Una delle caratteristiche negative della vita scolastica è la noianell’inizio di questo anno scolastico ritroviamo, ad esempio, molti tratti già visti.

In particolare ci colpisce il perdurare della “supplentite” sindrome individuata dall’allora ministra dell’Istruzione Giannini e che, secondo lei, doveva essere curata in tre anni, quindi entro il 2019. Altro che curata!
Assistiamo al solito balletto di cifre sulle cattedre vacanti disponibili (100.000, 150.000, 200.000? – anche nella migliore delle ipotesi, cifre allarmanti), chi aspira ad una stabilizzazione si chiede se questa sarà la volta buona, chi lavora nei sindacati della scuola ha reclamato da mesi e reclama, con richiesta razionale e giusta, la messa a disposizione di tutti i posti liberi per gli ingressi in ruolo.

Già il 2018-2019 ha visto un’impennata di contratti a tempo determinato: un vero e proprio “boom di cattedre “a tempo”: 163mila unità, di cui quasi 36mila affidate con contratto annuale fino al 31 agosto e oltre 127mila assegnate fino al termine delle lezioni, vale a dire il 30 giugno. Laddove prima che intervenisse la Buona Scuola si contavano 118mila incarichi a tempo determinato” (Il Sole24Ore, 11 giugno 2019).

E quest’anno va ancor peggio.
Come mai? La verità, molto semplice, è che eliminare il precariato dalla scuola costa: è questo che ha impedito all’Amministrazione di praticare una politica delle assunzioni volta davvero a ridurre il problema. Il quale problema non potrà che diventare più grave, se non si pensa immediatamente a dare una cattedra stabile a tutti coloro che in questo momento ne hanno diritto. Costa anche parecchio rinnovare dignitosamente il contratto della scuola (e di tutto il pubblico impiego) scaduto da mesi.
Che i docenti italiani siano pagati poco è ripetuto sino alla nausea, ma è bene insistere nella denuncia: oggi i neo-immessi in ruolo percepiscono una retribuzione netta vergognosamente bassa, che, per il settore meglio remunerato (gli insegnanti della scuola secondaria superiore) tocca i 1350 euro, cifra destinata a rimanere tale per i primi otto anni di carriera.

Diciamolo senza giri di parole: lo Stato, per la sua scuola, preferisce immettere in ruolo con il contagocce, mantenere nel limbo del precariato circa un quarto degli insegnanti. Così fa economia, paga i precari ancor meno degli insegnanti a tempo indeterminato e può, nel frattempo, mantenere al caldo un “esercito di riserva” di manodopera intellettuale iper-sfruttata, ricattabile, spesso pronta a costituirsi in fazioni contrapposte per difendere primazie ma poco propensa a coalizzarsi, insieme con i colleghi a tempo indeterminato, contro una politica scolastica che continua ad essere fatta con continui tagli alle risorse. Adesso un altro governo esordisce con una filastrocca cui siamo ormai abituati da decenni: il nuovo ministro dell’Istruzione dichiara di pensare ad “un aumento a tre cifre” (chiarisce: 100 euro, che risulta essere la cifra più bassa possibile a tre cifre).
I soldi li si troverà, dice il neo-ministro, che evidentemente non teme il ridicolo: “Vorrei delle tasse di scopo: per esempio sulle bibite gasate e sulle merendine o tasse sui voli aerei che inquinano”. Persino Cottarelli ha appena dichiarato che gli insegnanti sono pagati poco ed ha proposto la sua mirabile ricetta “Non sarebbe meglio avere un po’ meno insegnanti ma pagarli come si meritano?”.
A questo stato di cose, oggettivamente preoccupante, c’è un solo rimedio: la presa di coscienza da parte di tutti i lavoratori del comparto scuola che così non si può più andare avanti e la conseguente mobilitazione. È necessario richiedere le condizioni minime per un lavoro dignitoso: la drastica riduzione del precariato e l’immediato rinnovo di un contratto ormai scaduto quasi da un anno e che, dopo dieci anni di blocco, si era limitato, nell’ultima tornata contrattuale, ad incrementare i miseri stipendi di docenti e personale ATA di un ridicolo 3,48%.

La prima scadenza importante per la mobilitazione sarà lo sciopero generale del 25 ottobre p.v., proclamato da CUB Scuola Università Ricerca insieme con altre formazioni del sindacalismo di base. L’azione sindacale dal basso e la protesta di massa rappresenta quanto è in nostro potere fare per accelerare un cambiamento positivo.

Esortiamo quindi tutti i lavoratori del comparto istruzione a non arrendersi, ad aprire la discussione nei loro luoghi di lavoro, consapevoli che, nell’ultimo quarto di secolo, nessun governo, qualunque colore politico abbia avuto, si è preso l’impegno di aumentare la spesa per l’istruzione e la ricerca e di incrementare il reddito, vergognosamente basso, dei lavoratori della scuola.
Tutti, invece, ci hanno tediato con la centralità dell’istruzione, osannata soltanto a parole, e l’ipocrita condanna e commiserazione per gli stipendi bassi dei docenti.
La crisi del nostro sistema educativo è palese: un primo passo per rimettere in sesto la scuola statale consiste nel trattare chi in essa lavora con rispetto, mettendo fine concretamente a precariato e stipendi da fame.

CUB Scuola Università Ricerca

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