Flavia Lavinia Cassaro e Rosa Maria Dell’Aria
Lunedì 20 maggio 2019, di fronte all’Ufficio scolastico regionale, si terrà un presidio a sostegno della professoressa palermitana Rosa Maria Dell’Aria: vorrei accostare il caso della professoressa Dell’Aria, sospesa per quindici giorni perché avrebbe colpevolmente omesso di sorvegliare e “correggere” un elaborato dei suoi allievi, ad un altro caso, in apparenza senza alcun punto di contatto: quello della maestra Flavia Lavinia Cassaro, prima sospesa e poi licenziata per aver tenuto, nel corso di una manifestazione contro un comizio di Casa Pound, un comportamento poco consono a quello che dovrebbe essere auspicabile per un insegnante.

Due figure di insegnanti più diverse non si potrebbero dare: le immagini di Rosa Maria Dell’Aria ci presentano una signora curata, dai capelli grigi, che parla pacatamente – nonostante tutto – nella cornice di una casa borghese, in cui si intravvede una libreria con tanti libri (spettacolo sempre più raro nelle case italiane).
Lavinia Cassaro è stata invece immortalata dalle telecamere voraci di operatori in cerca di facili scoop mentre gridava la sua rabbia contro la Polizia, contro Casa Pound, contro un mondo che tutela la libertà dei neofascisti e spara con gli idranti su chi protesta contro di essi.
La giovane donna era, in modo evidente, fuori di sé – indignata, scossa per la carica con idranti che si era appena conclusa, incapace di cogliere l’inopportunità di rivolgere la parola a certe iene di giornalisti che le facevano dire che sì, lei era un’insegnante.
L’opinione pubblica ha risposto ai due casi in modo diverso: alla solidarietà totale nei confronti di Rosa Maria (la merita, eccome) ha fatto riscontro un fastidio indifferente nei confronti di Lavinia, anche quando questa ha subito il licenziamento, pena davvero spropositata per quello che ha fatto.
Non mi meraviglia che Rosa Maria riscuota una vastissima solidarietà e che Lavinia, in sostanza sia stata lasciata quasi sola (unica a sostenerla concretamente la CUB Scuola Università Ricerca).
Indignarsi per Rosa Maria è immediato per ogni persona di buon senso: è un’insegnante intelligente, che fa lavorare i suoi studenti sul Giorno della Memoria a partire da una bella e profonda citazione di Emily Dickinson, che li sollecita a studiare quel che è successo ieri per comprendere cosa stia accadendo oggi.
È naturale che per lei si mobilitino persino quelli che Massimo Gramellini, chiedendole scusa a nome di questo sbilenco Paese, ha felicemente definito “i retori dell’Ufficio Indignazione Permanente Effettiva”.
È altrettanto naturale che gli eccessi di Lavinia, ripresi e mandati in onda con sadica voluttà non abbiano riscosso alcuna simpatia; ma sarebbero bastati cineoperatori dotati di minima compassione per capire che non bisognava infierire su una persona alterata da eventi recenti e traumatici. Il resto, per Lavinia, l’ha fatto la società dello spettacolo: l’allora primo ministro Matteo Renzi invocava in diretta televisiva, dalla tribuna di Matrix, il licenziamento di Lavinia: “Che schifo, una professoressa che augura la morte ai poliziotti andrebbe licenziata su due piedi”. Gli faceva eco, senza perder tempo, la ministra Fedeli (ella stessa licenziabile in tronco se, invece di essere una “ministra” fosse stata un’insegnante, visto che aveva dichiarato il possesso di un titolo di studio inesistente).

Lo stesso Gramellini, oggi acuto interprete del caso Dell’Aria, allora si dichiarò d’accordo con Renzi e favorevole al licenziamento. L’unica voce autorevole levatasi, accanto a quella del sindacato CUB, per la difesa di Lavinia, fu quella dei Giuristi democratici, che ricordavano che «il lavoratore non vende più se stesso ma solo le attività indicate nel contratto e nell’orario di lavoro, restando irrilevante la sua vita extra-lavorativa”.
Non così, però, l’ha pensata il giudice del lavoro che recentemente ha esaminato il ricorso contro il licenziamento, confermandolo e comminando alla maestra il pagamento delle spese processuali (3.500 euro, una cifra non irrilevante per una disoccupata). Che giustizia è quella che infierisce sui deboli, che punisce in modo non proporzionale alla colpa, che crea “vite di scarto”, mettendo in gravi difficoltà persone che andrebbero aiutate più che sanzionate?
Che giustizia è quella che, ad esempio, favorisce il licenziamento di Pier Paolo Pittavino, tecnico dell’Università assai stimato nel suo luogo di lavoro ma che ha subito una condanna penale per aver preso parte ad una manifestazione NOTav? Mi pare evidente che la deriva autoritaria si nutra di punizioni esemplari verso i sottoposti e di grande lassismo nei confronti di chi detiene un qualche potere.
Estraggo anch’io, come i nostri incliti governanti, la “metafora calcistica” dal cappello: il caso di Rosa Maria e quello di Lavinia mettono in luce come il paradigma che governa certo agire politico sia il Processo di Biscardi. Il politico di turno spara nell’etere la sua condanna e i servi del potere la mettono in pratica: Lavinia ha pagato caro per la sentenza di Renzi, nonostante nessuno dei suoi comportamenti avesse a che fare con il lavoro.
È andata meglio a Rosa Maria, ma anche per lei si era levata una voce inflessibile, quella del sottosegretario ai beni culturali Lucia Bergonzoni. Rispondendo celermente al tweet in cui un ben conosciuto estremista di destra stigmatizzava l’agire dell’insegnante palermitana, la Bergonzoni scriveva: “Auspico non sia vero….ma temo sia una speranza mal riportata! Se è accaduto realmente, andrebbe cacciato con ignominia un prof del genere….e interdetto a vita dall’insegnamento. Già avvisato chi di dovere!”. Il tweet di Bergonzoni, oltre ad allarmarci sulle sorti del nostro patrimonio culturale, ci parla della sciatteria linguistica della nostra classe politica (“speranza mal riportata” per “speranza mal riposta”: chi parla male spesso pensa peggio), del disprezzo verso gli insegnanti, della mancanza di senso comune, dell’assenza di rispetto verso opinioni lontane dalle proprie ma lecite. Ci parla di fanatismo – e il fanatismo al potere non ha mai dato buoni risultati. Il tracotante “Già avvisato chi di dovere”, se corrisponde a verità, è un’autodenuncia: sappiamo chi ha acceso la miccia della sospensione per la professoressa Dell’Aria. Una volta tanto sono d’accordo con Galli della Loggia che, in una recente trasmissione televisiva disse ad una Borgonzoni animata dal furor anti-immigrati: ‘La società funziona in una maniera implacabile. Se lei non avesse uno status legale e non avesse da mangiare, anche lei diventerebbe una delinquente”.
Aggiungo: purtroppo questa società funziona in maniera implacabile. Quella per cui ogni educatore lavora dovrebbe essere invece una società migliore: più giusta, più eguale e innervata da uno dei sentimenti più alti, che è quello della solidarietà tra esseri umani. Salvini ricordi che contribuire ad “intensificare il clima di ostilità e xenofobia nei confronti dei migranti” (sono parole dell’Alto Commissariato per le Nazioni Unite rivolte al governo italiano) non è una buona azione volta alla sicurezza (ma quale?) degli indigeni.
Il seme del razzismo non ha bisogno di trasformarsi in pianta per essere deleterio.

Torino 20 maggio 2019

Giovanna Lo Presti
CUB-SUTR Torino


      Due-casi-due-forme-di-profonda-ingiustizia-Giovanna-LoPresti.pdf

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