saldi ai loro seggi e al loro mandato.

Sulla proposta del referendum preventivo per l’indizione di uno sciopero, proposta sia da Ichino che da Sacconi, non vale la pena di spendere tante argomentazioni: i tempi per effettuare uno sciopero, tra procedure per il referendum preventivo, sommate a quelle della proclamazione, sarebbero quasi pari ai tempi di una gestazione.
Solo dei burocrati perversi, pur di evitare di dichiarare pubblicamente che vogliono abolire il libero esercizio del diritto di sciopero, possono immaginare di prendere in giro lavoratrici e lavoratori con procedure assurde che svuotano, di fatto, la possibilità di incidere e di sostenere le rivendicazioni dei lavoratori.
Proviamo ad immaginare l’efficacia di uno sciopero che si potrebbe effettuare, mediamente 4 o 5 mesi dopo che i fatti, che hanno scatenato il contenzioso, sono avvenuti. Facciamo il caso delle privatizzazioni o dell’amministrazione straordinaria, come per l’Alitalia: con i tempi previsti dalle modifiche di legge, le operazioni di vendita e/o di liquidazione potrebbero essere già concluse, prima che si arrivi a proclamare uno sciopero.
Inoltre, quale dovrebbero essere i criteri per misurare la maggioranza?
Per un problema che interessa solo una parte di una categoria, dovrà essere chiamata a votare tutta la categoria o solo i lavoratori e le lavoratrici direttamente interessate?
Sarebbero ancora tante le questioni da sollevare ma vale la pena di rilevare che gli stessi proponenti del referendum preventivo per l’indizione di uno sciopero (...una proposta che tali personaggi tentano di rappresentare come fosse ispirata dalla necessità di garantire una pratica democratica, capace di interpellare e attuare la volontà dei diretti interessati!) si guardano bene dal proporre per legge che l’approvazione dei contratti e degli accordi sia sottoposta a referendum.

Non vale la pena perdere ulteriori energie per evidenziare la malafede dei proponenti.

3) regole e modalità burocratico-farraginose e la dichiarazione preventiva di adesione – basta anche solo la pretesa che un lavoratore debba dichiarare preventivamente l’adesione allo sciopero, per capire quale siano i reali obiettivi degli estensori di tali proposte che, in tal modo, conferiscono un enorme potere d’interdizione e d’intimidazione ai datori di lavoro, consentendo loro di esercitare qualunque pressione nei confronti di lavoratrici e lavoratori sia nella fase del referendum consultivo, sia nell’effettuazione dello sciopero stesso. L’effetto di una tale regola sull’esercizio del diritto di sciopero sarebbe oltremodo devastante se la contestualizziamo con le modifiche dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori di Monti-Fornero e di Renzi, che hanno dato piena libertà di licenziamento alle controparti datoriali. In sostanza Ichino e Sacconi, oltre ad una nutrita schiera di altri politici, sindacalisti e falsi intellettuali al servizio dei padroni, intendono imporre una condizione per cui chi sciopererà dovrà essere un eroe, a meno che non aderiscano alle lotte benedette dai datori di lavoro e dai sindacati di comodo, con buona pace dell’art.17 dello Statuto.

Certo è che alla luce di tali eventali modifiche, nel caso venissero approvate, fanno sorgere una legittima una domanda: quale sarebbe la ragione del mantenimento di certe rigdità oggi presenti nella L. 146/90, come, ad esempio, le comandate e delle fasce garantite?
Ma sappiamo che una simile questione Ichino e Sacconi neppure se la pongono.
4) gli inasprimenti delle sanzioni – anche tale aspetto contrasta con l’art.15 dello Statuto e lede significativamente i diritti del singolo, sanciti dall’art. 2 della Costituzione Italiana: si arrivano a prevedere multe da 500 fino a 5.000 euro per quanti dovessero aderire a scioperi considerati non in linea con le nuove regole, oppure non proclamati dai sindacati cosiddetti maggioritari (...tra i lavoratori o tra i padroni?).
Come appare chiaro continua l’attacco durissimo alle condizioni di chi lavora e di chi vorrebbe lavorare, nonchè continuano a crescere le disuguaglianze, sia economiche che dei diritti: in tale contesto era fin troppo prevedibile che i sostenitori di tale situazione si doperassero per restringere gli spazi di democrazia dei lavoratori.

E’ necessario, perciò, unire le forze, approfondire le conoscenze e intensificare le azioni di contrasto, adoperandosi affinchè le iniziative di lotta siano sempre più partecipate, a cominciare dagli scioperi d’autunno.

Roma 15.7.2017

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