Andrà tutto bene ma servirà molto tempo. Perciò servono scelte coraggiose. Tenere chiuse le scuole, salvare gli esami finali, valutare sul biennio.

Con grande rammarico registriamo che la Ministra Azzolina ignora lo stato in cui versano le scuole del nostro Paese. Forse, affaticata dalla lunga e fin qui vana ricerca di fondi nei cassetti di viale Trastevere oppure distratta dai tanti report sulle “buone pratiche” che le piovono sulla scrivania, ha perso il senso della realtà e anziché prendere atto della pericolosa avanzata dell’epidemia CoViD-19, continua a sproloquiare sulla necessità di “dare validità sostanziale all’anno scolastico” facendo ricorso alla didattica a distanza.

Purtroppo, nello specifico campo dell’informatica la ministra è ignorante anche nel senso che non ha studiato: è noto a tutti infatti che nella prova relativa a questa disciplina, sostenuta per il concorso a preside, ha riportato una votazione pari a 0 su 6 punti. Quindi la ministra non ci capisce nulla e allora come pensa di poter dare indicazioni credibili per la didattica a distanza? Il fatto è che questo suo gran parlare di piattaforme, registri elettronici, chat on line, classi virtuali, ecc... copre da un lato l’incapacità politica di confrontarsi con la realtà, dall’altro il desiderio infantile che un colpo di fortuna alla fine rimetta in fretta le cose a posto.
Non sarà così: l'emergenza coronavirus non accenna a diminuire, i tecnici ritengono che il picco epidemico si avrà tra due settimane ma si tratta di calcoli che non tengono conto del fatto che il Sud Italia si trova solo all’inizio del contagio. Si dice già che le scuole potranno restare chiuse per tutto il mese di aprile e, ammesso che si rientri in classe, a quel punto l'anno scolastico sarà pressochè terminato. Cosa si aspetta per prenderne atto e per approntare soluzioni all'altezza della sfida?

La didattica a distanza non è la risposta poiché né la buona volontà da parte del personale, né, tanto meno, la vuota retorica ministeriale potranno cambiare la situazione di fatto e cioè lo stato di arretratezza tecnologica della scuola pubblica, taglieggiata (come la sanità, come tutto il welfare) da decenni di scelte politiche dissennate.
Al ministero sanno che oltre metà delle scuole italiane non ha dotazioni strumentali sufficienti e che non può contare su infrastrutture di rete a larga banda? Lo sanno che pochissimi conoscono perfino l’esistenza di un Regolamento Europeo sul trattamento dei dati digitali?
E quante istituzioni scolastiche hanno nominato il responsabile del trattamento dei dati o effettuato la valutazione di impatto o si sono poste il problema di come garantire la liceità, la correttezza e la trasparenza nel trattamento dei dati personali?
E poi, come si può pensare di colmare, nei due mesi e mezzo che restano, per giunta travagliati dall’epidemia in corso, il divario digitale che affligge il Paese?
Lo chiariamo per la ministra Azzolina: la nostra popolazione non fruisce allo stesso modo di infrastrutture, servizi e dispositivi utilizzabili per l’informazione e la comunicazione.
Si tratta di un divario sia geografico, sia economico: in vaste aree non arriva la fibra ottica, i collegamenti esistenti sono instabili e la marcata asimmetria delle nostre connessioni, pensate per fini commerciali e infatti il download ha molta più banda dell’upload, ostacola una comunicazione realmente paritaria; la fortissima polarizzazione dei redditi e dei patrimoni ha impoverito gran parte della popolazione per cui molti dei nostri giovani hanno la disponibilità di uno smartphone (spesso di fascia bassa) ma ne usano la connettività per i propri scopi personali e non dispongono in famiglia di altri dispositivi (PC, tablet) ovvero ne dispongono solo in condivisione con altri familiari.
Questo quadro desolante è noto ai più ma non alla Ministra e ai suoi funzionari i quali continuano invece a rilasciare interviste e inviare note “esplicative” alle scuole (la più recente è del 17 marzo) con le quali cercano di forzare il quadro normativo, definito da leggi e CCNL, rispetto alla funzione docente e al ruolo degli organi collegiali.

Per queste ragioni pensare di terminare l'anno scolastico facendo affidamento sulle capacità salvifiche della didattica a distanza è soltanto una pericolosa illusione.
Molto meglio sarebbe prendere atto della realtà, considerare che l’a.s. 2018-19 è ormai segnato negativamente dall’emergenza corona virus e dichiarare da subito che per tutte le classi non terminali si effettuerà una valutazione biennale (questo anno e il prossimo), che tale valutazione sarà definita al termine del periodo con i consigli di classe chiamati a decidere il superamento di entrambi gli anni o soltanto di uno oppure di nessuno.
In questo scorcio di anno scolastico invece si dovrebbero concentrare le risorse disponibili, in termini di personale e di strumentazione, sulle classi terminali con l’obiettivo di garantirne la migliore preparazione possibile.
Se poi l’emergenza dovesse ancora prolungarsi gli esami in discussione potrebbero svolgersi nel mese di settembre 2020 (o nel primo mese successivo utile) facendo slittare l’avvio del prossimo anno scolastico e concertando con il ministero dell’Università l’allineamento dei calendari per i test d’ingresso e le scadenze per le iscrizioni.
È il momento di parlare chiaro e di compiere scelte coraggiose. Noi riteniamo che solo queste misure potranno davvero garantire gli studenti giunti alla conclusione di un ciclo d’istruzione e, al contempo, consentire a tutti gli altri una più distesa possibilità di affrontare la prosecuzione degli studi. Oggi le sottoponiamo all’attenzione dei colleghi e dei decisori politici sperando che, finalmente, taccia la retorica emergenziale e si cerchino vere soluzioni ai problemi esistenti.

Torino, 19 marzo 2020

CUB Scuola Università Ricerca
il Coordinatore nazionale
Natale Alfonso
Contatti: 3394301943

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